di Bianca De Mario


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SONO PASSATI poco più di vent’anni dalle sue prime incisioni. Avrà forse le tempie imbiancate, Emmanuel Pahud, ma non smette certo di sorprendere e ammaliare. Dopo che la French Music for Winds, interpretata con Les Vents Français – il quintetto d’eccellenza di cui fa parte – gli ha valso il premio Echo Klassik 2014, come migliore musicista nella sua categoria, il flautista svizzero si cimenta in un nuovo viaggio nell’universo musicale francese.


Siamo stati guidati in un cammino che ci conduce verso la fine di un secolo e l’inizio di una nuova epoca


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Revolution. Così si intitola la sua nuova avventura, in uscita il prossimo 10 marzo per la Warner. Pahud fluttua magicamente, nella copertina dell’album, quasi un (super)eroe «che guida il popolo», il bavero alzato e il braccio proteso, armato di flauto. Ma un Tamino nei panni di Robespierre c’entra poco con questa storia. Sì, perché questo cd, in cui il musicista è affiancato dalla Kammerorchester di Basilea diretta da Giovanni Antonini, esplora la rapida evoluzione del concerto per flauto, negli anni che precedono e immediatamente seguono la Rivoluzione francese. Devienne, Gianella, Gluck e Pleyel rappresentano le tappe di questo percorso, un affresco dimenticato che riprende colore.

ASCOLTO ESCLUSIVO


Il Concerto n. 7, in mi minore (1787), è forse il più noto tra quelli di François Devienne, compositore, virtuoso e didatta. Il brano alterna a momenti incalzanti dell’orchestra, passaggi di serena distensione del solista: gli effetti bucolici divengono trasognati con Pahud, che tuttavia non perde mai in equilibrio e raffinatezza.

Un’aria del tutto diversa si respira nel Concerto n. 1, in re minore, composto attorno al 1800 da Luigi Gianella, flautista italiano naturalizzato francese. Impetuoso l’Allegro, al punto che Antonini sembra dover tirare le redini di un’orchestra che scalpita; quasi timido e di un’interiorità nostalgica il secondo movimento; il finale ammicca al Settecento ma gli assoli del flauto ci trasportano in un clima nuovo. Gluck ci fa fare un passo indietro, ma soltanto dal punto di vista cronologico, perché il Concerto per flauto in sol maggiore, op. 4, che risale agli anni Ottanta, è una perla che sa coniugare gli elementi della tradizione a un linguaggio già moderno: l’orchestra, arricchita con due corni, si muove con nobile eleganza nell’Allegro; l’Adagio, interpretato da Pahud con squisita dolcezza, è di una dignità malinconica mentre il Presto finale non rinuncia a pagine di grande virtuosismo.

Dulcis in fundo, il Concerto in do maggiore, B. 106, di Ignaz Pleyel, in cui gli interpreti potrebbero trovare uno sfogo ancora maggiore. È un vero e proprio tuffo verso l’Ottocento, questo brano, composto originariamente per clarinetto (1797) e riscritto due anni più tardi per flauto e violoncello: timbri pieni, contrasti più netti, atmosfere sfaccettate ma mai eccessive. E il solista non perde mai la compostezza che lo distingue. La Rivoluzione di questo titolo così forte si sarebbe insomma compiuta. O forse, più gradualmente, siamo stati guidati in un cammino che ci conduce verso la fine di un secolo e l’inizio di una nuova epoca.

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Pubblicato il 2015-02-25 Scritto da BiancaDe Mario

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