di Redazione

aidaEsiste oggi la possibilità di ascoltare un’opera popolare come Aida, che sulla carta pretende almeno cinque interpreti vocali di assoluto livello, con un cast che si avvicina all’ideale? Le condizioni in cui si svolgono di questi tempi il teatro musicale e – in genere – la produzione discografica, portano a dire che no, questa opportunità non esiste. Un po’ dovunque, infatti, si nota che per le esecuzioni sceniche si può puntare al massimo – per questioni economiche ma anche organizzative – su un paio di nomi di grande spicco e appropriato valore musicale, lasciando il molto che rimane in questo straordinario capolavoro verdiano, nella migliore delle ipotesi, a una corretta e proficua professionalità. Quanto alle incisioni, essendo sempre più soggette alla logica “mordi e fuggi” di produzioni racchiuse nello spazio di pochi giorni, a volte di poche ore, ovvero allo sfruttamento intensivo delle esecuzioni dal vivo, difficilmente riescono a oltrepassare questi limiti. Un caso del tutto particolare e in controtendenza è dato da questa incisione di Aida, che si può ben definire eccezionale, quanto meno nel senso etimologico del termine.

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È infatti un’eccezione rispetto agli usi del mercato e del sistema il fatto che si decida di lavorare per un’intera settimana in sala di registrazione. Ed è ovviamente unico che per questa produzione sia stato riunito un cast nel quale tre debuttanti eccellenti nell’opera egizia di Verdi (ma sperimentati interpreti di altre capisaldi del suo repertorio) si affiancano ad altrettanti specialisti invece già ben rodati nel titolo. La prima volta è quella di Jonas Kaufmann (Radames), Anja Harteros (Aida) e Ludovic Tézier (Amonasro), che da soli basterebbero – specialmente i primi due – a “fare locandina” ai massimi livelli ovunque nel mondo. A loro si affiancano Ekaterina Semenchuk (Amneris), Erwin Schrott (Ramfis) e Marco Spotti (il Re), che rappresenta la componente italiana della compagnia insieme a Paolo Fanale (Messaggero) ed Eleonora Buratto (Sacerdotessa). La bacchetta è quella di Antonio Pappano, che ha convocato tutti al Parco della Musica di Roma, compresi naturalmente i suoi eccellenti orchestra e coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che suonano e cantano benissimo.

Il Radames di Kaufmann non ha molto in comune con la tradizione. Il suo colore scuro e il suo fraseggio introspettivo tolgono qualcosa all’eroismo squillante di una certa “vulgata”, ma la sua qualità di canto è assolutamente superiore, nei dettagli come nei passaggi d’insieme. E semplicemente inaudita è la tecnica e la musicalità con cui risolve in pienezza di colore la chiusa di Celeste Aida, quel Si bemolle “morendo” che a chi scrive non è mai capitato di ascoltare simile né a teatro né in disco, prima. Chissà se sul palcoscenico italiano di Aida per antonomasia, l’Arena di Verona (ammesso che vi si continui a fare opera, visti i presenti gravissimi problemi), Kaufmann cercherebbe un effetto simile, niente meno che belcantistico.

Anja Harteros è un’Aida sontuosa nel perfetto bilanciamento fra lirismo e drammaticità, con in più dalla sua una squisita eleganza di fraseggio e una profondità stilistica che illumina le radici di questo gran personaggio nell’arte verdiana precedente, cesellandone a tutto tondo la fervida ricchezza psicologica. Tézier è un Amonasro risentito e inquieto, fortemente caratterizzato in ampi contrasti, così come la Semenchuk, che dà pienezza vocale al gran personaggio di Amneris con una tinta scura di grande fascino. Equilibrate e incisive le voci gravi di Schrott e Spotti.

Pappano dirige con chiarezza di intenzioni, raffinato nel delineare i risvolti intimi e quasi cameristici dell’opera, disegnati con suono trasparente di notevole eleganza, misurato nel metterne in luce gli aspetti più “plateali”, specialmente per quanto riguarda la scena del Trionfo, risolta con apprezzabile concentrazione di fraseggio. Nell’insieme, l’incisione si presenta levigata ma intimamente partecipata, comunicativa e coinvolgente anche se non proprio appassionata. Un’Aida analitica e raffinata, che se non attinge all’ideale (ci vorrebbe la prova del palcoscenico per certificarlo) ha comunque pochi eguali.

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Pubblicato il 2016-04-10 Scritto da CesareGalla

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