di Marco Testa

wagnerNel definire Liszt scrittore di ‘cose’ musicali si potrebbero rievocare le parole che Edward Said adoperò in una recensione apparsa sul London Review of Books a proposito di Charles Rosen all’indomani della prima edizione di quell’opera straordinaria e insuperata che è La generazione romantica: «Rosen scrive non da musicologo ma da coltissimo pianista». Così come quella di Rosen (seppure in contesto e modi completamente differenti) la prosa lisztiana è quella capacità di collegare la storia della musica, dell’arte e della cultura in un sistema complesso e connesso, dove le innumerevoli citazioni letterarie, mitologiche, bibliche o estrapolate dalla storia dell’arte sono la tela su cui egli rappresenta la propria visione unitaria, ancorché l’Ungherese cedesse più volentieri a indugiare nella retorica rispetto allo Statunitense, incorrendo talvolta in una pesantezza da imputare forse più all’epoca in cui visse che alla propria penna. Ad ogni modo la profonda dottrina del Liszt scrittore, dell’infaticabile analista, non può sfuggire alla considerazione di Nicolas Dufetel, il giovane musicologo – classe 1982 – che ha curato questi scritti, freschi di stampa in Italia presso Il Saggiatore con il titolo Wagner. Tannhäuser, Lohengrin, Il Vascello fantasma (anche se ci sarebbe da chiedersi perché l’editore non abbia riportato il titolo, più tradizionale, de L’Olandese volante).

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Formatosi tra Francia, Italia e Germania, al compositore delle Consolations e della Lugubre gondola Dufetel ha dedicato studi precisi e appassionati, dai quali traspare una profonda consapevolezza dell’uomo di lettere oltre che del musicista puro: «Come attestano le note sulle persone e sui personaggi […] la cultura evocata nelle pagine lisztiane è immensa. Le tre analisi sono percorse da innumerevoli riferimenti alla musica, ovviamente, ma anche alla filosofia, alla Bibbia, alle mitologie greco-latina e norrena, alla letteratura (Balzac, Byron, Chateaubriand, Dante, Goethe, Herder, Jean Paul, Milton, Schiller, Shakespeare, Wieland) e alle belle arti (Berghem, Flaxman, Fidia, Leonardo da Vinci, Raffaello, Rembrandt, Ribera, Rubens; la Venere di Milo, gli affreschi di Pompei ecc.)».

Ad ogni modo questi scritti, che tra le altre cose hanno il merito di mettere maggiormente in luce alcuni aspetti di una delle amicizie – quella appunto tra Liszt e Wagner – più celebri e controverse della storia della musica e dell’intera storia della cultura occidentale, vengono ora per la prima volta pubblicati in versione integrale, senza dimenticare però che già un giovane Paolo Isotta ebbe a curare i saggi di Liszt su Lohengrin e Tannhäuser in un’edizione apparsa presso Mondadori nel 1983.

Nel corposo saggio introduttivo Dufetel ha il merito di introdurci sapientemente nella temperie della civiltà musicale tedesca degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo XIX, in quella Weimar che ebbe un ruolo chiave all’interno della cultura tedesca (di qui passarono Bach, Goethe, Schiller, Herder, per non citare che i maggiori) e in cui Liszt prestò servizio come maestro di cappella presso il granduca di Sassonia-Weimar-Eisenach Carlo Federico: il Liszt musicista cattolico, a cui dobbiamo una imponente produzione corale sacra, salvo non molte eccezioni non è filtrato con facilità al grande pubblico, restando per lo più rinchiuso tra le cerchie degli addetti ai lavori, di studiosi e appassionati, per non dire in certi casi dei soli specialisti del repertorio corale. Ma il lettore che vorrà sviscerare tutti i lati dell’universo lisztiano, universo quanto mai poliedrico con pochi epigoni nella storia della tradizione eurocolta, non potrà tralasciare qualsivoglia aspetto, ogni possibile sfumatura: il musicista cattolico, il virtuoso del pianoforte, persino l’audace sperimentatore; è a Wagner, non a Liszt, che in genere si attribuisce più volentieri l‘etichetta di ‘moderno’. Eppure se questi fu sempre entusiasta delle conquiste artistiche e armoniche del futuro genero, a Venezia Wagner faticherà ad accettare le sperimentazioni del suocero ai confini con la tonalità. Si tratta di un aspetto non ancora sufficientemente indagato.

