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I piaceri del melodramma nella liturgia

Matteo Mainardi di Matteo Mainardi
22 Gennaio 2015
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Home Contrafactum
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renoir_laLoge
Pierre-Auguste Renoir, La loge (1874)

Contrafactum Stessa musica, altre le parole

Pillole di Storia della musica/6

a cura di Laura Bigi


Quando la Traviata si ascoltava in chiesa e gli italiani imparavano a conoscere l’opera scambiandola per musica sacra


di Matteo Mainardi


Provate ad entrare in una chiesa. Una volta nella navata centrale giratevi e potrete vedere, sopra la bussola d’ingresso, la cantoria, nella quale si staglia un imponente organo che mette in bella mostra le sue canne di facciata (nella maggior parte dei casi mute). Nel XIX secolo le chiese si dotarono tutte di imponenti strumenti a testimoniare la vivacità e il prestigio della comunità. In modo del tutto analogo avveniva per i teatri che venivano eretti anche in alcuni centri secondari, a suggellarne la promozione da borgo a città. Ma le città che potevano permettersi un teatro erano poche, tutte le parrocchie invece si  dotarono di un organo e questo fu il principale fattore del successo di Giuseppe Verdi. Assurdo? A prima vista. Nell’Ottocento furoreggiarono trascrizioni di brani d’opera per organo anche per la liturgia. Il mondo editoriale non si fece scappare l’occasione e in particolare il milanese Giovanni Canti pubblicò trascrizioni di melodrammi per organo curate da Carlo Fumagalli; la dedica allo zio prete Giuseppe Brambilla, ci fa capire che il clero era più incline ai piaceri dell’opera che all’ubbidienza ai divieti canonici. La Traviata di Verdi venne quindi adattata ai versetti del Gloria, alternandola alla monodia ambrosiana, oppure la Consumazione poteva essere accompagnata dalla melodia de La donna è mobile. Qualcuno potrebbe gridare allo scandalo, e molti nell’Ottocento lo fecero; ma la stragrande maggioranza degli italiani aveva una pratica del melodramma simile a quella della Ninetta del Verzèe di Carlo Porta, la quale aveva notizie dei teatri perché si portava a letto l’usciere della Scala. Per quanto possa sembrare assurdo gli italiani, per lo più contadini, non conoscevano l’opera, ma andavano a messa e grazie alle trascrizioni si abituarono a queste melodie, ascoltate e percepite inizialmente come musica sacra. Sarà solo in seguito, con le bande e con la radio, che gli italiani si accorsero che quello che avevano sentito non era il canto degli angeli, ma quello di un dongiovanni mantovano.

© Riproduzione riservata

Tags: Giuseppe VerdiTraviata
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Matteo Mainardi

Matteo Mainardi

Diplomatosi in clarinetto, si laurea in Storia della musica con Francesco Degrada, frequenta il corso di laurea specialistica in Musicologia presso l’Università Statale di Milano. Insegna italiano nella scuola media e Storia della Musica presso il Civico Liceo Musicale “Malipiero” di Varese, dove coordina un gruppo di lavoro impegnato nella valorizzazione della musica popolare del territorio varesino. Socio della Società Storica Varesina è attivo nella valorizzazione del patrimonio storico musicale del territorio. Ha pubblicato saggi sulla storia dell’editoria musicale milanese, su Nicolò Paganini, Alessandro Rolla e sulla penetrazione a livello popolare del repertorio operistico italiano dell’Ottocento, sono stati inoltre pubblicati suoi contributi sulla storia del teatro di Gallarate (Varese) nel XVIII secolo. Accanto all’attività didattica e di ricerca, svolge opera di divulgazione. I suoi interessi di ricerca sono la storia dei teatri minori milanesi nel primo Ottocento e l’indagine dei meccanismi che hanno reso la musica di Giuseppe Verdi un patrimonio autenticamente popolare in Italia.

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