Kanon Pokajanen e Rothko Chapel sono le opere eseguite dal coro estone diretto da Kaspar Putniņš a Torino


di Luciana Galliano foto © Gianluca Platania


L’ESTONIAN PHILHARMONIC CHAMBER CHOIR, fondato nel 1981 da Tõnu Kaljuste e diretto poi dal 2001 al 2007 da Paul Hillier, nordico e preparatissimo, è certo fra i più titolati ad eseguire la scarna e poetica polifonia a cappella dell’estone Arvo Pärt, espressione che sembra la quintessenza di una possibile religiosità contemporanea. Il Coro Estone ha già realizzato per la Ecm una bellissima incisione del brano Kanon Pokajanen di Pärt, che gli è stato dedicato, e che ha eseguito domenica 13 settembre nel pomeriggio nella chiesa di San Filippo a Torino, gremita di persone in religioso (appunto) e ammirato silenzio.

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Purtroppo è stata eseguita solo poco più della metà del Kanon, che dura in toto 90 minuti, concluso nel 1998 per i 750 anni del Duomo di Colonia su un testo di penitenza in slavo antico, risalente al ’700 circa. Pärt ha musicato il canone penitenziale, lacerato nel rapporto fra la numinosa epifania del divino in Cristo e la fallacia della misera condizione umana, assecondando le inflessioni dello slavo antico, ciò che dà una diversa ampiezza alle linee vocali, e permette anche una sorta di acceso responsorio fra i diversi registri vocali, sempre nella tipica polifonia animata da microfrizioni fra le voci a rompere l’andamento monodico consonante. L’esile grazia della polifonia cede spesso spazio in questo brano ad accessi di pathos, sostenuti da bordoni a bocca chiusa, col risultato di delineare un grande affresco a tinte accese.

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A completare il programma è stato eseguito, con l’intervento dei pochi strumenti in organico – percussioni, viola e celesta – il Rothko Chapel di Morton Feldman, altro brano di spoglia, intensa, contemporanea spiritualità, composto su commissione per essere eseguito nel 1971 a Houston nella Rothko Chapel, così denominata per le 14 grandi tele tutte diversamente nere di Mark Rothko che circondano lo spazio. A cui risulta facile accostare la musica di Feldman, che si spiega monocroma, senza causalità, senza tempo, con l’andamento spontaneo di un pensiero interiore,  a cui dà forma la voce di soprano impreziosita dai parchi interventi strumentali.

Colpisce l’inattesa coerenza dei due brani. Il sospeso mondo espressivo di Feldman, intellettuale americano che sembra operare sul suono per sottrazione – di dinamica, di durata, di memoria – sembrerebbe diametralmente opposto all’ingenua religiosità dell’estone. Invece è singolare come entrambi i compositori, pure da prospettive diverse, spazzino via ogni logica del “procedere”, ogni razionale a muovere la macchina del suono, bandita ogni simmetria o ricorrenza o architettura in un tessuto che si dipana tutt’altro che monolitico, anzi fremente di ogni possibile inflessione del suono stesso. Come se ci fosse un luogo, nella musica, in cui abbandonarsi all’estasi – religiosa o meditativa che sia – e dimenticare ogni logica “attiva e analitica” (direbbe Luca Francesconi) che è ciò che ha portato il genere homo sapiens a costruire un mondo corrotto, crudele e contaminato sulla soglia della sesta estinzione.  La musica di Arvo Pärt e di Morton Feldman disegna un altro mondo, in cui vorremmo abitare. Bravissimi tutti, il direttore Kaspar Putniņš, Kaia Urb soprano, Toomas Nestor viola e Maarja Nuut alle percussioni, e sopra tutti il coro, giustamente applaudito sino all’acclamazione.

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Luciana Galliano

Luciana Galliano

Musicologa e studiosa di estetica musicale, ha coniugato un approfondito interesse per la musica contemporanea con una speciale attenzione alla musica contemporanea giapponese. Ha a lungo insegnato Antropologia Musicale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha collaborato con Luciano Berio per le ricerche musicologiche delle sue Norton Lectures (1993); collabora con le maggiori riviste musicologiche e con diverse istituzioni musicali tra cui CHIME (European Foundation for Chinese Music), i Festival MilanoMusica e MiTo, TextMusik. Responsabile della sezione musicale per il CESMEO (Istituto Internazionale di Studi Asiatici Avanzati), è corrispondente dall’Italia per alcune riviste musicologiche giapponesi. Ha partecipato ad innumerevoli convegni internazionali e tenuto conferenze in molte università italiane, giapponesi e americane. Ha pubblicato articoli su riviste scientifiche, contributi a volumi con Olschki, EdT, Guerini, Bärenreiter; i libri Yōgaku. Percorsi della musica giapponese nel Novecento (Cafoscarina 1998; ed. inglese: Yōgaku. Japanese Music in Twentieth Century, Scarecrow 2002); Musiche dell’Asia Orientale (Carocci 2004), The music of Jōji Yuasa (Cambridge Scholars Publ. 2011).

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