Concerti, registrazioni, giornate di studi: omaggi alla figura del compositore. Google gli dedica un doodle nella home page del motore di ricerca
di Mario Leone
«Un uomo, non alto, ma con due occhi come stelle, non lo dimenticherò mai, portavano il segno di una serenità incredibile, anzi dell’innocenza». Oggi a 100 anni dalla nascita (3 dicembre 1911) queste parole di Riccardo Muti ci descrivono, non solo fisicamente, Giovanni Rota, a tutti conosciuto come Nino. Musicista in una famiglia di musicisti, è introdotto al pianoforte dalla mamma Ernestina, che come dice lui stesso “mi mise le redini con una precisa regia dei miei studi; questo è stato per me un fatto decisivo”. Oltre alla madre, il suo talento si delinea grazie anche alle frequentazioni in casa Rota di musicisti del calibro di Toscanini, Puccini, il giovane Mario Castelnuovo – Tedesco; persino Ravel trascorre intere giornate presso la sua abitazione ogni qual volta si trova a Milano. Nella giovinezza, Nino è assiduo frequentatore del Teatro alla Scala; indomabile ascoltatore dell’opera lirica fa sue le tematiche, le passioni e le melodie tipiche del melodramma. Si racconta che cantasse al pianoforte le romanze della Forza del destino. Qualche anno più tardi farà proprio quanto ascoltato alla Scala in molte opere e in particolare nel cinema, quasi a offrire una visione cinematografica dell’opera lirica.
Predisposto in modo naturale per lo studio del pianoforte, che suona con piglio già all’età di quattro anni, Rota mostra la stessa attitudine anche per la composizione: ad appena otto anni ha già scritto numerosi brani per pianoforte, pianoforte a quattro mani e in seguito per ensembles strumentali di vario tipo. A dodici scrive l’oratorio per soli, coro e orchestra L’infanzia di S. Giovanni Battista che dirigerà con “calzoni corti” a Milano e in Francia; i giornali del tempo non lesinano paragoni con il giovane Mozart. A meno di quattordici anni Il principe porcaro (per il quale scrive anche il libretto), opera ispirata alla famosa fiaba di Hans Christian Andersen. La mamma Ernestina racconta di come il piccolo Rota fosse molto legato a quella fiaba e descrive la matura sapienza compositiva utilizzata nel redigerla. Il successo del Principe porcaro non rende felice Ildebrando Pizzetti, maestro del ragazzo in questo periodo. Questi accusa la mamma d’ingerenza e decide di interrompere il rapporto didattico con lui. Congedato da Pizzetti, Rota continua i suoi studi con un altro grande della musica del ‘900: Alfredo Casella, che riesce a introdurre Nino alla scoperta di nuovi mondi sonori che contribuiscono non poco alla definitiva maturità dell’artista. Il giovane allievo rimane molto legato al suo Maestro romano, tanto da dedicargli, negli anni successivi, due composizioni.
Tutti i registi con i quali collabora (Fellini in primis) testimoniano che la bellezza di lavorare con Rota sta nella sua leggerezza
Chiunque si cimenti nello studio del “mondo di Nino Rota”, non può non stupirsi della convergenza di giudizi sulla sua persona e sulla sua musica: Miklòs Ròsza (l’autore delle celeberrime colonne sonore di “Giungla d’asfalto” e “Io ti salverò”) lo definisce “il principe delle partiture per la Settima Arte”; Luigi Dallapiccola come “un artista autentico”; Ennio Morricone, in tempi più recenti, lo descrive come “’uomo di una bontà incredibile, di una civiltà rara, di una bravura musicale stupefacente”. Federico Fellini lo definisce “la musica”.

