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Festival Eclat di Stoccarda

Gianluigi Mattietti di Gianluigi Mattietti
24 Marzo 2012
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Home XX e XXI
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Stadler Quartett con Daniel Gloger

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17 prime esecuzioni e un focus sulle musiche per pianoforte, ensembles vocali e danza: così si configura il festival di musica contemporanea della città tedesca


di Gianluigi Mattietti


È sempre un appuntamento imperdibile per la musica contemporanea il Festival Eclat di Stoccarda, quest’anno con 17 prime esecuzioni e un focus sulle musiche per pianoforte (si sono esibiti grandi pianisti della musica contemporanea come Nicolas Hodges, Ian Pace, Christoph Grund, Yukiko Sugawara, Florian Hoelscher), sugli ensembles vocali e sulla danza. Tra le composizioni scritte per pianoforte solo ha colpito, per finezza della scrittura pianistica e forza drammatica, il nuovo pezzo di Harrison Birtwistle – ospite d’onore del festival – Gigue Machine, dedicato a Nichilas Hodges, e concepito come una parodia dell’antica danza, piena di sottili variazioni ritmiche. Se poi Refractions della svizzera Madeleine Ruggli appariva un pezzo gradevolmente astratto, un gioco caleidoscopico e puntillistico che richiamava Boulez, basato su figure staccate e sottili risonanze, colpiva invece la forza narrativa, drammatica di Quel portone dimenticato di Sven-Ingo Koch, giovane compositore tedesco che durante la sua “residenza” a Villa Massimo, a Roma, si è lasciato ispirare da una passeggiata notturna ai fori imperiali: lavoro molto dinamico, pieno di ostinati, di elementi ritmici un po’ jazz, di lampi improvvisi, con una sezione centrale lenta e sospesa e un finale che sfumava nel nulla. In qualche caso l’uso del pianoforte era associato all’elettronica, a dimostrazione degli ampi margini di sperimentazione che offrono ancora le interazioni tra il suono strumentale e quello digitale. In Branenwelten 6 Robert HP Platz faceva ricorso al live electronics per ottenere culmini di densità su una trama pianistica che intrecciava lunghi trilli, cascate di suono, toccando i registri estremi e giocando su ampi crescendo. La parte elettronica fungeva invece da vero deuteragonista, del tutto indipendente dal pianoforte, in LOL di So Jeong Ahn (compositrice coreana, con studi a Berlino, ora attiva in Canada), pezzo carico di energia, pieno di cluster e di elementi percussivi, che traeva ispirazione e titolo dalla celebre “risata” usata nel linguaggio della rete (LOL: Laughing Out Loud).

Platzregen

A Stoccarda non potevano mancare i Neue Vokalsolisten, vera istituzione da queste parti e mattatori in tutte le rassegne di musica contemporanea. Le composizioni a loro dedicate tendevano ad esaltare le qualità individuali, anche teatrali, dei singoli cantanti, ma anche a sottolineare le caratteristiche fonetiche e semantiche dei testi attraverso un approccio genuinamente madrigalistico. Bellissime, in questo senso, le Zwei Szenen per sette voci di Friedrich Cerha: la prima (Wohlstandskonversation) era un sottile gioco contrappuntistico che sfruttava anche un sapiente mix di canto e parlato; la seconda (Hinrichtung) metteva in risalto la voce tagliente (anche troppo) del controtenore Daniel Gloger, solista sullo sfondo di una trama ondeggiante, molto espressiva delle altre sei voci. Un’attenzione estrema al valore poetico del testo caratterizzava il nuovo pezzo di Luca Francesconi, Herzstück per sei voci, tratto dall’omonimo minidramma di Heiner Müller: il rispetto della parola e del senso lo portava a intrecciare varie espressioni vocali e dialoghi parlati, insieme a respiri, fischi, scioglilingua, brusii (che richiamavano Berio), dall’esito molto teatrale. Un vero ciclo di madrigali, movimentato, istrionico, erano i Falsche Lieder per sei voci di Gordon Kampe, che prendevano spunto da situazioni musicali molto connotate, e sfruttavano una grande varietà di materiali musicali, anche kitsch, rapide progressioni, melopee intonate a bocca chiusa, echi di operette, in una trama polifonica densa e nervosa, molto comunicativa (il pubblico rideva a crepapelle). Più sperimentale, e radicale,  inner empire di Christoph Ogiermann, si ispirava invece al mondo animale, e usava come materiali non solo suoni gutturali, ruggiti, guaiti, gargarismi, conati, sibili (tutto amplificato), ma ricorreva anche ai soni prodotti da diversi vegetali (che i cantanti spezzavano, sminuzzavano, trituravano, masticavano).

