di Cesare Galla

Il titolo ha un’aura schubertiana e data l’antica fama dell’autore nell’esegesi liederistica si può ben dire significativo, oltre che bello. Il viandante musicale esce che non è ancora trascorso un anno dalla scomparsa di Mario Bortolotto (Pordenone, 30 agosto 1927 – Roma, 27 settembre 2017) e con il sottotitolo di “Saggi e cronache disperse” non costituisce soltanto la prima edizione postuma dedicata al grande musicologo, ma offre anche una prospettiva giustamente diversa rispetto alla vasta bibliografia di questo studioso centrale nella vita musicale non solo italiana del secondo Novecento e oltre. Curato con finalità antologica da Jacopo Pellegrini e Roberto Colajanni, il vasto volume Adelphi riunisce infatti una serie di contributi che, pur tutti a suo tempo pubblicati (l’arco cronologico spazia dal 1960 ai primi anni Duemila), non sarebbe facile raggiungere per un lettore non professionale. E ha il merito di accendere una luce su un aspetto meno di altri noto di Bortolotto, quello del critico musicale, del chroniqueur avrebbe detto lui.

La parte più ampia del libro riunisce sotto la dicitura “Soirées” non soltanto un’articolata raccolta di recensioni pubblicate sia su riviste più o meno specializzate sia su uno storico settimanale d’informazione come L’Europeo, ma anche una ricca messe di quelli che in gergo sono definiti “programmi di sala”, ovvero i sintetici scritti storico-musicologici che accompagnano concerti o rappresentazioni operistiche. La decisione di ordinare questo materiale in ordine storico e analitico, da Beethoven a John Cage e a Steve Reich, appare condivisibile e permette una lettura “a tema”. Meno condivisibile, almeno dal punto di vista prettamente giornalistico di chi scrive, la scelta di non far confluire i programmi di sala nel primo capitolo del libro, quello appunto intitolato “Saggi”. Vero è che qui si trovano alcune pagine fondamentali come l’indispensabile, rivelatorio Chopin, o del timbro: uno studio giovanile di perentoria profondità che ha un “passo” diverso dall’obbligata essenzialità di approccio degli scritti destinati a introdurre o spiegare l’ascolto. Le une e gli altri hanno però hanno in comune l’oggettività del tema, che prescinde non solo dal fatto esecutivo o rappresentativo ma anche dalla sua collocazione storica e nel fluire della vita musicale italiana. E presentano certo grandi squarci analitici e interpretativi, ma in forma ben più distaccata di quello che accade nelle cronache vere e proprie. In queste ultime, invece, si riconosce (o si scopre) il “pantheon” musicale di Bortolotto con un’immediatezza che ha nello stesso tempo le coordinate della profonda sapienza di quest’autore e il marchio di uno stile che può essere feroce e paradossale (talora, financo luciferino), ma non perde il gusto di una narrazione di mondana nonchalance.

Per illustrare quanto andiamo dicendo, basterà l’incipit folgorante di un articolo comparso sulla rivista Pianotime nel marzo del 1991: «I programmi sinfonici proposti dall’Accademia di Santa Cecilia, notoriamente obbrobriosi, contengono, piace riconoscerlo, qualche eccezione attraente, ovviamente non troppo gradita alle sue matrone venerande, alle befane e babbi natale ambosessi che aspettano di riascoltare, numquam satis!, il Concerto di Dvorák per violoncello e orchestra, o un concerto di Mozart per violino, magari seguito dalla Campanella graziosamente famigerata». Il tutto come preludio a una dotta disquisizione sull’allora recentissima Angelica in bosco di Francesco Pennisi.

Anche le cronache bortolottiane, allora, disegnano in certo modo una storia della musica. Che può anche stupire, talvolta, ma sempre fa pensare. Vi si coglie per esempio un severissimo distacco da Šostakovič, sia per quanto riguarda Il naso che la Lady Macbeth; e viceversa la dichiarata ammirazione per il Britten del Sogno di una notte di mezza estate al festival di Ravenna del 1991 («successo vibrante a sala semivuota»). Ovvero la bocciatura integrale di Arrigo Boito nel Mefistofele (grazie a una rappresentazione all’Arena di Verona). Per non parlare della freddezza riservata a Beethoven, quanto meno rispetto ad autori ben più prediletti dentro la Romantik, nella linea che attraverso Ravel e Debussy conduce alla trimurti delle Seconda Scuola Viennese. Se poi si arriva alla Nuova Musica, l’autore di Fase seconda non regala niente a nessuno. Il clou nello spietato smantellamento della Biennale veneziana del 1979, che proponeva Les cailles en sarcophage di Salvatore Sciarrino, «lugubremente rappresentate in un brutto cinema». Stroncatura tanto più evidente a fronte dell’esaltazione di una novità di Sylvano Bussotti proposta quasi in contemporanea nella vicina Treviso, «in non celata polemica con il festival veneziano, cui ha inflitto una sconfitta irreparabile». Ma non si perda l’acuminata, ironica insofferenza nei confronti di Luigi Dallapiccola in veste di scrittore; o la benevolenza al veleno per Bruno Maderna, a partire da uno scritto di Pierre Boulez in memoria del compositore veneziano. Con l’inesorabile aneddoto conclusivo: «Ricordiamo bene la prima darmstadtiana del suo Concerto per pianoforte e orchestra […] Gli dèi benigni ci avevano dato come vicino Theodor Adorno: che ascoltò con l’attenzione abituale. Poi, alla fine: “Dommage, car il connaît tous les trucs”». Tombale.

Insomma, nelle cronache, la sorpresa è in agguato in ogni pagina, tanto quanto nei saggi ci si può aspettare da ogni momento il particolare rivelatore, la notazione biobibliografica illuminante. Completano il volume tre succose interviste, ad Aldo Clementi, Mauricio Kagel e Goffredo Petrassi. E una ricca galleria di ritratti di interpreti storici, da Walter Gieseking a Glenn Gould. Indispensabile la sezione delle “Fonti”, con la quale i curatori chiariscono data e contesto editoriale della prima pubblicazione ogni singolo articolo o saggio.

Cesare Galla

Cesare Galla

Scrive di musica dall'età di 20 anni, quando ancora seguiva gli studi musicologici nelle università di Bologna e Venezia, dopo il liceo classico. A 25 è diventato giornalista professionista e ha lavorato al Giornale di Vicenza come redattore, caposervizio e vice caporedattore fino al dicembre del 2014.Si è occupato di cronaca nera e bianca, di politica, di web e mondo digitale e soprattutto di spettacoli e cultura, guidando fino al 2012 le pagine ad essi dedicate. Contemporaneamente, ha sempre svolto la critica musicale, dal 1996 anche sul quotidiano veronese L’Arena. Negli ultimi 40 anni ha recensito migliaia di concerti e centinaia di rappresentazioni operistiche e ha pubblicato alcuni libri (sulle Sinfonie di Beethoven, sulla storia della Società del Quartetto di Vicenza, sul festival Settimane Musicali al teatro Olimpico, sulle rappresentazioni verdiane nel Veneto, raccontate attraverso cinque lustri di recensioni). Oggi collabora da "cronista di musica" e osservatore del mondo della cultura con Il Corriere Musicale, con il magazine culturale on line Doppiozero e con il quotidiano on line Tag43. Il suo sito personale d'informazione, musicale ma non solo, è www.cesaregalla.it.

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