di Redazione

INLAY_Bolla_front_def2Sembra un paradosso, ma Beethoven è il compositore del classicismo viennese che i fortisti hanno rivisitato di meno. Almeno dal punto di vista discografico, visto che l’unico dei grandi ad avere inciso l’integrale delle trentadue su strumenti originali è stato il pioniere Badura-Skoda trent’anni orsono. Probabilmente questa lacuna è dovuta al peso dell’enorme tradizione esecutiva pianistica, che indubbiamente è difficile da scardinare nell’immaginario collettivo. È per questo che, nelle rare volte in cui ci si imbatte nelle sonate beethoveniane eseguite al fortepiano, non ci si deve stupire di fronte a scelte talvolta singolari, dettate da uno studio del testo e della prassi che, purtroppo, i pianisti non sono abituati a compiere. Desta particolare interesse, quindi, l’incisione che il fortista veneto Michele Bolla ha dedicato a due tra le sonate più significative del corpus beethoveniano, la “Grande Sonate Pathétique” e l’op. 53 (meglio nota come “Waldstein”, titolo che, non essendo originale di Beethoven, giustamente non viene riportato nella track list).

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La visione di fondo che Bolla ci trasmette vuole proiettare Beethoven in un mondo più vicino al classicismo di Mozart e del maestro Haydn rispetto all’estetica romantica successiva, consolidatasi appena dopo Schubert. Ecco quindi che vengono evitati quegli abbandoni e quelle nuances “romantiche” a cui le letture vetuste ci avevano abituati. Già l’attacco della Patetica ci proietta in un clima del tutto nuovo. Bolla, giustamente, esegue il Grave iniziale con il doppio puntato, come se fosse (ed effettivamente lo è) un’overture in stile francese. La scelta dei tempi è sempre calcolata e coerente. In entrambe le sonate i primi tempi sono veloci ma non irruenti (l’Allegro della Patetica è di molto e con brio, ma più nel carattere che nel metronomo, a differenza della celebre incisione storica di Steve Lubin), e i tempi lenti non sono mai eccessivamente pedanti. La dizione delle frasi è molto chiara e i respiri sono sempre inerenti al discorso musicale (che poi, strumento antico o moderno che sia, è quello che fa la differenza nella qualità e nel gusto dell’interpretazione).

L’uso della ginocchiera di risonanza è molto calibrato, e desta interesse l’utilizzo del moderatore (l’una corda del pianoforte), che conferisce allo strumento una differenza timbrica notevole, peculiarità che qui non viene di certo sedata. Merito anche dello strumento, una copia di Walter, il cui suono tenue e luminoso offusca alcuni, inevitabili, rumori della meccanica.

A completamento dell’album una sonata di Ferdinand Ries, figura storicamente legata a Beethoven, di cui è stato allievo ed esecutore. In effetti non c’è da stupirsi se anche nella composizione sia così forte l’influenza del maestro di Bonn. La presenza massiccia delle settime diminuite, unita ad un ampio utilizzo di modulazioni anche per toni lontani, il tutto reso con un pianismo scintillante, conferisce alla sonata un carattere eroico e rivoluzionario, tipico dell’innovativo linguaggio beethoveniano (ne parla con chiarezza Claudio Bolzan nelle ottime note introduttive). Ricorda a tratti un altro grande pianista ben noto alla corte viennese, Muzio Clementi, che nelle sonate più virtuosistiche (come ad esempio l’op.7 n. 3) non nasconde un simil gesto, così forte ed esuberante. Vista l’ottima riuscita di questo cd, è auspicabile che la Limen pubblichi altre incisioni beethoveniane con Michele Bolla, ne saremmo davvero curiosi.

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Pubblicato il 2016-07-29 Scritto da StefanoCascioli

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