«Lucia» al Regio di Torino secondo Michieletto


di Attilio Piovano foto © Ramella&Giannese


A pochi giorni dalla presentazione della stagione 2016-17, ecco che al Regio di Torino è approdata la donizettiana Lucia di Lammermoor nell’allestimento dell’Opernhaus Zürich con la regìa di Damiano Michieletto. Sul podio un Gianandrea Noseda in gran forma, orchestra ben oliata e tirata a lucido e, soprattutto, un cast di gran livello, anzi un doppio (e in qualche caso triplice) cast destinato ad alternarsi nelle varie recite che si susseguono fino al 22 maggio. Gran finale, il 22, appunto, con l’unica recita che avrà come protagonista la star Diana Damrau, attesissima dai melomani doc e dai vociomani incalliti.

Alla prima, mercoledì 11 maggio 2016, ha cantato il soprano Jessica Pratt che ricordavamo –interprete di lusso – la scorsa stagione, in un’indimenticabile edizione del Giulio Cesare di Haendel. Singolare fuoriclasse, la Pratt ha voce significativa e spiccate doti attoriali; conseguentemente il suo è stato un vero e proprio trionfo. Soprattutto, ha convinto tutti, ma proprio tutti, nella scena della pazzia, tenendo l’intero teatro col fiato sospeso e duettando (secondo l’originale dettato di Donizetti) non già con un flauto, come da consolidata prassi esecutiva, bensì con la glass harmonica dal suono arcano, evocativo e fascinoso, dal forte impatto emotivo. E in tal scena, quando ha attaccato Spargi d’amaro pianto, anzi a dire il vero prima ancora, in Ardon gli incensi, la Pratt ha giganteggiato, fornendo un’interpretazione di gran livello e ha fatto dimenticare qualche eccesso (soprattutto qualche acuto vistosamente stridulo) che aveva destato perplessità e qualche mugugno, anche nei fans più fedeli, nel corso della prima parte dell’opera (segnatamente nell’aria Regnava nel silenzio e in Quando rapita in estasi). 

Sul versante maschile le ha ottimamente tenuto testa il tenore Piero Pretti che ha saputo sbozzare un Sir Edgardo di Ravenswood appassionato, innamorato, ma anche veemente e in grado di sfoderare tutto l’impeto e lo sdegno che il personaggio richiede; fin dall’iniziale Cruda funesta smania, giù giù sino al cruciale e conclusivo Tombe degli avi miei affrontato con il giusto pathos e la necessaria vis drammatica. Applausi e consensi anche per il celeberrimo Verranno a te sull’aure. Bene poi anche Lord Ashton nell’interpretazione del baritono Gabriele Viviani. L’unico apparso un poco al di sotto, ovvero non all’altezza delle aspettative, è stato il basso Aleksandr Vinogradov nei panni di Raimondo Bidebent, educatore e confidente di Lucia, impacciato, talora enfatico e dai gesti sommari, quanto a movimenti scenici (inelegante e un poco grezzo).

Noseda ha lavorato ottimamente sulla partitura, fraseggi incisivi, orchestra e palcoscenico costantemente e saldamente in pugno, giusti respiri e giuste sottolineature psicologiche dei vari personaggi (appena qualche eccesso fonico qua e là). Ben assecondato dall’orchestra in ottima forma, nonostante una stagione davvero stressante, punteggiata di tournées e trionfi all’estero (tra le prime parti un plauso per l’arpa ed il professore alla glass harmonica), efficacemente coadiuvato altresì dal coro (come sempre assai bene istruito da Claudio Fenoglio). Coro che non si è certo risparmiato nelle scene di massa dove la sua presenza è determinante ed il suo ruolo di personaggio-contraltare dei protagonisti spicca per intensità e pregnanza.

Damiano Michieletto firma una regìa di impatto (ripresa al Regio da Roberto Pizzuto), lavorando come sempre in simbiosi con Paolo Fantin (scenografo), Carla Teti (che firma costumi policromi: il bel verde di Lucia nel primo atto, gli invitati alla festa in tonalità tra il rosso e marrone e peccato per due vestiti in lamé dorato che brillavano troppo, distraendo assai, quasi… coperta termica di naufragi) e ancora in simbiosi con Martin Gebhardt (ottime e davvero efficaci luci, riprese da Alessandro Carletti). Merita segnalare che si tratta di una scenografia moderna sì, o più propriamente a-temporale, moderatamente funzionale allo spettacolo. E allora sulla sinistra una sghemba torre in acciaio e plexiglas a rinserrare ripide scale. di volta in volta  si popolano di personaggi che le ascendono ora con passo greve, ora con movimenti concitati. È il castello dei Ravenswood dai quali l’affranta Lucia (in controfigura) addirittura si getta (e si tratta di una coraggiosa e impeccabile stunt girl – Sara Albini/Giulia Gualzetti, di Cirko Vertigo – che si lascia cadere con coreografico corpo morto da un’altezza ragguardevole di alcuni metri, simulando con efficacia mozzafiato il salto nel vuoto dalla torre del castello).

