di Redazione

vertigoUn cd clavicembalistico di gran fascino, quello inciso da Jean Rondeau (un nome di per sé musicalissimo, mi perdonino i lettori l’ovvietà dell’annotazione, per la serie nomen omen il nome è un presagio, una garanzia). Un cd consacrato al sommo Rameau con pagine estratte dalle sue numerose e accattivanti Pièces de clavecin (spesso prossime a certo Couperin e talora non estranee all’influsso della scrittura scarlattiana) alternate a brani del meno noto ma non meno insigne Joseph-Nicolas-Pancrace Royer dalla vita avventurosa. L’interprete disvela in primis tecnica strepitosa e solidissima, grande maestria nei fraseggi, chiarezza, linearità, notevole gusto nel disimpegno degli abbellimenti che, nei francesi, si sa sono un dato per così dire strutturale.

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Efficacia nei passi polifonici (il caso dell’iniziale Prelude dalla Suite in la minore di Rameau), ma anche arguzia nei tratti più smaccatamente onomatopeici, finezza di introspezione psicologica, varietà di colori (grazie all’uso sapiente dei registri, allo stacco dei tempi e così pure a una cura estrema dei dettagli). Jean Rondeau coglie bene la malinconia sottile che alligna talora in queste pagine (l’Entretien des Muses, ad esempio), talaltra l’esprit de geometrie cui si alimentano: quel cartesianesimo e così pure quella pomposa magnificenza che della musica clavicembalistica settecentesca è un dato imprescindibile, troppo spesso scambiata per vacua esteriorità.

Piacevole sorpresa l’ascolto delle pagine di Royer che si rivela musicista solido, non certo inferiore a Rameau stesso e nemmeno a Couperin, insomma perfettamente inserito, pur torinese di nascita,  in quella scuola francese che presenta nomi del livello di un D’Andrieu, Le Begue e via elencando. Gradevole per dire Les Matelots, piacevolmente scorrevole il Premier Tambourin, aitante e fascinoso pezzo nel suo sfolgorante scintillio. Degno di stare accanto a Haendel poi Le Vertigo per la lussureggiante scrittura che l’interprete rende al meglio, con effetti quasi orchestrali di pieni e vuoti: conquista al primo ascolto per la rapinosa bellezza delle figurazioni, addirittura superiore al pur amabile Tambourin di Rameau).

Un cd insomma che regala divertissement ed emozioni per quanti sappiano (e desiderino) andare oltre lo stereotipo di musica clavicembalistica sinonimo di gusto passatista. Un cd che ritrae un’epoca intera – il variegato ’700 – attraverso una carrellata di pagine tanto dense di contenuti quanto gradevoli da ascoltarsi. Un plauso specialissimo all’interprete, oltre che per gli accostamenti dei brani, per il livello non comune di virtuosismo posto in atto, specie nei brillantissimi e rutilanti brani del Royer. E ancora, quanto humour in Les Sauvages di Rameau, con quei fraseggi staccati e gli abbellimenti bene in vista, giù giù sino alla pagina conclusiva, L’Aimable del Royer, striata di spleen e di una mestizia già presaga di mutamenti storici ancora di là da venire nel 1746, davvero ragguardevole per la densità delle armonie e la bellezza della scrittura.

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Pubblicato il 2016-02-14 Scritto da AttilioPiovano

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