Donizetti francese, rivelazione alla Fenice


di Cesare Galla foto © Michele Crosera


Le accidentate vicende musicali e teatrali che portarono al debutto della Favorite di Gaetano Donizetti all’Académie Royale de Musique di Parigi (2 dicembre 1840), in una complessa trama di elaborazioni librettistiche e auto imprestiti, hanno contribuito non poco a fare affibbiare a quest’opera – almeno in qualche analisi critica un po’ sbrigativa, ancorché relativamente recente – la poco lusinghiera etichetta di “centone”. In realtà, come spesso accade, la rarità della presenza di questo titolo sulle scene nella versione originale ha probabilmente fatto ombra a una valutazione meno astratta e meno legata alla poco risolta versione italiana, che è circolata nei teatri della penisola con l’esangue frequenza tipica delle opere considerate minori di autori che pure vanno per la maggiore.

Ora la Fenice ha acceso i riflettori sulla Favorite – iniziativa di grande sostanza culturale che merita di essere definita il clou della stagione. Per il teatro veneziano si è trattato di una prima assoluta, preceduta nel secolo scorso solo da tre edizioni della versione italiana, tutte dopo la seconda guerra mondiale e l’ultima risalente al 1988, con la firma registica di Luciano Pavarotti. E si può ben parlare di una rivelazione: nonostante un allestimento tutt’altro che esaltante, il lavoro donizettiano ha dimostrato una coesione drammatica notevole, una tensione espressiva uniforme e coinvolgente, un magistrale dominio degli elementi cardinali del genere tutto parigino del Grand-opéra. In particolare, l’abbandono dei numeri chiusi tipici dell’opera italiana a favore della ben più articolata forma della Scena conduce a un affascinante sviluppo del confronto psicologico fra i personaggi, come di lì a un decennio comincerà a fare il Verdi della grande maturità. E la grandiosità della concezione strumentale permette al musicista bergamasco non soltanto di realizzare grande raffinatezza nelle atmosfere, ma di innervare sapidamente il flusso dei declamati – così convertiti i recitativi all’italiana – con un variegato contraltare timbrico, rendendoli elementi portanti della drammaturgia.

Come vuole il genere, la grande storia – secolo XIV: la cacciata degli arabi dalla penisola iberica, le tensioni fra regno di Castiglia e Papato – si intreccia con storie private di formidabile temperatura emotiva, che giustappongono sentimenti come l’amore e il senso dell’onore in un contrasto alla fine insanabile. E i due personaggi principali, il giovane novizio poi vittorioso condottiero, Fernand, e la maîtresse segreta di re Alfonso XI, Léonor, segregata e umiliata in un ruolo avvilente, sono protagonisti di un percorso di riscatto sentimentale e umano che potrebbe forse unirli definitivamente ma finirà per essere abbattuto dalla vendetta del sovrano e per escludere l’uno dall’altra nella maniera più tragica. Coerente allo stile l’ambientazione, vagamente esotica e sicuramente elegante, cornice efficace anche per il ballo di prammatica nel secondo atto, inserto “decorativo” in una vicenda che nasce e si conclude fra le mura di un convento prima di attraversare le luci e lo sfarzo di regali dimore.

Di tutto questo poco si cura la regista Rosetta Cucchi, che firma lo spettacolo in scena alla Fenice fino al 21 maggio con la collaborazione dello scenografo Massimo Cecchetto e della costumista Claudia Pernigotti. La sua idea è di ambientare La Favorite in un mondo futuribile nel quale, come ha dichiarato, «le convenzioni e le consuetudini che legano oggi i rapporti tra uomini e donne si sono estinte nel momento in cui si sono estinti sia il patto sociale che la natura, cioè la forza che dà linfa all’essere umano». In questo futuro distopico, i frati sono gli adepti che conservano gli ultimi frammenti della natura morente (ma lo scenario assomiglia a quello di un servizio bagagli alla stazione, con tanti armadietti accatastati uno sull’altro), mentre la reggia diventa un luogo asettico, plastificato, soffocante, dove la condizione femminile è solo oppressione e subalternità fisica e psichica. In effetti, nella parte centrale dell’opera le scene sono essenzialmente di plastica trasparente, soluzione che non è priva di un suo impatto visivo da installazione post-moderna, e che funziona meglio degli atti al convento, il primo e l’ultimo. Ma il punto è che il Grand-opéra in tutto questo latita, la spettacolarità è abrogata, il dramma si sviluppa come se tutto accadesse sotto vuoto. L’energia di Donizetti basta a se stessa, ma a quel punto, per le danze del secondo atto tanto valeva rinunciare, invece di proporre una pantomima simbolica affidate a due donne che fanno una pessima fine.

Dal punto di vista musicale, invece, esecuzione di livello per apprezzare al meglio questo Donizetti francese. Dal podio, Donato Renzetti stacca tempi molti incisivi, definisce dinamiche ardenti di contrasti, tornisce il fraseggio senza perdere di vista il rapporto fra calore melodico e forza espressiva delle perorazioni orchestrali e corali. E l’orchestra della Fenice gli risponde benissimo. Nel ruolo del titolo, Veronica Simeoni si propone con convincente adesione stilistica, facendo apprezzare il suo timbro ambrato, la linea di canto duttile e pronta a svettare senza forzatura, la drammaticità molto interiore e sofferta. Al suo fianco, il tenore americano John Osborn ha debuttato nel ruolo di Fernand dimostrando avere tutto per una resa maiuscola di questa ardua e complessa parte: squillo, precisione, controllo, omogeneità timbrica nei passaggi di registro, eleganza di fraseggio. Pronunciasse più correttamente il francese (va peggio nel terzo e nel quarto atto, forse per la severità dell’impegno anche fisico richiesto dal ruolo), sarebbe perfetto. Completa il trio dei debuttanti in quest’opera (lo era anche la Simeoni) il baritono Vito Priante, che disegna un Alfonso XI sofferto e cupo, ripiegato su se stesso, e sfoggia una propensione al cantabile decisamente interessante. Bene il basso Simon Lim, che ha disegnato un Balthasar tanto ieratico quanto freddo, e lo svettante tenore Ivan Ayon Rivas nella parte di Gaspar; molto bene il coro istruito da Claudio Marino Moretti, che si è anche mosso con buona efficacia scenica.

 


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L'autore: Cesare Galla

Scrive di musica dall'età di 20 anni, quando ancora seguiva gli studi musicologici nelle università di Bologna e Venezia, dopo il liceo classico. A 25 è diventato giornalista professionista e ha lavorato al Giornale di Vicenza come redattore, caposervizio e vice caporedattore fino al dicembre del 2014.Si è occupato di cronaca nera e bianca, di politica, di web e mondo digitale e soprattutto di spettacoli e cultura, guidando fino al 2012 le pagine ad essi dedicate. Contemporaneamente, ha sempre svolto la critica musicale, dal 1996 anche sul quotidiano veronese L’Arena. Negli ultimi 40 anni ha recensito migliaia di concerti e centinaia di rappresentazioni operistiche e ha pubblicato alcuni libri (sulle Sinfonie di Beethoven, sulla storia della Società del Quartetto di Vicenza, sul festival Settimane Musicali al teatro Olimpico, sulle rappresentazioni verdiane nel Veneto, raccontate attraverso cinque lustri di recensioni). Oggi collabora da "cronista di musica" e osservatore del mondo della cultura con Il Corriere Musicale e con la testata veneta di informazione online Vvox. Il suo sito personale d'informazione, musicale ma non solo, è www.cesaregalla.it.

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