Il trionfo del Barocco interpretato con grande inventiva e gusto, lontano dalla filologia esasperata


di Attilio Piovano foto © Mattia Boero


APPLAUDITA SERATA in Conservatorio, a Torino, lunedì 21 settembre 2015, nell’ambito di MiTo, con il Concerto Italiano diretto dall’esperto Rinaldo Alessandrini: musicista rigoroso e fantasioso al tempo stesso. Tutto all’insegna del barocco strumentale italiano il programma, per la gioia dei barocchisti di fede osservante, ma per la gioia altresì di quella fetta di pubblico che non ama certe estremizzazioni dei cosiddetti filologi (in senso deteriore), quella fetta di pubblico che (giustamente) storce il naso di fronte a suoni esangui, strumenti con corde di budello che non tengono l’accordatura, vezzi interpretativi eccessivi che in realtà si traducono in veri e propri tic linguistici e altro ancora. Ecco, nulla di tutto ciò risulta imputabile alle interpretazioni del Concerto Italiano, un complesso oggi di altissimo livello, formato da professionisti-studiosi dalla tecnica a dir poco perfetta, con un affiatamento invidiabile. Un complesso attento alle ragioni sacrosante e legittime della filologìa, dunque volto a restituire l’originalità delle pagine prescelte, ma anche volto a curare un tipo di emissione sonora che non mortifichi l’orecchio, tutt’altro. Grazie, soprattutto, a Rinaldo Alessandrini che, in piedi dinanzi al cembalo rialzato (in una posizione inconsueta e pur efficace) guida con mano sicura l’intero ensemble.

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E allora ecco in apertura di serata del veneziano Albinoni la Sinfonia a quattro in si bemolle maggiore, pagina scorrevole e sciolta, nella sua rassicurante (e un po’ prevedibile) regolarità. Quasi un programma a tesi, quello predisposto dai validissimi interpreti, quasi un’antologica campionatura dei generi più caratteristici del barocco strumentale italiano. In seconda posizione la curiosità del Concerto grosso n. 2 op. 7 del longevo (e poco noto) Michele Mascitti (scomparso sembrerebbe addirittura novantaseienne nel 1760, ma è lecito nutrire qualche ragionevole dubbio). Andamento pomposo e cerimoniale dall’allure quasi francese in apertura, con altisonanti ritmi puntati, un fugato more academico, poi le delizie di un Larghetto (a dire il vero molto vivaldiano) e un finale scontato, ma non per questo banale con le sue insistite progressioni d’ordinanza. Certo, ascoltare poi subito dopo la Sinfonia in re maggiore n. 2 JC 15 dello scrupoloso Sammartini (una pagina a corrente alternata che accosta tratti passatisti all’originalità di un tempo lento singolarmente in anticipo sulla storia, prima dello spigliato finale in guisa di danza) e più ancora ascoltare del geniale Corelli il Concerto grosso n. 4 op. 6 fa davvero la differenza: al suo interno un languoroso Adagio dagli echi di ciaccona e, per contro, tratti esuberanti per i tempi rapidi che i bravi interpreti affrontano a velocità ragguardevole, specie il tempo conclusivo, quasi una Giga, con effetto magnetico ed euforizzante.

Infine, immancabili e sempre graditi dal pubblico di ogni latitudine, i quattro Concerti più famosi dall’op. 8, Il cimento dell’armonia e dell’invenzione, insomma per antonomasia le Quattro Stagioni vivaldiane. E non è certo il caso di descriverne con minuzia l’eccellente (e peraltro ben nota) interpretazione del Concerto Italiano, cui si è aggiunto il violino di lusso di Rachel Podger. Intonazione perfetta, appropriatezza di stile, vivacità e brio, ma senza eccessi nevrotici, nessuna smanceria né stravaganza, molte idee interpretative, buon gusto, eleganza e una miriade di dettagli messi a fuoco con garbo e misura (i famigerati elementi descrittivistici, dall’abbaiare del cane al ticchettio della pioggia, dal senso di ebbrezza nel tempo lento dell’Autunno al vortice di rustiche danze nel finale del medesimo Concerto), nessuna facile concessione al pubblico, ma nemmeno la monocromia soporifera di certi cosiddetti filologi che, di fatto, finiscono per far male alla musica, stravolgendone l’esprit e allontanando il pubblico. Applausi vivissimi a tutti, in primis all’ottima solista, al direttore e all’intero ensemble, bis e soddisfazione generale.

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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995, ristampa RCS 2018), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002), Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006) e L’uomo del metrò (e-book interattivo per i tipi de ilcorrieremusicale.it 2016, prefazione di Gianandrea Noseda). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997). Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo ‘900, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale ecc.; a Torino col Festival MiTo (già Settembre Musica, ininterrottamente dal 1984), Unione Musicale, Teatro Regio, Politecnico e con varie altre istituzioni. Già corrispondente del «Corriere del Teatro», ha esercitato la critica su più testate; dalla fondazione scrive per «ilcorrieremusicale.it»; ha scritto inoltre per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus» e scrive (dal 1989) per «La Voce del Popolo» (dal 2016 divenuta «La Voce e il Tempo»); dal 2018 recensisce per «Il Corriere della Sera» (edizione di Torino). Membro di giuria in concorsi letterari nonché di musica da camera e solistici. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di cattedra presso il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica sacra moderna e contemporanea nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione col Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. Dal 1° gennaio 2018, cura inoltre l’Ufficio Stampa del Conservatorio “G. Cantelli”. Dal 2012 tiene corsi monografici sulla Storia del Melodramma (workshop su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino, Corso di Laurea Magistrale, in collaborazione con Fondazione Teatro Regio). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Dal 1976 a Torino è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), dal 2017 anche presso la barocca chiesa di San Carlo, nella piazza omonima, e più di recente in Santa Teresa. Nell’autunno del 2018 in veste di organista ha partecipato ad una produzione del Requiem op. 48 di Fauré. È citato nel Dizionario di Musica Classica a cura di Piero Mioli, BUR, Milano © 2006, che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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