di Redazione

auditeaudite97718Prosegue l’integrale delle opere sinfoniche di Schumann che l’Audite sta realizzando con la WDR Sinfonieorchester di Colonia, guidata da Heinz Holliger. Dopo l’incisione del concerto per violoncello e delle quattro sinfonie (anche se sarebbe più corretto dire cinque, visto che Holliger, della quarta, ha inciso sia la prima versione del 1841, sia la più conosciuta rivisitazione di dieci anni successiva), è la volta dei restanti concerti solistici.

Mentre il concerto per pianoforte è tra le pagine più celebri dell’Ottocento, quello per violino riveste ancora oggi un ruolo di importanza secondaria. Composto nel 1853, venne destinato a Joachim, il quale non lo eseguì mai in pubblico, considerandolo un lavoro inferiore rispetto agli altri capolavori di Schumann. Soltanto nel 1937 questo concerto venne dato alle stampe e proposto in pubblico, ciononostante non è mai diventato pagina abituale dei grandi solisti.

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Non è un caso, quindi, che a riproporre questo concerto sia la violinista moldava Patricia Kopatchinskaja, la cui versatilità l’ha portata ad affrontare un repertorio molto vasto, che spazia dalle grandi pagine di tradizione alle opere meno conosciute, con un occhio particolare alla musica del Novecento e contemporanea. Più volte Kopatchinskaja ha dimostrato le sue enormi qualità, che qui trovano conferma, soprattutto per la freschezza di una lettura tanto convincente quanto innovativa. Non è facile al giorno d’oggi dire qualcosa di nuovo, soprattutto per i violinisti, che si sentono alle spalle un’enorme tradizione esecutiva, la cui autenticità è stata messa in discussione dalle nuove scoperte filologiche.

La soluzione per cui opta la giovane violinista moldava trova un valido compromesso, perché propone un’interpretazione rispettosa del testo e della prassi storica, pur suonando uno strumento moderno. L’uso molto parco del vibrato non limita per niente l’espressività del canto, ma anzi mette in evidenzia le varie sfumature che l’arco di Kopatchinskaja disegna con gusto e semplicità disarmanti. Molto attento Holliger a seguire i vorticosi prodigi della solista, anche se non sempre le intenzioni sono le stesse. L’impostazione dell’orchestra è ottima e ben calibrata, ma tende ad avere un impianto “tradizionale”, con un suono molto compatto e sostenuto, il che gode di ottimi pregi, ma in questo caso sembra stridere con la lettura innovativa della violinista moldava.

Differenza che si nota, seppur in quantità minore, anche nel concerto per pianoforte. Dénes Vàrjon ci dà una visione di Schumann diretta e concreta, ma che non manca di espressività. Una poetica, quella del pianista ungherese, eterea, ma al tempo stesso asciutta, fatta di un canto avvolgente per la sua semplicità e purezza. In questo caso l’orchestra si impasta indubbiamente meglio col solista, pur mantenendosi molto rigorosa. Nel complesso un ottimo cd, che toglie a Schumann quella cera decadente e post-romantica che ingiustamente gli è stata impressa.

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Pubblicato il 2016-02-13 Scritto da StefanoCascioli

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