I numeri dello spettacolo

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Musica ed economia  Alcune riflessioni sui dati economici diffusi dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Siae e dell’Economist Intelligence Unit in materia di musica dal vivo


di Giuseppe Pennisi


Quasi contemporaneamente, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (Mibac), la Società Italiana degli Autori e degli Editori (Siae) e l’Economist Intelligence Unit (Eiu) hanno pubblicato dati sul teatro in musica dal vivo. Non si tratta di dati omogenei: quelli del Mibac sono racchiusi in una paginetta relativa al 2012 (diffusa nel febbraio di quest’anno) e si riferiscono all’intero comparto dello spettacolo dal vivo da cui enucleare le statistiche sul teatro musicale. La Siae arriva sempre con un po’ di ritardo; quindi, l’ultimo annuario riguarda il 2010 ma sono stati anche pubblicati raffronti tra l’andamento dello spettacolo dal vivo nel primo semestre 2011 e nel primo semestre 2010. Il lavoro Eiu (riassunto sul settimanale The Economist del 4-10 maggio) riguarda un solo comparto del teatro in musica: il musical in alcune delle sue molteplici accezioni. Ne approfondisce più gli aspetti commerciali e gestionali che quelli artistici.

Dai numeri tuttavia si possono trarre spunti per alcune riflessioni. Iniziamo da quelli Mibac. Nonostante il sostegno dato dal Fondo unico per lo spettacolo alla lirica, alla musica ed alla danza (290 milioni di euro su un totale Fus di 360 milioni di euro), il settore sta complessivamente facendo retromarcia (i tagli del Fus hanno probabilmente influito): 3.500 rappresentazioni liriche, 14.000 concerti di musica leggera, 6.800 di danza rispetto a 81.000 di teatro di prosa. Due milioni di spettatori paganti per la lirica, 3.4 milioni per la concertistica, 2 milioni per il balletto rispetto a 14.2 milioni per la prosa. Raffronti con altre forme di spettacolo (ad esempio il cinema) sarebbero impietosi.

I dati Siae confermano tutto sommato questo quadro. Per quanto riguarda i dati 2010, la spesa al botteghino per l’acquisto di biglietti e abbonamenti ha superato i 2,370 miliardi con un aumento del 3,97% rispetto al 2009 grazie ai risultati conseguiti soprattutto dal comparto cinema, mostre e teatro. In flessione invece il volume d’affari (-3,14%). Il cinema è il settore che ha fatto registrare i migliori risultati con segni positivi in tutti gli indicatori, dal numero di spettacoli (+43,26%) e biglietti venduti (+10,39) alla spesa al botteghino (+16,37%), spesa del pubblico (+14,33%) e volume di affari (+16,22%). Nel complesso stabile l’attività teatrale, mentre in ascesa è il settore delle mostre ed esposizioni con un volume d’affari cresciuto del 28,01% rispetto al 2009. Invece, l’attività concertistica che comprende sia la musica popolare che quella classica, a fronte di una maggiore offerta di spettacoli, ha fatto registrare un calo degli altri indicatori (-3,47% negli ingressi, -3,6% nella spesa al botteghino e -4,63% nella spesa del pubblico). Raffrontando il primo semestre del 2011 con lo stesso periodo nel 2010, il comparto delle attività teatrali (prosa e musica) è caratterizzato da forti flessioni: spesa al botteghino (-5,68%); spesa del pubblico (-7,97%); volume d’affari (-6,60%) e ingressi (-1,24%). In aumento solo l’offerta di spettacoli (+1,79%). In questo comparto, l’unico settore che mostra un andamento generalmente positivo è la lirica (spettacoli +4,84%; ingressi +12,68%; spesa al botteghino +11,18%; spesa del pubblico +11,27% e volume d’affari +11,27%). I concerti hanno visto diminuire il loro pubblico (ingressi -6,48%) e questa flessione ha inciso sulla spesa al botteghino (-2,75%), sulla più generale spesa del pubblico (-5,41%) e sul volume d’affari (-0,68%). Anche in questo settore è aumentata solo l’offerta di spettacoli (+17,13%). Senza dubbio, la crisi economica e finanziaria in corso dal 2007 (e che incide sui portafogli delle famiglie) è una determinante importante. Difficile dire da cosa dipenda l’andamento anomalo della lirica; vi hanno probabilmente influito gli appelli (tra cui quello di Riccardo Muti al Teatro dell’Opera di Roma alla presenza del Capo dello Stato) per evitare che, nel comparto, si spegnessero le luci.

