La nascita del cd: quei 74′ 33” che hanno fatto la storia

Herbert von Karajan promuove il Compact-disc con Joop van Tilburg (responsabile audio Philips) e Akio Morita (presidente Sony)

TECNOLOGIA


Prima di arrivare alla possibile capienza dei 90 minuti, il cd era stato originariamente pensato per contenere al massimo la durata della Nona di Beethoven diretta da Wilhelm Furtwängler.


di Vittorio De Iuliis


Sono passati ormai più di trent’anni dall’introduzione del compact-disc, il formato di memorizzazione di dati digitali che ha cambiato la storia dell’informatica e delle registrazioni multimediali. Se nell’informatica la sua importanza è riconosciuta da tutti, nel mondo degli audiofili molti sono i nostalgici del vecchio vinile, con tutti i suoi problemi, ma col pregio di un suono forse meno freddo, più umano. A mettere in pericolo la sopravvivenza del compact-disc sono da una parte il revival del vinile, dall’altra lo straordinario sviluppo del mercato della musica liquida, ovvero del commercio dei formati digitali pensati per internet e indipendenti dal mezzo di memorizzazione. Ma c’è un piccolo mistero, a distanza di anni, che continua ad aleggiare su questo disco ottico: i 74 minuti e 33 secondi di musica che può contenere. Un tempo strano, quasi incomprensibile: perché non 70, o 75 minuti? Perché quei 33 secondi? E se vi dicessi che è tutta colpa di Beethoven e di Furtwängler? Avete letto bene: quei 74 minuti e 33 secondi furono scelti per consentire al nuovo formato di contenere la registrazione della nona sinfonia di Beethoven diretta da Furtwängler nel 1951 al Festival di Bayreuth.

Wilhelm Furtwängler

Beh, intendiamoci, la storia è un po’ più complicata di così, e spesso è citata come una leggenda metropolitana, ma ci sono molti indizi che sembrerebbero confermarne la veridicità. Sfortunatamente la Philips, nell’aggiornare il sito del comparto di ricerca, ha rimosso un articolo che spiegava nel dettaglio i perché della scelta. Per fortuna, però, è consultabile in rete un interessante articolo che approfondisce la questione, apparso sull’IEEE Information Theory Newsletter, mensile dell’Istituto internazionale degli Ingegneri elettrici ed elettronici che raccoglie alcuni dei più importanti contributi alla ricerca nel settore della Teoria dell’informazione.

Vediamo, molto brevemente, di ripercorrere le tappe fondamentali della nascita del compact-disc. La Philips, già nei primi anni’70, era alla ricerca di un nuovo supporto portatile e robusto per immagazzinare dati. C’erano molte strade aperte, soprattutto grazie alla nuova tecnologia digitale. Nonostante il neonato digitale fosse molto promettente, molti erano convinti che l’analogico fosse ancora la scelta migliore, soprattutto in virtù della (massima) qualità alla quale si era giunti in quel periodo. Pochi anni dopo, a fine anni ’70 (siamo tra ’78 e ’79) alla Philips si aggiunse la Sony, in una quasi incredibile joint-venture finalizzata alla definizione di uno standard condiviso per il nuovo formato. Molti erano i parametri da scegliere, e i due team di ricercatori facevano proposte spesso contrastanti.

Solo su una sembrava esserci già da subito un accordo di massima: la capacità di 60 minuti di registrazione sonora, corrispondenti ad una certa quantità di byte memorizzabili a seconda di alcune caratteristiche puramente tecnologiche da determinare (nello specifico, frequenza di campionamento e profondità di quantizzazione, dati che generano il vero e proprio bit-rate del flusso digitale). A questi 60 minuti, mediante varie tipologie di codifica, seguivano le proposte di un certo diametro per il compact disc: Philips spingeva per i 115 mm e Sony per i 100 mm, quasi certamente pensando già allo sviluppo di lettori portatili. Poi, improvvisamente, ad inizio 1980 la capacità fu modificata in 74 minuti e 33 secondi, un dato completamente inusuale: i 60 minuti erano pensati per rivaleggiare con gli LP e sembravano sufficienti per poter stipare anche le registrazioni più lunghe (opere, ad esempio) su più dischi, mantenendo comunque contenuta la dimensione del supporto fisico.

