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Bianca De Mario di Bianca De Mario
24 Aprile 2015
in OPERA
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Home OPERA
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La Tosca del Covent Garden: perché rivedere un’opera come questa nelle sale cinematografiche?


di Bianca De Mario


D OPO Mahagonny di John Fulljames, che visualizza in maniera caleidoscopica il capolavoro di Brecht e Weill, la Royal Opera House torna nelle sale cinematografiche con la ripresa della Tosca del 2006, firmata da Jonathan Kent e Antonio Pappano. Un intrigante cortocircuito quello dell’opera al cinema, che sia registrata o dal vivo. In questo caso (ri)vediamo (ma solo sul grande schermo!) uno spettacolo prodotto quasi dieci anni fa, registrato dal vivo in una successiva ripresa, rimontato per la televisione e riproposto nei cinema. Nel 2012 ne esce il dvd, per la Warner Classics, mentre lo scorso 15 aprile è stato eccezionalmente ripreso come tappa extra, all’interno della stagione Live Cinema Season del Covent Garden.

Certo una bella matassa da dipanare che, al di là dei soliti ingranaggi di marketing e degli stradiscussi meccanismi sulla globalizzazione della cultura, ci spinge a porci, tra le tante, una sola domanda: perché rivedere un’opera come questa al cinema?

Le risposte sono tante. Innanzi tutto perché questa produzione è ormai uno dei fiori all’occhiello del Covent Garden. Complice indiscusso è senza dubbio il cast originale che mette insieme Angela Gheorghiu, Jonas Kaufmann e Bryn Terfel. La regia di Kent è “classica”: fedele all’ambientazione ottocentesca e ai dettami di libretto e partitura, dalla colonna dell’acqua santa in chiesa sino al parapetto di Castel Sant’Angelo, ma non rinuncia a “quel certo non so che” di britannico, che conferisce al tutto semplicità ed eleganza. Lo stesso dicasi per le scenografie di Paul Brown, costruite con rigore, ma evocative nel loro continuo riferimento a uno spazio altro, non visibile (si pensi al pastorello fuori scena del terzo atto).

Dal punto di vista prettamente musicale, la direzione di Antonio Pappano è una garanzia. Al tempo stesso questa sua precisione è un punto dolente per chi realizza il montaggio: le sfumature nella dinamica e il gioco timbrico tra le parti rischiano a volte di perdersi al cinema, dove il fortissimo di Puccini in salsa Pappano mette a volte a dura prova chi ha le casse dietro le orecchie. La realtà teatrale sul grande schermo è poi una prova estrema anche per i migliori cantanti: l’occhio invasivo della videocamera è come se li passasse al microscopio. Un sopracciglio alzato, un occhio che si muove, una goccia di sudore, una parola sussurrata o solo mimata: ogni dettaglio contribuisce ad amplificare la nostra partecipazione, ad enfatizzare l’empatia con l’elemento musicale, assottigliando il confine tra finzione e realtà. E forse è questo il vero motivo per cui vale la pena rivedere Tosca al cinema. Un’opera sulla ribellione e la libertà, sulla tortura come strumento del male, sul cambiamento indotto dall’odio e dall’amore.

Il grande schermo abbatte la maschera dell’attore teatrale. Ecco perché una musica, splendida, e una voce divina non bastano, ci vuole di più. La Gheorghiu, ha una voce ineccepibile, è la vera lama con cui uccide Scarpia e trafigge il nostro schermo; seducono la sua bravura e la sua bellezza, anche se a momenti sembra per lei difficile lasciarsi andare completamente (gli strascichi del vestito da sposina con i bei ricami in organza non aiutano affatto). Il Cavaradossi di Kaufmann ha quel fascino misterioso che resta però sempre un po’ distante: è interamente se stesso e arriva al pubblico negli acuti, splendidi, ma nei pur salienti momenti in diminuendo, la sua voce si opacizza e il suo gesto teatrale non convince mai fino in fondo. Padrone indiscusso della scena è Terfel, che solo due mesi fa avevamo rivisto nei panni dell’Olandese volante: la prova vivente che l’attorialità e la vocalità sanno catturare lo spettatore, destabilizzarlo, facendo passare del tutto in secondo piano persino un corpo ingombrante e un visino non certo d’angelo. La scena della tortura (non vista!) è da pelle d’oca. Il suo Scarpia sogghigna, manipola, mente con gesti studiatissimi ma di estrema naturalezza, tanto che il suo sadismo a volte cela un’ombra che si trasforma in un malessere molto più profondo. Chapeau.

Potremmo trovarne altre di risposte, ma per ora ci basti l’accoglienza. Il pubblico (dal vivo) del Covent Garden aveva applaudito. E anche qualcuno tra le fila dello Space Odeon di Milano, qualche appassionata melomane che, come in loggione, parla della Callas e di Karajan, scatta persino un paio di foto.

Pochi giovani e niente pop-corn, per il momento. Ma si sa, è pur sempre solo un’opera… o no?

Tags: Antonio PappanoConvent GardenRoyal Opera HouseThe Space CinemaTosca
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Bianca De Mario

Bianca De Mario

È assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. Nel 2013 ha concluso un dottorato di ricerca in Comparatistica presso l’Università degli Studi di Siena, con una tesi sull'opera seria settecentesca tra drammaturgia e regia. Ha studiato pianoforte e recitazione e condotto alcuni periodi di studio in Francia e negli Stati Uniti. Collabora con enti musicali e teatrali e centri di ricerca.

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Commenti 1

  1. Giuseppe Tavella says:
    11 anni fa

    Credo che ci siano almeno due vantaggi nel vedere un’opera al cinema. Il primo e’ il prezzo del biglietto d’ingresso sicuramente piu’ basso. Il secondo e’ la comodita’ perché chi non abita vicino alla citta’ in cui si svolge lo spettacolo potrebbe avere difficolta’ . A Milano ho apprezzato molto le opere sul grande schermo mente non avrei avuto la possibilita’ di andare alla Prima della Scala.

    Rispondi

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