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Interno Metafisico – Daniela Terranova

Paolo Carradori di Paolo Carradori
18 Febbraio 2016
in UNA COMPOSIZIONE, UN COMPOSITORE
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Home UNA COMPOSIZIONE, UN COMPOSITORE
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di Paolo Carradori

Nella quarta edizione del festival Play It!, spazio interamente dedicato ai compositori d’oggi, tenutasi al Teatro Verdi di Firenze nel settembre 2015, tra le tante opere in programma Interno Metafisico. “D’après De Chirico” per orchestra d’archi di Daniela Terranova (Udine, 1977) – prima assoluta, commissione Fondazione ORT, direttore Luca Pfaff – ha sorpreso per l’originalità della trama compositiva come per il rigore estetico. Cerchiamo di approfondirne le tematiche con la compositrice.

Il suo lavoro sorprende subito nel rincorrersi nervoso delle corde stoppate, pizzicate, nei sibili misteriosi, nello sviluppo di onde sonore, cicliche e sospese su un silenzio come vuoto enigmatico. È possibile leggere il suo interno metafisico come una condizione di irrelatività, negazione di significato?
daniela-terranova«È possibile leggerlo come negazione di un’evidenza, come rappresentazione di un immaginario sottile, che è espressione della spiritualità dell’uomo contemporaneo. Il suono può essere espressivo di per se stesso e non necessariamente per qualcosa di estraneo che dovrebbe rappresentare o significare. In questo lavoro il trattamento della texture, scabra, materica e tuttavia astratta, supera l’aspetto propriamente figurativo, cercando di evocare piuttosto che raccontare, ricorrendo a procedimenti di accumulazione e rarefazione, densità e trasparenza, e disegnando un’arcata formale di ampio respiro attraverso la graduale metamorfosi dei gesti sonori iniziali. La materia dell’opera è silente, ma viva, capace di costruire una drammaturgìa sonora fortemente polisemica. In una simile concezione, la stessa gestualità legata al materiale di cui si compongono gli strumenti ad arco costituisce una possibile fonte di senso. I significati quindi risiedono nel flusso sonoro, concepito come somma di elementi armonici e inarmonici, e nella gestualità stessa dei musicisti che dipingono quasi una coreografia del suono. L’atto creativo si traduce nel tentativo di catturare l’impressione, piuttosto che fornire una descrizione».

Visto che lo cita nel titolo, si potrebbe immaginare la sua partitura come la tela dove De Chirico sistema con solennità e ironia personaggi, oggetti, che tra loro pare non abbiamo nessuna possibilità di coesistere?
«Le tele di De Chirico sono abitate da oggetti silenziosi e personaggi enigmatici o immaginari. Simili contenuti hanno una fortissima relazione con i ricordi e i sogni, attraverso i quali si manifesta lo stile metafisico dell’artista. Il riferimento agli interni metafisici di De Chirico si nutre della forte suggestione di immagini che trovano una compiuta articolazione solo nello spazio della rappresentazione mentale. L’attenzione dello spettatore viene rapita da una forza che sembra nascondersi al di fuori del quadro, e la sua mente è spinta ad immaginare cose non rappresentate espressamente dalla pittura, attraverso una continua sensazione di straniamento, suggerita da oggetti o presenze incongrue, tra loro distanti, scollegate, che suscitano fantasie inconsce. Molti oggetti o statue sono simbolo di una finzione, che all’interno della tela riesce ad umanizzarsi. Gli stessi miti classici antichi, con i quali l’artista aveva familiarizzato durante la fanciullezza in Grecia, diventano nuovi e contemporanei, rivelando la forza e il mistero dell’archetipo. Similmente, la prima parte di Interno metafisico si apre con un denso e astratto brulichio materico di corde pizzicate e legno percosso. Questi suoni hanno una valenza fortemente simbolica: appartengono ad un orizzonte materico, alla categoria del ‘rumore’. Tale categoria è metafora di una materia non ancora formata, che, grazie alla presenza degli interpreti, gradualmente si umanizza, divenendo materia sensibile fino a scomparire nuovamente, attraverso un lungo procedimento di dissolvenza, in un silenzio colmo di attese e nuovi interrogativi».

In un’opera con queste caratteristiche il coinvolgimento dell’orchestra deve essere totale. Al di là della pagina scritta come trasmetti la complessità, non solo strumentale, dei suoi significati più profondi?
«Il coinvolgimento dei musicisti deve essere totale. Bisogna rendere merito ai professori d’orchestra dell’ORT, perché si sono sempre mostrati interpreti straordinari, disposti ad ascoltare e collaborare con i compositori per la piena realizzazione dell’idea compositiva. Una buona relazione con l’interprete è fondamentale per la riuscita del lavoro, ma non può essere data per scontata. In alcuni contesti si trova ancora molta diffidenza rispetto ad una scrittura non proprio tradizionale. Play it! rappresenta al contrario un’isola felice e assai fertile per la creatività contemporanea italiana. Tutto quello che un compositore vuole trasmettere è scritto in primis in partitura, anche se bisogna essere capaci di leggere cosa si nasconde oltre le indicazioni tecniche, poiché non tutto può o deve essere scritto. Molto è affidato alla sensibilità dell’interprete che contribuisce a costruire i significati dell’opera. Non esiste un unico tipo di ‘scrittura’, ma tante possibili soluzioni a seconda dell’idea e dell’intenzione compositiva. Le scritture si sono moltiplicate permettendo al compositore di inventare un proprio linguaggio, proiettandosi nel futuro. Così come per Barthes “la letteratura diventa l’utopia del linguaggio”, potremmo dire che la composizione è l’utopia del segno, al quale si chiede di essere preciso e dettagliato in riferimento alle indicazioni tecniche ma allo stesso tempo espressivo, forte e portatore di significati astratti. In Interno metafisico, la scelta del materiale e la scrittura adottata in partitura sono strettamente connesse all’idea che anima il lavoro. Lo intendo quasi come una natura morta, dove fisica e metafisica si intrecciano attraverso l’iterazione di gesti che connotano una scena ‘rituale’. Grazie alla gestualità dell’interprete il suono può essere visto, oltre che ascoltato. La stessa presenza fisica degli strumenti musicali acquista un valore simbolico molto forte simile a quello delle nature morte seicentesche: è una presenza che indica all’uomo la possibilità di sopravvivere attraverso l’arte».


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Paolo Carradori si interessa di musica jazz e contemporanea con ruoli diversi (organizzatore, critico musicale, curatore di programmi radiofonici, ufficio stampa, consulente musicale, produttore). Nel 2010 fonda, con musicisti e operatori del settore, l’Ass.ne “Greedo Music Project” www.greedomusic.com. Ha collaborato come critico musicale con il bimestrale Jazzit e curato una propria rubrica su Jazzconvention.net. Attualmente scrive per “Il Giornale della Musica”, “Musica Jazz” e “Alfabeta2”. Dal 2015 è Direttore Artistico della Sala del Rosso di Firenze. Ha pubblicato: per Editrice Effequ “Sax Appeal-Il sassofono nel jazz” (2009) e “Non sparate sul pianista-Note sul piano jazz” (2011), per Marco Del Bucchia Editore “Giancarlo Cardini: la musica, il novecento” (2011).

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