La lettura della Nona di Beethoven considerata all’epoca “di riferimento” era quella del 1977 di Herbert von Karajan con i Berliner Philharmoniker, circa 66 minuti di musica. Lo stesso Karajan fu impegnatissimo nello sviluppo di questa nuova tecnologia

Volendo essere precisi, lo standard scelto inizialmente e poi modificato (il cosiddetto “Red Book”, versione espressamente dedicata al sonoro del generico compact-disc), in nessun modo si riferisce direttamente al tempo di registrazione; esso fissa però parametri tecnici piuttosto precisi sulla natura dei “solchi” incisi sul disco, e stabilisce anche delle precise fasce di tolleranza: se si rispettano fedelmente i dati consigliati la capacità temporale del disco è di 74 minuti e 33 secondi. La motivazione del cambiamento dei parametri tecnici, riportata nell’articolo sul sito Philips e citata nell’articolo dell’IEEE, è tanto semplice quanto curiosa: “Il tempo di riproduzione fu determinato da Beethoven”, seppur dopo la sua morte.

La moglie di Norio Ohga, vice presidente della Sony, suggerì al marito di scegliere una capacità che ben si sposasse con uno dei brani di musica classica più noti: la nona sinfonia di Beethoven. Norio Ohga, che aveva studiato al Conservatorio di Berlino, probabilmente non fu dispiaciuto di questo consiglio, che peraltro consentì di tornare a riflettere su altri problemi che riguardavano ulteriori parametri importanti da decidere per il nuovo formato. In particolare, la lettura della nona considerata all’epoca “di riferimento” era quella del 1977 di Herbert von Karajan con i Berliner Philharmoniker, circa 66 minuti di musica. Non incidentalmente, lo stesso Karajan fu impegnatissimo nello sviluppo di questa nuova tecnologia, attento come sempre nella sua carriera alla possibilità di diffondere la sua opera nel miglior modo possibile, e ne firmò il debutto nel 1981 con la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss, il primo vero test di compact-disc fisicamente realizzato (curiosamente, il primo a finire sugli scaffali fu “Visitors” degli ABBA). Si pensò di controllare quale fosse la più lunga registrazione della nona sinfonia di Beethoven disponibile in commercio. La risposta fu quasi immediata: la celebre registrazione EMI di Wilhelm Furtwängler, registrata dal vivo a Beyreuth nel 1951. Alcune fonti affermano che questa interpretazione fosse anche la preferita dalla moglie del vice-presidente della Sony. In ogni caso, essa era particolarmente lunga, ben più dei soliti 65-70 minuti di una tipica nona, ma la fama di Furtwängler era così grande che i 74 minuti e 25 secondi della registrazione (più le pause tra le tracce) furono scelti come standard per il compact disc.


Nonostante il neonato digitale fosse molto promettente, molti erano convinti che l’analogico fosse ancora la scelta migliore, soprattutto in virtù della (massima) qualità alla quale si era giunti


E qui viene il bello: per memorizzare una tale quantità di musica senza ricorrere a sacrifici qualitativi era necessario aumentare il diametro del supporto agli attuali 120 mm. Nella realtà dei fatti ci fu dunque certamente qualche altro motivo molto importante che permise una simile scelta. Il più probabile di questi è che la Sony spingesse per i 120 mm sapendo che la Philips aveva già preparato tutti i mezzi necessari alla fabbricazione dei supporti da 115 mm ed era dunque molto avanti. È allora ipotizzabile che pur di tornare in una condizione di parità la Sony cercò di imporre una capacità di registrazione maggiore, giustificando questa necessità con l’esistenza di una importantissima incisione musicale che non sarebbe stata contenuta in un singolo disco. Nonostante probabilmente il merito (o la colpa) dei 74 minuti e 33 secondi non sia unicamente di Beethoven, ma piuttosto delle difficoltà della Sony a tenere il passo di Philips, fu effettivamente la nona di Furtwängler, con la sua strana durata, a determinare la capacità musicale dei compact-disc. Fino al 1988, ad ogni modo, non fu possibile utilizzare tutti quei minuti per ragioni puramente tecnologiche che impedivano di sfruttare pienamente lo standard: solo in quell’anno la storica nona di Furtwängler riuscì a vedere la luce su un unico disco.

Da allora in poi la tecnologia ha fatto passi da gigante, consentendo di superare il limite dei 74 minuti del “Red Book” pur conservandone la compatibilità con gran parte dei vecchi lettori, spremendo ai limiti le tolleranze imposte nello standard. E così il vecchio e caro compact-disc si è adattato agli 82 minuti e 34 secondi della quinta sinfonia di Bruckner incisa da Thielemann con la Filarmonica di Monaco nel 2004. E se è vero che i numeri sono numeri, è anche vero che la poesia di quella nona di Furtwängler è ben altra cosa.

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L'autore: Vittorio De Iuliis

Giovane critico musicale, affianca da sempre alla pura formazione scientifica un bruciante amore per la musica. Ne scrive, sempre dalla parte del pubblico, tentando di gettare ponti e immaginare collegamenti con gli altri campi del sapere e dell'arte.

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