Turandot a Genova

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INTERPRETI Mario Malagnini (Calaf) e Daniela Dessì (Turandot)

INTERPRETI | Mario Malagnini (Calaf) e Daniela Dessì (Turandot)

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Opera  In scena al Carlo Felice l’opera di Puccini nell’allestimento di Giuliano Montaldo, il regista di Sacco e Vanzetti


di Ilaria Badino


A pochi mesi di distanza dall’ultima ripresa, il Carlo Felice riporta in scena l’oleografico ma sontuoso e funzionale allestimento di Turandot firmato da Giuliano Montaldo, figlio della Lanterna assurto a fama internazionale grazie a lavori cinematografici d’impegno civile e politico quali Sacco e Vanzetti (1971), Giordano Bruno (1973) e alla fastosa miniserie televisiva Marco Polo (1982), che schierava in campo attori di rango quali Burt Lancaster, Anne Bancroft e F.Murray Abraham e a cui questa messinscena deve molto, soprattutto in termini di scrupolo di assoluta pertinenza nei confronti dell’ambientazione, ovvero una Cina sospesa tra «il tempo delle favole» ed il Basso Medioevo.

Altri due genovesi illustri avrebbero dovuto calcare le assi del palcoscenico della città natale quali protagonisti del capolavoro postumo di Puccini: Daniela Dessì, che ha effettivamente cantato nel ruolo eponimo, e Fabio Armiliato, il quale ha invece dovuto dare forfait a causa di un malanno di stagione. Al suo posto, Mario Malagnini, veterano della parte di Calaf anche per averla spesso interpretata all’Arena di Verona; il tenore lombardo rivela una volta in più di averla in tasca, benché talvolta il fraseggio risulti privo di morbidezza ed il legato non impeccabile, amalgamato più da portamenti in stile crooner che non da reale omogeneità. Tuttavia, a lui va concesso l’onore delle armi per aver salvato la produzione in extremis. Rispetto alle recite della scorsa primavera, Liù era Roberta Canzian e non più Mariella Devia: se il personaggio perdeva in filati interminabili, acquistava sicuramente in freschezza della figura e del timbro. Di buon livello il Timur di Ramaz Chikviladze e, mentre non si capisce bene come mai sia diventata una prerogativa della tradizione esecutiva affidare la parte dell’Imperatore Altoum a tenori dalla voce tremula e nasale, come spesso succede sono i tre ministri a portare a casa la palma del trionfo (in particolar modo Francesco Verna, già apprezzato Masetto nel Don Giovanni d’apertura di stagione, qui nei panni di Ping): i ritratti vanno oltre il mero macchiettismo, sono vocalmente centrati e resi con sapida simpatia. E poi, come resistere a priori all’arguta causticità di un libretto che fa loro irriverentemente dire di Turandot: «Peuh!… Che cos’è? Una femmina con la corona in testa e il manto con la frangia! Ma, se la spogli nuda, è carne! Carne cruda! Roba che non si mangia!»

Le luci della ribalta erano tutte puntate sul debutto, da alcuni ritenuto temerario, di Daniela Dessì nelle vesti della principessa di gelo. Il timbro è quello malioso di sempre, così come la pasta della voce – liquida, densa, preziosa – e la sua impostazione si rivelano una volta di più squisitamente incanalate all’interno dell’autorevole solco della scuola italiana. Certo la tessitura, soprattutto nell’esordio, gravita spesso in zona acuta, con note estreme sfogate, ed il soprano genovese è costretto a calcare la mano con il suo delicato strumento, nato con il Barocco Mozart il Belcanto ed approdato solo in seguito al repertorio tardottocentesco e novecentesco, bisognoso di vocalità più marcate e sovrastanti. Non a caso, tra gli esiti migliori della Dessì si annoverano la vellutata eleganza di un rarefatto «amore» – ripetuto, disorientata, dopo Liù, che proferisce la fatale parola rispondendo a cosa le dia tanta forza per resistere al supplizio della tortura – e le pur rigogliose filigrane del finale quando, smessi i panni di novella imperturbabile sfinge, emerge il lato fragile della donna vinta dal sentimento supremo.

Un plauso alla direzione di Donato Renzetti, contraddistinta da sommo anelito alla cantabilità, ossia da un flusso musicale levigato che prosegue senza soluzione di continuità pur mantenendo un certo vigore nei momenti di più elevata concitazione, nonché un po’ di sana retorica ruffianescamente pucciniana, che non guasta mai. Affiatato nel rendere con poderosità sonora la massa del popolo di Pechino il Coro guidato da Marco Berrini.


Turandot | 
Genova, Teatro Carlo Felice |23 dicembre 2012


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L'autore: Ilaria Badino

Laureata in Storia della Musica con una tesi di prassi esecutiva sull'Otello rossiniano, diplomata in Management per lo Spettacolo presso la SDA Bocconi, autrice di testi e presentatrice per il canale satellitare Classica, collabora come critico musicale per le riviste MUSICA, Il Corriere Musicale e per la Radio Svizzera Italiana.

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