Meno convincente la presenza troppo insistita dell’altra controfigura-fantasma che segue da presso Lucia (vestita stile anni ’50 del ’900, con cappellino, borsetta, abitino color crema e décolleté). Va bene alludere al fantasma cui si fa riferimento nella parte iniziale, evocato da Lucia stessa nel racconto alla confidente Alisa laddove narra di uno spettro incontrato presso la fontana, verosimilmente di una dama pugnalata per gelosia; pur tuttavia la presenza di tale controfigura è parsa un po’ eccessiva, nel corso dello spettacolo, col suo incedere lento e impassibile, talora con un esibito e fin troppo didascalico lungo pugnale tra le mani. Di gran classe l’idea di ‘rendere’ per così dire tutto il pathos dell’uccisione del marito da parte di Lucia semplicemente con le ottime luci, dunque un rosso dilagante che si spande sull’intera massa degli astanti, evitando qualsiasi realistico schizzo di sangue sulla candida veste di Lucia (mentre altri indulgono in realistiche e quasi veriste scene da mattatoio).  Pur tuttavia ridurre l’iniziale fontana ad un secchio Ikea in alluminio e farvi giocare la controfigura come fosse una bambina che si trastulla, ha destato qualche alzata di sopracciglia. Poco gradite anche le masse presenti in apertura di spettacolo, a metà tra poliziotti e ufficiali Gestapo, con tanto di pastore tedesco al guinzaglio. Li si poteva evitare. Una regia che ha toccato comunque momenti di innegabile efficacia, specie, lo si diceva, nella parte centrale e conclusiva di questo dramma della follia che del Romanticismo è una delle più fulgide espressioni.

Successo pieno a fine spettacolo, e ben otto repliche durante le quali si alternano Elena Mosuc e Giorgio Berrugi (nei ruoli di Lucia ed Edgardo)  Simone del Savio (nei panni di Ashton) e Mirco Palazzi e Nicolas Testé nel ruolo di Raimondo. Comprimari Francesco Marsiglia (Lord Bucklaw), Daniela Valdenassi (Alisa) e Luca Casalin (Normanno).


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L'autore: Attilio Piovano

Musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995, ristampa RCS 2018), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002), Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006) e L’uomo del metrò (e-book interattivo per i tipi de ilcorrieremusicale.it 2016, prefazione di Gianandrea Noseda). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997). Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo ‘900, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale ecc.; a Torino col Festival MiTo (già Settembre Musica, ininterrottamente dal 1984), Unione Musicale, Teatro Regio, Politecnico e con varie altre istituzioni. Già corrispondente del «Corriere del Teatro», ha esercitato la critica su più testate; dalla fondazione scrive per «ilcorrieremusicale.it»; ha scritto inoltre per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus» e scrive (dal 1989) per «La Voce del Popolo» (dal 2016 divenuta «La Voce e il Tempo»); dal 2018 recensisce per «Il Corriere della Sera» (edizione di Torino). Membro di giuria in concorsi letterari nonché di musica da camera e solistici. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di cattedra presso il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica sacra moderna e contemporanea nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione col Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. Dal 1° gennaio 2018, cura inoltre l’Ufficio Stampa del Conservatorio “G. Cantelli”. Dal 2012 tiene corsi monografici sulla Storia del Melodramma (workshop su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino, Corso di Laurea Magistrale, in collaborazione con Fondazione Teatro Regio). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Dal 1976 a Torino è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), dal 2017 anche presso la barocca chiesa di San Carlo, nella piazza omonima, e più di recente in Santa Teresa. Nell’autunno del 2018 in veste di organista ha partecipato ad una produzione del Requiem op. 48 di Fauré. È citato nel Dizionario di Musica Classica a cura di Piero Mioli, BUR, Milano © 2006, che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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