Verdi a Bologna, un altro « Macbeth »


Direzione di Roberto Abbado e regìa di Wilson: lo spettacolo del 2013 torna immutato in allestimento e interpreti, ma con una nuova solidità


di Francesco Lora Foto © Rocco Casaluci


LO SPETTACOLO INAUGURALE DELLA STAGIONE 2013 del Teatro Comunale di Bologna, un Macbeth ideato per festeggiare i duecento anni di Giuseppe Verdi, aveva lasciato il segno più nelle strombazzate aspettative che negli interlocutorii esiti. Ma tale era stato lo sforzo produttivo da imporre nella stagione presente, per otto recite dal 6 al 17 ottobre, l’ottimizzazione del patrimonio e l’ostinata ripresa dello spettacolo. Spettacolo rimasto immutato non solo nel costoso allestimento, ma anche nel grosso degli interpreti: difficile mettere in conto prove lunghe e gravose per nuovi arrivati. Molti abbonati avranno sbuffato nel ritrovare in cartellone una rappresentazione già vista e poco entusiasmante. Nel contempo, molti avranno fatto la pace con una produzione che oggi vanta altra maturità e attinge risultati insperati.

Lo staticissimo spettacolo con regìa, ideazione luci, scene e coreografia di Bob Wilson, e costumi di Jacques Reynaud, era parso allora mera astensione dal lavoro sul testo teatrale. Dopo quasi tre anni, se ne godono piuttosto la fredda stilizzazione e l’estetizzazione estrema, la consistenza in tableaux onirici anziché la negazione narrativa e analitica, osservando come ciò non noccia a una partitura che sa ribollire da sé.

La sorpresa maggiore, un vero e proprio ribaltamento, viene dalla concertazione di Roberto Abbado. Là era stata lenta, molle, sfocata, gettando nell’imbarazzo chi doveva riferirne; qui è al contrario sempre tesa, vivida, cangiante, trascinante, abile nell’assecondare le necessità del cantante e nel valorizzare le prime parti dell’orchestra, senza tuttavia sminuire o deviare le pretese del testo scritto. Là un Abbado in periodo no, qui una bacchetta maiuscola. Un altro Macbeth. Continua solo a spiacere, nel sodalizio tra regista e direttore, il taglio sciagurato del Ballo nell’atto III; e però, tre scene dopo, lo si benedice di fronte al punto più debole dello spettacolo: mentre l’eccellente coro bolognese intona «Ondine e silfidi | dall’ali candide» e Macbeth svenuto posa come il cavaliere nel Sogno di Raffaello, due figuranti danno luogo a una pantomima di demenziale goffaggine, e illustrano così sia la sagacia del Wilson coreografo sia il danno risparmiato alla miglior musica sinfonica verdiana.

Tra le due compagnie di canto, la seconda insidia la prima per qualità. Il solo cambiamento notevole rispetto al 2013 è la coppia delle Lady Macbeth. Una è Amarilli Nizza, avvantaggiata dalla naturalezza italiana di fonetica, fonazione, natura timbrica e spontaneità espressiva; tutto messo in crisi, però, da mezzi tecnici e retorici poco adeguati e da una vocazione verista che induce a strafare: il versante virtuosistico della scrittura è sbrogliato alla buona e la perfidia della donna è ostentata fino alla caricatura. Va preferita Stefanna Kybalova, vetrosa nel timbro e tagliente nell’emissione, ma in modo tale da sbozzare già così un carattere; il volume è importante, eppure ella sceglie di cantare perlopiù piano, lusingando e insinuando; il personaggio è malvagio, ed ella sa e dimostra come la cattiveria per professione debba rimanere pacata e insospettabile.

Il Macbeth di Dario Solari rimane giovanile ed esitante, migliora nell’intonazione ma declina nello smalto. Va preferito, anche in questo caso, quello di Angelo Veccia, più misurato, elegante e omogeneo, sospeso tra baldanza e pessimismo. E la seconda compagnia continua a spuntarla anche nella parte di Banco: Riccardo Zanellato è l’interprete della tradizione, tonante e roccioso; ma Carlo Cigni dà luogo a un carattere più inedito, paterno e mansueto nell’accento, morbido e sommesso nel canto. Valido sia il Macduff di Lorenzo Decaro, nobile e adulto, sia quello di Gabriele Mangione, istintivo e mediterraneo; Mangione è a sua volta il Malcom di Decaro, e salendo alla parte maggiore lascia il posto a Matteo Desole, di interessante aroma timbrico. Un successo di pubblico che, dal 2013 val 2015, guadagna un nuovo senso.


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L'autore: Francesco Lora

È laureato con lode in Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo, ed è dottore di ricerca in Musicologia e Beni musicali (Università di Bologna). Con Elisabetta Pasquini ha fondato la collana «Tesori musicali emiliani» (Bologna, Ut Orpheus, 2009-) e vi pubblica in edizione critica l’Integrale della musica sacra per Ferdinando de’ Medici di Perti (2010-11) e tutti gli oratorii di Colonna (già usciti: L’Assalonne, Il Mosè e La profezia d’Eliseo, 2013-16). Collabora alla Cambridge Handel Encyclopedia, al Dizionario biografico degli Italiani, al Grove Music Online e alla Musik in Geschichte und Gegenwart. Recenti la monografia Nel teatro del Principe. I drammi per musica di Giacomo Antonio Perti per la Villa medicea di Pratolino (Torino-Bologna, De Sono - Albisani, 2016) e l’edizione critica delle musiche nel manoscritto Austriaco laureato Apollini (mottetti e concerti di Lazzari, Perroni e Veracini per l’incoronazione imperiale di Carlo VI d’Asburgo; Padova, Centro Studi Antoniani, 2016). Dal 2003 è critico musicale per testate giornalistiche specializzate, inviato nelle principali istituzioni di spettacolo in Italia, Austria, Belgio, Francia, Germania, Spagna e Svizzera. Collabora con «Il Corriere musicale» dal 2013.

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