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Damiano Michieletto: «Proporre una lettura che possa fare discutere, una lettura personale»

Monika Prusak di Monika Prusak
21 Giugno 2012
in Interviste
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Home Interviste
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Intervista al giovane e già affermato regista teatrale; in questi giorni al Massimo di Palermo il suo Elisir d’amore


di Monika Prusak


D amiano Michieletto è uno dei registi più giovani e richiesti dai teatri d’opera di tutto il mondo, che ha al suo attivo numerose e rilevanti produzioni. Quest’anno, nel mese di agosto, debutterà con una nuova regia della Bohème di Puccini al prestigioso Festival di Salisburgo. Il Teatro Massimo di Palermo ha avuto già occasione di collaborare con il regista veneziano per la prima italiana dell’opera The Greek Passion di Bohuslav Martinů nel 2011. In questi giorni, invece, è andato in scena L’elisir d’amore di Donizetti, spettacolo che Michieletto ha prodotto per il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia.

Ritorna al Teatro Massimo dopo un anno con una regia di Donizetti. Come è il suo Elisir?
«È uno spettacolo molto vivace e divertente. Infatti sono questi gli ingredienti principali dell’opera. Ho cercato di fare uno spettacolo coinvolgente, trovando una dimensione estetica nella quale il pubblico possa ritrovarsi e sentirsi vicino ai personaggi e alla storia, uno spettacolo che vuole comunicare con il pubblico attraverso la musica. È la cosa più importante di questo Elisir».

Perché ambientare un’opera antica, in questo caso ottocentesca, in un contesto contemporaneo? Qual è la sua idea di questa particolare regia e della regia in generale? 
«La regia ha come obiettivo quello di proporre una lettura teatralmente efficace di un materiale musicale. Quando un teatro chiede una nuova produzione chiede appunto di apportare delle novità all’interno di questo materiale, altrimenti si potrebbero riprendere gli allestimenti già esistenti. Quindi per fare una nuova produzione si tenta di indagare qual è questo materiale musicale, qual è la storia e cercare di illuminarli secondo una prospettiva personale. Ho cambiato l’ambientazione dell’Elisir mantenendo integri quelli che sono i rapporti tra i personaggi. In questo modo diventa molto più divertente dal punto di vista teatrale, potenzia e rende chiare quelle che sono le relazioni tra i protagonisti. Il mio obiettivo era quello di eliminare l’aria un po’ retrò che caratterizza l’Elisir, lo sguardo un po’ retorico sulla campagna e sui contadini, e di cercare di raccontare personaggi credibili nei quali ci si può riconoscere».

È importante, quindi in qualche modo “rinfrescare” i classici del teatro musicale. Ma qual è la risposta del pubblico all’opera oggi? Pensiamo ad esempio a un pubblico giovane..
«Quando rifletto a un progetto in realtà non penso al pubblico. Cerco più di creare un racconto che sia teatralmente efficace e che porti delle emozioni. Non posso sapere chi vedrà lo spettacolo, quindi mi è impossibile avere un giudizio sullo spettatore. A qualcuno potrà piacere la mia proposta, un altro invece potrà trovarla poco interessante. Quello dei giovani è un po’ un falso problema, nel senso che essi arrivano a teatro se trovano lì qualche cosa che comunichi loro delle emozioni. Non bisogna inseguirli. Per me è importante, appunto, trovare un modo di essere comunicativo, di creare fascino con uno spettacolo, di proporre una lettura che possa fare discutere, una lettura personale. Questo è un aspetto molto positivo, nel senso che ci si occupa di un materiale sul quale si può intervenire, con il quale si può dialogare e verso il quale non bisogna avere un rispetto museale; bisogna, tuttavia, trovare il modo di metterlo in comunicazione con il mondo di oggi».

Come vede il futuro dell’opera? Il fatto di dare un nuovo sguardo alla regia, alle scenografie, all’ambientazione può avere un buon riscontro nel pubblico, anche in chi preferisce le rappresentazioni tradizionali?
«Non è il futuro, ma il presente. C’è una parte del pubblico che odia le regie, e un’altra parte che invece si aspetta dalla regia qualche cosa di nuovo. È chiaro che una parte degli spettatori sarà sempre molto riluttante, l’altra invece rimarrà affascinata. Quando si richiede a un regista una nuova produzione si sta chiedendo di intervenire su un materiale, quindi la vera domanda è perché un teatro ha bisogno di fare una nuova produzione di Elisir? Ad esempio in questo momento ce n’è una anche alla Fenice di Venezia, c’è questa a Palermo e ce ne sarà sicuramente un’altra in giro per il mondo. Bisogna chiedersi perché i teatri necessitano delle nuove produzioni, chiedendo a un regista, uno scenografo e un costumista di inventarsi qualche cosa a partire da un dato materiale. La discussione rimane aperta».