Il rapporto con il regista riminese ha inizio nel 1952 quando Fellini cerca le musiche per “Lo sceicco bianco”. Ricordando quell’incontro Rota afferma: ” Se non fossi riuscito a sostituire le musiche tanto care a Federico, legate al mondo del circo e a Chaplin, probabilmente il nostro sodalizio sarebbe finito sul nascere. Al contrario la nostra amicizia e collaborazione non si sono mai interrotte”. Tutti i registi con i quali collabora (Fellini in primis) testimoniano che la bellezza di lavorare con Rota sta nella sua leggerezza. Nino si mette quasi in disparte, poi d’improvviso si siede al pianoforte a tu per tu con regista o sceneggiatore e accenna delle idee; la sua grande abilità risiede nel capire benissimo cosa loro vogliono dalle sue composizioni, tanto da trasformare il regista stesso in co–autore delle colonne sonore. Anche lo spettatore che ascolta Nino Rota in un film si convince che la musica che sta ascoltando è assolutamente perfetta per comunicare le sensazioni della scena che si sta guardando. Prima la musica era funzionale, adattata a posteriori alle immagini. Rota sperimenta situazioni nelle quali la sua musica va bene indipendentemente dalle immagini. Lo stesso regista di “Amarcord”, in una conversazione radiofonica avvenuta il 10 gennaio 1979, durante la trasmissione “Voi ed io” su Radio due (l’integrale di quaranta minuti sarà proposto alla Scala di Milano dal 3 al 5 dicembre, per le celebrazioni del centenario) ci offre la più completa e commovente descrizione del rapporto tra Nino e la musica: “La musica mi turba, è una specie d’invasione […] E’ un risucchio dove lei domina totalmente […] Invece rimango ammirato e sgomento quando vedo che Nino abita totalmente questa specie di galassia armoniosissima, al punto che non l’avverte neanche; […] vedo che Nino, nel mezzo di una banda, che suona un suo motivo fragorosamente, riesce a scrivere delle note che riguardano un altro motivo che sta sentendo solo lui, la considero una specie di operazione “fachiresca” che mi sgomenta. Di Rota e della sua musica per il cinema e non, si potrebbe continuare a versare inchiostro all’infinito. Ma oltre alle 145 colonne sonore il Compositore scrive pagine splendide di musica “classica” senza mai perdere la freschezza e la levità del suo linguaggio, utilizzando con maestria la tecnica “dell’auto plagio” e della citazione continua, tecnica che non si è più vista dai tempi di Haendel. Ma proprio queste scelte linguistiche sono spesso e da troppi, stigmatizzate perché, come afferma Nicola Scardicchio, discepolo del Maestro durante i suoi anni come direttore del Conservatorio di Bari: “Secondo alcuni l’unica via percorribile dalla musica deve essere quella della ricerca e della sperimentazione; invece se ci si prendesse la briga di analizzare la scrittura del Compositore, si sarebbe in grande difficoltà. La verità è che anche quando, ed accade spessissimo, Rota adopera formule e sintagmi linguistici tutt’altro che tonali, lo fa per naturale modo di sentire e di esprimersi, non per esibire un “contemporaneismo”.
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In quest’ultimo anno, a cent’anni dalla nascita e trentadue dalla morte (Rota è deceduto il 19 aprile del ’79) lo si ricorda in manifestazioni organizzate da importanti enti concertistici con illustri interpreti. Tra questi ricordiamo la violoncellista Silvia Chiesa che ha inciso, per la Sony, con l’Orchestra Nazionale della Rai di Torino diretta da Corrado Rovaris, i due concerti per violoncello e orchestra (la stessa violoncellista ha interpretato il secondo concerto di Rota l’11 novembre all’auditorium “Toscanini” con l’Orchestra della Rai, questa volta diretta da Gürer Aykal). Segnaliamo anche il ciclo di musiche di Rota presentato dal direttore Giuseppe Grazioli alla guida della Sinfonica Verdi dove oltre alla musica da film, ha offerto al pubblico brani del Rota “classico”: la Sonata per orchestra da camera, il completamento delConcerto per corno e orchestra K412 di Mozart, dove Rota aggiunge, in stile mozartiano, il suo Andante sostenuto.
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S. Chiesa, Nino Rota cello Concertos 1 & 2, Sony Classical
Sembra essere l’anno di Silvia Chiesa, che nelle registrazioni ripartite tra Decca e Sony ci fa ammirare sempre più la sua personalità. Con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Corrado Novaris registra i due concerti per cello di Rota, occasione d’ascolto preziosa per conoscere queste pagine rare e penetranti.
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Sempre nell’ambito del ciclo su Rota curato da Grazioli, si è esibito il talentuoso pianista Simone Pedroni alle prese con la Fantasia sopra dodici note del Don Giovanni, per pianoforte e orchestra. A Sassari I due timidi e le Notti di un nevrastenico con una regia molto particolare, ne abbiamo scritto qui. Anche la Puglia, regione che ha accolto Rota per circa trent’anni, dove il Maestro ha diretto il Conservatorio “Piccinni” e fondato quello di Monopoli, ha supportato la nascita dell’Orchestra Sinfonica della Provincia e del Festival della Valle d’Itria e l’avvio della costruzione dell’Auditorium a lui intitolato, (dopo vent’anni, ancora vergognosamente chiuso), ricorda Rota: una giornata di studio presso il Salone degli Affreschi dell’Università di Bari, con la presenza di Alfredo Baldi, già Direttore della Scuola Nazionale di Cinematografia e Roberto Calabretto, uno dei maggiori studiosi contemporanei di musica per il cinema, oltre ad un cospicuo numero di concerti.
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