Torniamo a Weimar, ché è qui che Liszt e Wagner s’incontrano e stringono amicizia. Di soli due anni più anziano il primo, il loro rapporto, sempre basato su reciproca stima e ammirazione, incontrerà più di un ostacolo, specie in ragione della relazione nata tra lo stesso cantore di Lohengrin e Cosima Liszt, quindi appunto Cosima Wagner, ma non prima di essere stata Cosima Bülow, dal nome del celebre direttore d’orchestra che Liszt amava in modo particolare e a cui Wagner non pensò due volte di «vuotare il talamo», per dirla con la caustica espressione di Piero Buscaroli. Tutto ciò avverrà negli anni Sessanta e destino vorrà che la prima figlia di Richard e Cosima nascerà quasi contemporaneamente alla prima esecuzione del Tristano, diretta proprio da un Hans von Bülow che da parte non cesserà mai di ammirare l’illustre collega.

Le pagine di Liszt sul futuro genero sono le pagine di chi abbia fatto un’eccezionale scoperta, più del veneratore che del venerato (quale comunque, agli occhi di Wagner, egli sempre rimase), concetto che si può riassumere con l’espressione «propaganda wagneriana», d’altra parte adoperata dallo stesso Liszt. Una propaganda che si realizza attraverso scritti appassionati, ma anche nella direzione musicale delle principali opere e nei lavori di trascrizione. Sono pagine ispirate, incardinate nell’intima convinzione che Wagner sia il profeta della nuova musica di un mondo che tuttavia non è ancora pronto ad accoglierlo. In questo il vero profeta fu Liszt. Il lettore percepirà l’infatuazione dell’Ungherese per il Sassone – per i suoi slanci insieme poetici e musicali, per il talento visionario – animata dalla più spontanea quanto disinteressata dedizione. Quando dové dirigere Lohengrin, Liszt ne lodò a più riprese l’Ouverture, che riassume pienamente il pensiero del dramma, dando così conto della potenza espressiva già narrante del preludio, che quasi racchiude e anzi è già è parte della vicenda; il Wagner poeta si esprime sommamente nella musica come nella musica sommamente è manifesto il poeta. «Il vostro Lohengrin» gli scriverà « è un lavoro sublime dall’inizio alla fine; le lacrime mi hanno toccato il cuore in numerosi punti». Le pagine sul Lohengrin sono forse le più potenti ed evocative, ma a questi abbandoni il lettore si abituerà anche in Tannhäuser e nell’Olandese.

La duplice natura di poeta e musicista è motivo per Liszt di grande nota: «Wagner è nondimeno poeta e prosatore finissimo; ma pur essendo il poeta che è, egli trova soltanto nella musica la formula completa del suo sentimento, tanto che lui solo potrebbe dirci se adatta le sue parole alle sue melodie o cerca invece melodie per le sue parole».

Chiunque desideri penetrare l’universo lisztiano e wagneriano, gli intrecci di una vicenda e di un’amicizia così felice per gli esiti che fu capace di produrre, ma anche così feconda sul piano umano, avrà da oggi un (preziosissimo) strumento da cui non potrà prescindere.

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Marco Testa

Marco Testa

Cresciuto nell'isola di Sant’Antioco, ha compiuto studi storici e archivistici parallelamente a quelli musicali. Già collaboratore della cattedra di Bibliografia musicale del Conservatorio di Torino e docente dell'Accademia Corale "Stefano Tempia" (guida all'ascolto/storia della musica), attualmente è docente di storia della musica presso IMUSE Torino e collabora con festival e istituti di ricerca. Autore di saggi e articoli pubblicati in riviste specializzate, lavora principalmente per l'Archivio di Stato di Torino e scrive su "Musica - rivista di cultura musicale e discografica" e su "Il Corriere Musicale".

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