Cosa pensa del teatro musicale contemporaneo?
«Dovrebbe essere il vero futuro. Gli investimenti che si fanno in quel settore sono pochi. È un discorso molto complesso, perché rispetto al passato sono cambiate notevolmente le coordinate produttive. Una volta c’era l’impresario, un privato che metteva dei soldi e commissionava un’opera, sceglieva un librettista e un musicista e li metteva insieme per lavorare a un progetto. Oggi questa figura non esiste più. Un tempo l’opera lirica era l’espressione massima che accompagnava diverse celebrazioni: quando si doveva inaugurare il canale di Suez, ad esempio, fu chiamato Verdi per scrivere un’opera lirica. Oggi se si devono inaugurare le Olimpiadi si fa un altro tipo di show. La difficoltà è quella di trovare, anche per chi scrive, un proprio referente. Penso che per chi sente una vocazione in questo senso sia importante collaborare con un autore, un drammaturgo, un librettista, perché sia veramente un teatro musicale. È anche giusto ispirarsi a quelli che sono stati gli esempi più recenti di grandi compositori, quelli che sono riusciti a portare avanti un linguaggio musicale e una proposta di teatro musicale. Ogni tanto si sente dire che l’opera è morta, che non si scrive più. Sì, magari non si scrive più come Puccini, ma neanche Puccini scriveva come scriveva Verdi e nemmeno Verdi scriveva con lo stesso linguaggio di Mozart. Penso che bisogna avere il coraggio di creare un linguaggio contemporaneo, con strumenti, sonorità e ispirazioni diverse, senza avere paura della tradizione. La tradizione deve essere un trampolino di lancio e non un peso. Il teatro musicale è un genere talmente bello, emozionante e universale, perché comunque riesce a superare le barriere linguistiche, che è assurdo pensare che non abbia un futuro. Bisogna però sostenerlo molto e crederci, non limitandosi a proporre solamente il repertorio classico».

© Riproduzione riservata

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Damiano Michieletto studia regia alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano e si laurea in Lettere Moderne all’Università di Venezia.
Tra le sue prime produzioni d’opera: L’Histoire du soldat di Stravinskij, A Midsummer night’s dream e Noye’s fludde di Britten, Le Carneval des animaux di Camille Saint-Saëns. Nel 2003 debutta al Wexford Opera Festival con Švanda dudák di Weinberger e riceve il premio Irish Times/ESB Theatre Awards per la produzione operistica dell’anno.

In seguito: Il Trionfo delle Belle di Pavesi per il Rossini Opera Festival, Il Barbiere di Siviglia di Rossini a Firenze e in Cina, Li Finti filosofi di Spontini al Festival Pergolesi Spontini, Falstaff di Verdi all’English Touring Opera e La Bella e la bestia di Tutino al Teatro Comunale di Modena.

Altre regie d’opera: Il Dissoluto punito di Carnicer per il Festival Mozart di La Coruña, L’Italiana in Algeri di Rossini a Vicenza, La Gazza ladra al Rossini Opera Festival coprodotto con il Teatro Comunale di Bologna, Il Cappello di paglia di Firenze di Rota a Genova, Jackie O’ di Daugherty per l’Opera Festival di Lugo, Lucia di Lammermoor di Donizetti, Il Corsaro e Luisa Miller di Verdi all’Opernhaus di Zurigo, Roméo et Juliette di Gounod e Don Giovanni Mozart al Teatro La Fenice di Venezia, un revival della Gazza ladra di Rossini a Bologna, Die Entführung aus dem Serail di Mozart al Teatro San Carlo di Napoli, La Scala di Seta al Rossini Opera Festival, Il Barbiere di Siviglia a Ginevra, Madama Butterfly di Puccini a Torino, L’Elisir d’amore di Donizetti a Valencia, The Greek Passion di Bohuslav Martinů a Palermo, Così fan tutte di Mozart a Tokyo. Al Teatro Filarmonico di Verona debutta nel 2010 con la regia di Roméo et Juliette di Gounod. Tra i progetti recenti: Don Giovanni, Le Nozze di Figaro e Così fan tutte di Mozart alla Fenice di Venezia, Butterfly al Regio di Torino, L’Elisir d’amore al Massimo di Palermo

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Tags: Damiano Michieletto
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Monika Prusak

Monika Prusak

Monika Prusak, musicologa, direttrice di coro, flautista e cantante. Diplomata in Flauto traverso presso il ZSM “I. Paderewski” di Białystok, si è laureata in Direzione di coro presso l’Università di Musica "F. Chopin" di Varsavia, in Canto presso il Conservatorio "A. Scarlatti" di Palermo e in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università degli Studi di Palermo. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi sul nonsense nelle musiche di György Ligeti e Goffredo Petrassi, e il master in Music Management presso l’Università di Musica "F. Chopin" di Varsavia. Ha al suo attivo attività concertistica come flautista, cantante e direttrice di coro, nonché conferenze scientifiche e divulgative su argomenti musicologici (Sibelius Academy di Helsinki, Accademia Polacca delle Scienze PAN, Società Italiana di Musicologia, Associazione Amici di Santa Cecilia di Roma, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Università degli Studi di Palermo, Istituto Polacco di Roma, Bologna Festival, Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo, Uniwersytet Wrocławski). È autrice di articoli di carattere scientifico e divulgativo («Res Facta Nova», «Drammaturgia Musicale», «InTrasformazione: rivista di storia delle idee», «Il Giornale della Musica», «Ruch Muzyczny», «Krytyka Muzyczna», Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Opera di Wroclaw). Collabora con le riviste online «Il Corriere Musicale» e «Il Mondo della Musica». Dal 2012 collabora in qualità di relatrice, autrice e curatrice musicologica con l'Istituto Polacco di Roma e l'Ambasciata di Polonia a Roma. È socia dell’Associazione Nazionale Critici Musicali.

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