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L’Italiana in Algeri a Bologna

Giampiero Cane di Giampiero Cane
28 Maggio 2012
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Home OPERA
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foto di Lorenzo Gaudenzi

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L’Opera di Rossini in scena al Teatro Comunale fino al 19 maggio. Dirige Paolo Olmi, costumi e regia di Francesco Esposito


di Giampiero Cane


U na versione molto leggera, ovvero tale da appoggiarsi interamente sulla prima evidenza di un “dramma giocoso”, è stata quella di Francesco Esposito, costumista e regista de L’Italiana in Algeri andata in scena a Bologna giovedì scorso. Dato per scontato che quest’opera è una delle più ammalianti di Rossini, con scene che si proiettano in un lontano futuro, al di là del musicista, cioè che paiono giocare con il Donald Duck di Barks, spiazzamento intellettuale inebriante, chi assista a una messinscena sa da prima che solo un po’ di quel fantastico delirio troverà realizzazione nello spettacolo, ché l’unica possibilità sarebbe di farlo coi cartoon: unica possibilità di svegliare gli ammuffiti pinguini e le loro dame-sans-gêne nei palchi o in platea. Se si vedessero per quel che sono quando dei cococo (o soggetti a contratti simili) staccano loro i biglietti e/o li accompagnano alle loro poltroncine o nei palchi essendo mascherati da valletti rappresentanti di quello stile, per così dire, che sintetizza in figurine da ceramica il 700 salottiero, forse capirebbero quale stupidità rappresentano, malgrado i loro soldi (i quali non hanno in sé intelligenza alcuna) e ne trarrebbero le conseguenze.

Si può ritenere che qualcuno abbia cominciato a farlo dato che il teatro, quello di Bologna almeno, ha sempre meno pubblico. Come altre gestioni hanno liquefatto forze politiche, il sovrintendente Marco Tutino ha sciolto il pubblico. A forza di “anifructi”, così Giuseppe Guglielmi definì a suo tempo in una sua poesia il risultato della banalità, se ne sono andati in molti e chiunque abbia un’esperienza di lungo tempo nel teatro d’opera avverte che i subentrati non capiscono nulla, non sanno valutare nulla se non le vecchie splendide melodie, comunque siano cantate, sono neofiti benvenuti, ma hanno molta strada da fare.

Quest’Italiana ha il vantaggio di un’impostazione immediatamente leggera (diciamo da avanspettacolo d’antan, nel tentativo di farci capire senza spendere altre parole) che sta nel fluire di tutto in un corso leggero; ma se s’impostassero le cose in maniera tale che Mustafà non appaia subito come lo sciocco che si rivelerà, ma rimbambito da Isabella, poi, alla fine, si avrebbe il vantaggio di una trasformazione che qui proprio non c’è. Scemo ab ovo è questo personaggio assegnato a Pertusi, il quale non ha difficoltà alcuna a metterlo in questo stereotipo che produrrà, fantastici scemi, Don Bartolo e Don Pasquale. Data l’impostazione della performance nell’insieme non ha senso criticare negativamente né Pertusi né gli altri interpreti per l’impostazione scenica dei personaggi.

Alla prima, come Lindoro, c’era un tenorino (o tenorone) giapponese, Yijie Shi (pronuncia ad libitum) con gran acuti, forza d’emissione, ma scarsa capacità di coinvolgere. Ha trent’anni e può ancora maturare. Di Pertusi non diciamo giacché si sa quant’è bravo, smagato, duttile. Isabella, Marianna Pizzolato, è un contralto difficilissimo da vestire. All’inizio della recita la sua voce aveva un che di metallico nel registro basso, ma poi progressivamente s’è ammorbidita, s’è resa scorrevole in questo insieme senza genio, ma soprattutto senza tracolli. In scena eran tutti abbastanza carini, il che non so se sia un gran bene.

Intendo dire che se Mustafà vale quanto l’orco in una favola per bambini, va bene che tutto sia commisurato a ciò: la favola per bambini ridurrà tutti a bambini secondo il proverbio per cui tutti tornano al loro primo amore. Certo che se l’immagine poi è quella di un generale della legione, con un braccio di legno, ma con un manico di scopa con testa di cavallino tra la gambe e un leccalecca per intervallare la galoppata, forse un po’ di fiele s’insinua ragionevolmente nel quadro d’insieme.

Dirige il tutto Paolo Olmi. Essendo consonante al progetto-favoletta non ha grandi difficoltà, anzi pressoché nessuna. L’orchestra del Comunale da anni risponde bene a qualsiasi direttore, soprattutto se le sue sollecitazioni non sono che ovvi richiami all’ordine consuetudinario. Unico appunto, per quel che s’è ascoltato alla prima (ma è cosa che nelle repliche può benissimo non essere stata replicata), è a nostro dire la concertazione col coro, della stessa qualità dell’orchestra, ma l’una con l’altro in apparente antagonismo nell’intensità sonora. Cosa al’apparenza di nessun rilievo.

© Riproduzione riservata

Tags: Italiana in AlgeriMarco TutinoMarianna PizzolatoPaolo OlmiYijie Shi
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Giampiero Cane

Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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