Molto differente il quadro dai dati Eiu. Il teatro musicale di stile anglosassone è vivo e prospero come non mai e si sta espandendo in tutto il mondo. Senza tener conto dei diritti cinematografici e televisivi, al solo botteghino, dal 1986 la rock opera The Phantom of the Opera ha incassato 6 miliardi di dollari, The King Lion (debutto nel 1997) 5 miliardi di dollari, uno spettacolo a basso costo come Cats (1981) 3 miliardi di dollari, un altro low cost del 1999, Mamma Mia!,  2 miliardi di dollari, Miss Saigon, un adattamento di Madama Butterfly (1991) 1,5 miliardi di dollari. E via discorrendo. L’Estremo Oriente sta entrando nel giro: è partito da Seul un revival di Dreamgirls che arriverà in Europa ed in America. Sta per debuttare Shangai, Shangai che dovrebbe essere cantato (arie, concertati, recitativi) in cinese ed andare per il mondo con sottotitoli.

Si può facilmente ironizzare sostenendo che questi titoli hanno poco o nulla a che vedere con la musica colta. Non solamente il teatro in musica di marca anglosassone è spesso il modo più efficiente e più efficace per avvicinare nuovo pubblico alla musa bizzarra ed altera ma negli Stati Uniti ed altri Paesi, nei quali l’opera e la concertistica non ricevono quasi alcun sussidio pubblico, prosperano ed innovano. Numerosi teatri d’opera tedeschi (il cui pubblico è tutt’altro che incolto) hanno nel loro repertorio lavori come A Streetcar Named Desire di André Previn, A View from the Bridge di William Bolcon, A Postcard from Morocco di Dominik Argento, Dead Man Walking di Jake Heggie, Willie Starl di Carlisle Floyd, Sophie’s Choice di Nicholas Maw. Solo due di questi lavori si sono visti in Italia. In effetti, mentre da noi a parte qualche raro caso e per volontà di poche istituzioni la produzione di nuove opere liriche appassisce, negli Stati Uniti è in pieno sviluppo: nel 2010 (anno di crisi) ci sono state 12 prime mondiali tra cui lavori tratti da romanzi come Il Giardino dei Finzi Contini e Il Postino. Grande attesa già adesso per La Ciociara commissionata a Marco Tutino per l’inaugurazione della nuova stagione della San Francisco Opera (2014-15).  

Chi scrive ha vissuto oltre tre lustri a Washington senza mai annoiarsi ad una nuova opera americana (se ne vedevano ed ascoltavano un paio l’anno). Non solo, nei teatri commerciali americani accanto a nuove opere di compositori statunitensi si potevano ascoltare capolavori da noi quasi abbandonati come Il Volo di Notte di Dallapiccola. I deludenti dati Siae e Mibac e l’analisi dell’Eiu ci impongono quanto meno ad aprire un dibattito, magari proprio sul Corriere Musicale.

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L'autore: Giuseppe Pennisi

Nato a Roma nel 1942, ha avuto una prima carriera negli Usa (Banca mondiale) sino alla metà degli Anni Ottanta. Rientrato in Italia è stato Dirigente Generale ai Ministeri del Bilancio e del Lavoro e docente di economia al Bologna Center della Johns Hopkins University e della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione di cui ha coordinato il programma economico dal 1995 al 2008. Frequente collaboratore di quotidiani e periodici, scrive regolarmente per Avvenire. È Consigliere del Cnel in quanto esperto nominato dal Presidente della Repubblica ed insegna alla Università Europea di Roma. Ha pubblicato una ventina di libri di economia e finanza in Italia, Usa, Gran Bretagna e Germania. Culture di musica classica, è stato Vice Presidente del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto e critico musicale del settimanale Il Domenicale dal 2002 al 2009; attualmente collabora regolarmente in materia di lirica al settimanale Milano Finanza ed al quotidiano britannico Music & Vision.

Ci sono 2 commenti all'articolo

  1. Eric Maestri

    I dati che lei riporta sono estremamente interessanti. La crisi influisce sui consumi, di sicuro. L’opera è un caso particolare come lei sottolinea. Il dibattito che lei vorrebbe aprire, mi sembra, consiste nel chiedersi de aprire al repertorio del musical le sale d’opera? Non sono contrario, anzi. E mi piacerebbe che il dibattito si aprisse. Mi piacerebbe anche capire come fa a trasformare la sua noia, o meno, in un metro di giudizio, come dice nell’ultimo capoverso. Saluti.

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