«Norma» a Palermo

Foto Corrado Lannino/ Studio Camera

Foto Corrado Lannino – Studio Camera


Neorealista: l’opera di Bellini è andata in scena al Teatro Massimo con la regìa di Jossi Wieler e Sergio Morabito. Direzione musicale di Will Humburg


di Monika Prusak


LA LETTURA IN CHIAVE MODERNA di un’opera lirica suole creare un po’ di scompiglio, suscitare una riflessione, una reazione, un ripensamento. Da questo punto di vista la messa in scena della Norma belliniana che Jossi Wieler e Sergio Morabito avevano già proposto all’Opera di Stoccarda nel 2002, e che è stata ripresa negli ultimi giorni al Teatro Massimo di Palermo, può considerarsi di discreto successo. Lo spettacolo si inserisce nel filone delle interpretazioni belliche dell’inizio del XXI secolo, con evidenti riferimenti al neorealismo italiano. La visione dei registi sposta l’azione dell’opera dalla foresta sacra delle Gallie in una chiesa divenuta arsenale d’armi, luogo d’incontro dei partigiani della resistenza guidati da Norma e suo padre Oroveso. L’immagine cruda e spoglia della navata è divisa in due ambienti, con la platea ad occupare il posto dell’altare. L’angolo sinistro nasconde la piccola stanza della protagonista, arredata in stile anni Quaranta, dove si svolgono le scene con i figli e i dialoghi più intimi tra Norma e Adalgisa. L’immagine della chiesa in presenza della folla riporta alla mente quella de La classe morta del regista e teorico teatrale Tadeusz Kantor, che viene rafforzata dal movimento scenico e dai costumi di Anna Viebrock.

Norma è una partigiana che veste da prete cattolico e reca in mano una falce d’oro, simbolo della rivoluzione, alla quale si accenna alla fine dell’opera con l’irruzione del coro nel sacro altare. Csilla Boross nei panni della protagonista ha il compito difficile di ricreare una partitura ottocentesca con un’interpretazione registica fin troppo realista e lo affronta con successo dal punto di vista scenico. Purtroppo la vocalità della Casta diva, come anche la gran parte delle agilità, manca di precisione e si spezza a causa di una respirazione affannosa. Quella di Wieler-Morabito è una Norma materna e forte, e forse non a caso l’abbigliamento non rituale e la capigliatura ricordano Anna Magnani in Roma città aperta, madre anche lei, che muore compiendo un gesto eroico. 

Risulta freddo e riservato padre di Norma, Oroveso, interpretato da Marco Spotti. Ben riuscito e sentitamente recitato, invece, è l’ufficiale tedesco Pollione di Rubens Pelizzari, cantante dalla voce suadente e di presenza scenica non indifferente. Nei suoi dialoghi con l’amico Flavio – ufficiale nazista anche lui –, recitato con disinvoltura e sicurezza vocale da Francesco Parrino, Pollione si mostra sicuro di sé e determinato a conquistare la giovane Adalgisa, interpretata magnificamente dal mezzosoprano Annalisa Stroppa. La Stroppa riporta lo spettacolo nella giusta dimensione stilistica, sfoggiando un notevole belcanto che ha catturato il plauso degli spettatori. Adalgisa, in stile Ingrid Bergman anni Quaranta, è il personaggio più lineare e compiuto tra tutti: la cantante suscita incanto nel pubblico dalla sua prima entrata in Sgombra è la sacra selva fino al lungo dialogo con Norma.

Per gli amanti del teatro novecentesco questa regia è sicuramente un gioiello, nonostante il totale stravolgimento dell’ambientazione e dei personaggi. Il triangolo Norma-Pollione-Adalgisa trasportato ai tempi della resistenza apre la porta a diverse interpretazioni, tradimento e spionaggio compresi, non soltanto all’interno del conflitto amoroso, ma anche nei confronti di un’entità più alta, qual è la patria. La resa scenica dell’idea registica è supportata dall’interpretazione musicale coerente di Will Humburg, che trova nella partitura di Bellini un colore quasi verista, a tratti fastidioso, ma che in tanti momenti rende l’azione viva e la completa con maestria. La polemica sul senso di rileggere i testi antichi in chiave moderna è viva e attuale, ma non c’è alcun dubbio che le possibilità di vedere l’antico in una luce nuova sono alquanto dibattute e contrastate dal condizionamento della tradizione e dal timore di smarrire la propria identità. 


Norma | Direttore Will Humburg | Regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito | Teatro Massimo di Palermo | Rappresentazione del 25 giugno 2014


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L'autore: Monika Prusak

Monika Prusak, musicista, musicologa e docente. È diplomata in Flauto traverso presso il Liceo Musicale “I. J. Paderewski” di Bialystok (Polonia) e laureata in Educazione artistica nel campo dell’arte musicale e Direzione di coro presso l’Accademia di Musica “F. Chopin” di Varsavia, in Canto presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo e in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università degli Studi di Palermo. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso la Sapienza - Università di Roma con una tesi dal titolo Il senso musicale del Nonsense: Petrassi e Ligeti. Due esempi di “neomadrigalismo” nel secondo Novecento. Ha al suo attivo conferenze scientifiche e divulgative su argomenti musicologici (Sibelius Academy di Helsinki, Società Italiana di Musicologia, Associazione Amici di Santa Cecilia di Roma, Bologna Festival, Istituto Polacco di Roma, Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo) e collaborazioni pubblicistiche (Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Opera di Wroclaw, Drammaturgia Musicale, Il Giornale della Musica, riviste Ruch Muzyczny e Krytyka Muzyczna di Varsavia). Dal 2011 è critico musicale presso «Il Corriere Musicale» on-line e fa parte del comitato di redazione della rivista musicologica «Krytyka Muzyczna» di Varsavia, fondata da Michał Bristiger. È docente di Storia della musica, Teoria, analisi e composizione e Direttore di coro presso il Liceo Musicale “Vito Fazio Allmayer” di Alcamo.

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