«Reka», rito collettivo e transculturale di Yuval Avital

Foto Andrea Mariniello

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Il nuovo lavoro del compositore israeliano utilizza idiomi sonori provenienti da varie culture, coinvolgendo anche grandi masse di interpreti non professionisti. Il risultato funziona a fasi alterne


di Cecilia Malatesta


ENTRARE E USCIRE DA REKA («sfondo» in lingua ebraica) è valicare le pareti sottili di una bolla, entrare in un organismo che nasce dal soffio e dal respiro sonoro di una folla che avvolge il pubblico sul quale si innesta fermo un canto Bön tibetano. E assistere alla sua lenta disgregazione, nello stesso modo in cui era stato plasmato. L’ultimo lavoro di “crowd music” di Yuval Avital (commissionato dal Warsaw Autumn Festival dove sarà eseguito il 24 settembre e co-prodotto dal Festival MiTo, a Milano l’altro ieri) riprende e sviluppa concetti cari alla poetica del musicista israeliano, la scrittura per grandi masse – centinaia di interpreti non professionisti chiamati a eseguire una partitura fatta di suoni e onomatopee dalla semplice emissione – e l’interazione con musicisti tradizionali con i quali si era già precedentemente confrontato in Kolot (2008) e Samaritani (2010). La folla e i percussionisti sono stati diretti da Dario Garegnani, Avital dirigeva i cantori solisti. In una dimensione archetipica e primordiale, una sorta di rito collettivo e transculturale in cui i tre strati – cantori, percussioni e folla – affiorano e affondano, Avital opera una semplificazione concettuale rispetto ai suoi ultimi lavori che facevano un importante uso di live electronics e visual art, servendosi qui solo della proiezione di alcuni tableaux tolti dalla partitura che scandiscono i nove reka in cui si articola l’opera.

Dal canto epico degli ebrei di Bukhara, alle tecniche difoniche di Tuva e Siberia, alla vocalità dei monaci tibetani, alla Sardegna del canto a tenore, alla tradizione vocale zulu, poteva essere facile cadere nella retorica di musica come fenomeno di aggregazione al di là delle differenze culturali e politiche, ma da tale lettura Reka sembra prendere le distanze – così come il duo di Avital col musicista palestinese Wisan Gibran non ha mai voluto essere un messaggio di pace politica – configurandosi piuttosto come esperienza e sonda di un mondo dalle infinite combinazioni timbriche. Reka si dilata e restringe in intensità, respira come un mantice in un dialogo che a tratti affascina (il contrappunto ritmato tra percussione e il bassu Omar Bandinu, la nenia quasi materna del duetto delle voci femminili, la nota ferma del canto tibetano cui fanno eco gli altri solisti e poi la folla), ma più spesso delude per la difficoltà di gestione delle masse sonore che sfuggono al controllo, attestandosi su dei fortissimi in cui tutto e niente emerge da Reka. E bene o male, nonostante dal penultimo quadro sia caratterizzato da una componente più dichiaratamente ritmica fino ad allora sconosciuta, il suono pur continuando a trasformarsi rimane troppo “uguale a se stesso”, lasciando il dubbio che tanta ricchezza timbrica, umana e culturale non sia stata sfruttata a pieno.


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L'autore: Cecilia Malatesta

Nata a Milano nel 1986, dopo svariati anni di studi pianistici classici, decide di dedicarsi alla musica dal punto di vista teorico; si laurea così in Beni culturali, indirizzo musicologico, con una tesi sulle musiche di scena di Gipo Gurrado per il teatro di “Quelli di Grock”. Dopo un periodo di studio all’Université Rabelais di Tours (2009-2010), si innamora della Francia medievale e termina gli studi magistrali sotto la guida di Davide Daolmi con una tesi che propone una rilettura del mecenatismo musicale di Eleonora d’Aquitania. Ha collaborato con il Comune di Abbiategrasso alla realizzazione del Festival di teatro urbano “Le strade del teatro” (edizione 2007) e con l’Ufficio Ricerca Fondi Musicali della Biblioteca Nazionale Braidense. Attualmente è collaboratrice Rilm Italia e cerca la propria strada, sognando che s’incroci con quella della musica antica.

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