di Redazione

telemannamadeusQuasi mezzo secolo separa le incisioni di Frans Brüggen e Giovanni Antonini dedicate ai concerti per flauto dolce di Telemann. Le due istanze, pur essendo difficilmente paragonabili per ovvi motivi temporali, sono tuttavia unite da un pensiero, o per meglio dire, da un’intenzione comune. Sembra di assistere ad un naturale passaggio di testimone tra il maestro olandese, che il flûte à bec lo riscoprì praticamente dal nulla, ed il più grande esecutore attuale di uno strumento che, nonostante l’apparente semplicità e la ridottissima gamma sonora, ha rivestito un ruolo di primaria importanza nella letteratura barocca. Ma il nesso che li lega è forse ancora più profondo. Antonini ha avuto il coraggio e l’intelligenza di apprendere e riproporre in una lettura moderna e personale la lezione che Brüggen non aveva rivolto solo ai flautisti, ma a tutti i musicisti che rimasero incantati dal suo modo rivoluzionario di fare musica. Una musica, la sua, fatta non soltanto di virtuosismi digitali, ma anche e soprattutto di respiri, che, da esigenza fisica, si trasformano nell’essenza stessa del suono. Una vera e propria matrice sonora, realizzata con il mezzo di espressione più puro che la natura ci abbia donato.


La lettura che ci offre Antonini, sempre fresca ed accattivante, ben coglie queste sfumature, che realizza con estrema fantasia, non solo nei colori orchestrali, ma anche nella cura del basso continuo


A trent’anni anni dalla sua fondazione Il Giardino Armonico continua a stupire il mondo barocco (e non solo, visto il colossale progetto dell’integrale haydniano che da poco ha preso il via), con letture sempre più sorprendenti ed affascinanti, come testimonia questo album pubblicato da Amadeus e in edicola per tutto il mese di dicembre. Pur essendo interamente dedicato a Telemann (fatta eccezione per un introduttivo preludio per flauto dolce solo di Hotteterre), questo cd intraprende un vero e proprio viaggio musicale, focalizzato sulla Germania che guardava tanto al rigoroso modello italiano quanto al fantasioso stile francese, alla ricerca di un propria forma “ibrida” che di fatto non verrà mai realizzata. La sottigliezza, di certo non inferiore all’amico Bach, con cui Telemann intreccia le due scuole testimonia la grandezza assoluta di un compositore ancora troppo sottovalutato. Già la celebre suite in la minore (che vede anche la partecipazione della storica “spalla” dell’ensemble, Enrico Onofri), chiaramente di impostazione francese, assume dei tratti tipicamente vivaldiani, soprattutto nei contrasti tra solista ed orchestra, mentre il Menuet che conclude il Concerto in do maggiore conferisce una tinta francese ad un brano il cui sfondo è nettamente italiano. Non manca lo sguardo etnico di Telemann nella Sonata per due chalumeaux, che vede per protagonista un insolito strumento, di derivazione popolare, considerato l’antenato del clarinetto.

La lettura che ci offre Antonini, sempre fresca ed accattivante, ben coglie queste sfumature, che realizza con estrema fantasia, non solo nei colori orchestrali, ma anche nella cura del basso continuo (si pensi al Concerto in do maggiore o alla Sonata per due chalumeaux, in cui, alla morbidezza del liuto nei soli, si contrappone l’incisività ritmica del cembalo nei tutti). Lo slancio che da sempre caratterizza la visione musicale del Giardino Armonico ci regala un ascolto molto coinvolgente e mai faticoso, senza dimenticare la naturale spontaneità con la quale vengono realizzati i passaggi virtuosistici.

La filologia del complesso milanese non è per nulla “archeologica” ed autoreferenziale, ma anzi cerca di stupire l’ascoltatore, nella ricerca di un gesto teatrale molto forte, dimostrando la modernità di un linguaggio, quello barocco, che nessuno aveva mai avuto il coraggio di presentare in modo così netto. La costante varietà di timbri ed articolazioni, per rendere al meglio i diversi affetti, contempla una concezione del suono tanto eterea ed idilliaca, quanto brutta ed irruenta. Nella lunga ed esauriente intervista pubblicata sul mensile annesso, Antonini cita l’incisione storica de Le quattro stagioni di Harnoncourt (Teldec, 1977) considerandola un punto di riferimento per il gusto barocco della varietà del timbro, fatta anche di contrasti netti, e talvolta feroci. Già ne Il discorso musicale Harnoncourt, parlando di Monteverdi, aveva scritto sulla possibilità di contemplare il “brutto”, al fine di assecondare la drammaticità dell’azione. Più avanti si è scoperto che anche i periodi successivi non hanno rifiutato questa concezione del suono. Certo, se venissero sconsacrati alcuni dogmi che l’accademismo di derivazione postromantica continua a proclamare, soprattutto in Italia, forse ci renderemo conto della grandezza di Antonini e de Il Giardino Armonico. E questo Telemann ne è un esempio sublime.

Pubblicato il 2015-12-11 Scritto da StefanoCascioli

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