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Un’infinita primavera attendo, in memoria di Aldo Moro

Simone Ciolfi di Simone Ciolfi
11 Dicembre 2016
in XX e XXI
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Home XX e XXI
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Il centenario della nascita del politico italiano. Grande successo alla prima assoluta dell’opera firmata da Sandro Cappelletto e Daniele Carnini commissionata dall’Accademia Filarmonica Romana


di Simone Ciolfi foto © Giusto/Carabella


Fra i compiti rituali dell’opera musicale c’è quello di rievocare i defunti, sia per lenire il dolore della perdita, sia per favorire un processo educativo e purificante. Perché in teatro i defunti ci visitano come in sogno, reclamando giustizia e un luogo nella memoria di chi sopravvive. Sandro Cappelletto e Daniele Carnini hanno rievocato Aldo Moro in Un’infinita primavera attendo, un’“opera italiana”, come loro sottolineano (non un melologo, non un genere nuovo), rappresentata venerdì 9 dicembre al Teatro Palladium per l’Accademia Filarmonica Romana. E lo spirito di Moro è tornato nel testo di Cappelletto, che ha ben giocato sul compromesso che il linguaggio trova con la realtà; quella della società, ma anche quella dell’interiorità. Perché questo è il nodo più delicato: quanto ambiguo possa diventare il linguaggio per salvare gli equilibri della politica, gli interessi e i diritti del singolo. Di sicuro c’è un punto in cui tale impegno diventa controproducente, perché alcuni avvertono di non essere più tutelati, e l’isolamento finale di Moro ce lo testimonia.

L’opera si regge tutta sul testo e sul canto, che rappresentano la dimensione storica della narrazione, l’elemento coagulante; la parte orchestrale è invece la dimensione profonda, quella del non detto, forse dell’inconscio. Un gioco di equilibri che ha ascendenze nella tradizione dell’opera, ben conosciuta dagli autori. Lo spettatore segue, dunque, senza saperlo, un doppio binario, stimolante per il senso critico e per il piacere polifonico della percezione.

Il canto è sempre pericoloso nell’opera contemporanea, poiché è l’elemento più difficile da piegare alla rappresentazione del presente. Carnini riesce, però, a trasfigurarne i tratti facendone il segno di ciò che c’è di distorto e sofferente nei personaggi. In generale, dalla partitura promana un’ispirazione figurale, mimetica, che si ispira alle immagini e agli spunti del libretto. In più, dalla musica proviene quel fattore di nostalgia e d’attesa, svelata dal titolo, che per noi tutti ha sempre il gusto della speranza (in una società migliore, in un mondo migliore?) e che finisce per diventare metafora della speranza stessa di Moro, speranza religiosa, nutrita di fede. Il Cardinale ricorda un po’ un inquisitore, la sua violenza è stata ben suggerita, ma si finisce per sovrapporlo ad altre figure simili della tradizione operistica. Potente il concertato finale della scena ultima, punto di grande pregio dello spettacolo. 

C’è di buono nell’opera, che non la si avverte come una produzione troppo attuale, ma come uno spettacolo fuori dal tempo. Si comprende anche senza riferimenti storici, e, in fondo, l’unico personaggio storico è il Presidente, cioè Moro. La scena è senza tempo, e le proiezioni le donano profondità e movimento. In questo l’opera, in generale, si differenzia dal cinema e dalla televisione: c’è la concretezza dei luoghi e la virtualità dello schermo, che insieme aumentano, come prima si diceva, la polifonia della percezione.

Il tutto ha convinto: voci, strumentisti, direttore, regia. Dal tutto promana un senso di omogeneità, si avverte che le varie componenti dell’opera, spettacolo quanto mai delicato e complesso, si potenziano l’una con l’altra. Meno convincente la presenza dei lottatori Aikido, che sono riuscito a spiegarmi solo dopo la lettura del libretto. Ammirevole da parte di tutti il profondere impegno sociale nell’opera, perché da una parte ciò rivela l’importanza che gli autori danno allo loro creazione, dall’altra è un sollievo, almeno per chi vive in un mondo di svenevoli stupidaggini televisive. Un aspetto storico, anche questo dell’impegno, veramente ben attualizzato.

Tags: Aldo MoroDaniele CarniniSandro Cappelletto
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Simone Ciolfi

Simone Ciolfi

Attento ai rapporti tra comunicazione ed emozione in ambito musicale, Simone Ciolfi, pianista e musicologo, porta avanti l'attività di insegnante, saggista e divulgatore insieme a quella di ricercatore e organizzatore musicale. Laureatosi presso l'Università La Sapienza di Roma, Simone Ciolfi si è addottorato presso l'Università di Roma Tor vergata e presso la medesima università ha tenuto laboratori di analisi musicale e grammatica della musica. È autore di saggi sulla musica del primo Novecento in Italia e su Luigi Dallapiccola, sull'evoluzione del concetto di 'tradizione' nella musica tra Sette e Novecento, sui rapporti tra teoria musicale e composizione a cavallo tra Seicento e Settecento, e sulla programmazione artistica delle istituzioni musicali italiane nel Novecento e nel periodo contemporaneo. Dal 2006 al 2010 è stato Segretario di redazione della Rivista italiana di Musicologia (SIdM). Ha partecipato a numerosi convegni in Italia e all'estero. Come saggista collabora con l'Accademia di S. Cecilia, la Filarmonica della Scala, l'Accademia Filarmonica Romana, il Festival pianistico di Brescia e Bergamo, il CIDIM, l'Associazione A. Scarlatti di Napoli. Ha pubblicato articoli su Amadeus e Classic Voice. Da gennaio 2011 a gennaio 2013 è stato redattore delle riviste Symphonia e Lyrica. Per la Società editrice di Musicologia (SEdM) sta preparando l'edizione critica dei Duetti di Francesco Durante e ha curato per la Fondazione Boccherini di Lucca un volume su Jules Massenet. Insegna Music History presso il Saint Mary's College (Notre Dame, Indiana). Collabora dall'ottobre 2014 con Il Corriere Musicale

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