di Redazione

auditePer un compositore del Novecento scrivere Sonate e Sinfonie implica due scelte di campo: per un verso rapportarsi a una teoria accademica della forma; per altro verso accreditarsi culturalmente, perché le grandi forme sono il terreno di elezione dei grandi compositori. Saranno pure scelte implicite, ma sta di fatto che la tradizione interpretativa spesso le assume come dati imprescindibili. Quando ascoltiamo Richter o Gilels eseguire le Sonate di Prokofiev, emerge anche la forza orgogliosa della cultura musicale russa che accampa i suoi diritti come continuazione, o addirittura coronamento, della musica colta europea. Ai nostri giorni, tuttavia, Prokofiev non ha bisogno di essere legittimato: ormai viene unanimemente considerato un grande del Novecento, nessuno può metterlo in questione, e da un talento come la pianista georgiana Elisso Bolkvadze può arrivare perciò una chiave di lettura diversa.

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Nel primo movimento della Sonata in Re minore op. 14 la percezione di un’architettura sonatistica viene forzata fino al limite estremo, tanto sono accentuati i contrasti di tempo e carattere tra le sezioni. L’esito è affascinante: la forma tiene e l’oscillazione climatica è straordinariamente eccitante, sia nell’accensione febbrile che nel lirismo dalle tinte fosche. Vero che diviene subito diffusa, a partire da Richter, la possibilità di non rispettare l’indicazione di Prokofiev per il secondo tema (Tempo I, come all’inizio del movimento), ma con Richter il rallentamento resta dentro un’impostazione classica – dove la questione sul secondo tema autorizzato a cambiare tempo fa parte del dibattito di tradizione. Tutt’altra cosa i contrasti della Bolkvadze che restituiscono un risultato centrifugo rispetto al “classicismo” di Prokofiev: non solo le differenze nei tempi sono estremizzate, ma anche tutti gli altri parametri illuminano densamente la musica di colori, accenti ed inflessioni. Nel secondo e nel terzo movimento della Sonata (un po’ più tradizionale risulta solo il IV movimento), dove non si riscontrano particolari contrasti di agogica, l’interpretazione della Bolkvadze fluisce in perfetta coerenza estetica rispetto al movimento iniziale, con esiti di esaltante dinamismo e profonda evocazione interiore.

Un lirismo e una sensibilità timbrica così rilevanti non mancano di segnare dei momenti attraenti anche negli Improvvisi D 899 di Schubert che completano il cd: la Bolkvadze è all’altezza di questa musica quanto a tenuta interiore, ma non sempre mostra una disciplina di lettura adeguata. Basta ascoltare l’inizio del primo Improvviso per avvertire una semplificazione della minuta logica dell’articolazione fraseologica schubertiana in due categorie semplici – legato e staccato – all’interno di frasi pensate dalla pianista georgiana sempre a grandi campate (tardo) romantiche. Se in Prokofiev la Bolkvadze mostra di avere i numeri per comprendere a pieno la cultura russa e persino per rileggerla, in Schubert a confronto si avverte una pratica di passaporto austriaco e tedesco in via di disbrigo, con esiti comunque già pregevoli.

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Pubblicato il 2015-10-14 Scritto da SantiCalabrò

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