Alcuni lavori esploravano poi le possibili interazioni della scrittura vocale con l’orchestra o con l’elettronica. Un grande trittico per sei voci (sempre in Neue Vokalsolisten) e grande orchestra (l’Orchestra sinfonica della Radio di Stoccarda SWR, diretta da Matthias Pintscher) era Limits and renewals di Sandeep Bhagwati (compositore indiano allievo di Boguslaw Schaeffer, Brian Ferneyhough e Tristan Murail), lavoro inutilmente lungo e ripetitivo, nonostante alcuni squarci espressionistici, momenti di rarefazione, zone a cappella, nervature arcaizzanti o esotizzanti di grande effetto. Un impianto decisamente descrittivo mostrava poi To the forest di Tomoko Fukui, dove il coro (il SWR Vokalensemble Stuttgart diretto da Marcus Creed) interagiva con pianoforte, percussioni e sassofono: ispirato a racconti per bambini e ad alcune scene del film Rashomon, era costruito su una trama corale sorda, sussurrata, come sottovetro, fatta di elementi assai semplici ma molto movimentata, e su una parte strumentale ricca di invenzioni timbriche. Un autentico capolavoro era il pezzo che ha concluso la rassegna, hij 2 di Mark Andre: partitura per coro a cappella e elettronica (dove il titolo sta per “Hilfe Jesu”), immersa in una dimensione ieratica, contemplativa, basata su una sofisticata interazione tra voci e elettronica, su una delicata trama di rumori prodotti in vario modo (ad esempio muovendo della carta stagnola o soffiando su alcune girandole), su raffinati giochi di spazializzazione (anche il coro era disposto per gruppi intorno alla sala), che generavano una sostanza sonora palpitante, avvolgente, intessuta di soffi, suoni di vento, respiri e sospiri. Hanno un po’ deluso invece due lavori molto attesi, però estranei al repertorio vocale e pianistico: si trattava di Souvenir in memoriam Gérard Grisey di Magnus Lindberg, pezzo per venti strumenti, dal discorso un po’ retorico, nonostante il sapiente uso delle armonie spettrali, i bei florilegi solistici, il gusto timbrico di tipo impressionista; e dello spettacolo di danza Platzregen ispirato al libro di Peter Handke Die Stunde, da wir nichts voneinander wussten (L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro) dove la coreografia, fatta di gesti isolati e nervosi, di Fabian Chyle, era accompagnata solo assai sporadicamente dagli interventi musicali (registrati) del compositore uruguayano Alvaro Carlevaro.

© Riproduzione riservata

Tags: Christoph GrundFlorian HoelscherHarrison BirtwistleIan PaceMadeleine RuggliNicolas HodgesYukiko Sugawara
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Gianluigi Mattietti

Gianluigi Mattietti

Docente di Storia della musica all'Università di Cagliari, autore di saggi e studi sulla musica del Novecento e contemporanea, collabora come critico musicale con le riviste Amadeus, The Classic Voice, Musica, Il Giornale della Musica, Golem informazione, Il Corriere Musicale.

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