di Redazione

cello musicSamuel Magill e Beth Levin sono i protagonisti dei tre brani che costituiscono questo insolito album dedicato ad alcune opere per violoncello e pianoforte di certo non tra le più conosciute. Basta ammirare la copertina, in cui appare sullo sfondo La piccola città di Schiele, per addentrarsi nel clima di questo cd. La crisi della società di fine ’800, culminata con la fine dell’impero austro-ungarico, l’avvento della psicanalisi e le ombre che si addensavano nel cuore di un’Europa prossima ad un conflitto sanguinario, sono solo alcuni elementi che hanno influito sul crollo definitivo della tonalità, che di lì a poco avrebbe lasciato spazio alle nuove tecniche dodecafoniche.

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L’incisione della Navona Records, però, ci ricorda che a inizio ’900 non esistevano solo i dettami della seconda scuola viennese, ma che nei meandri della storica capitale si respirava ancora una certa aria decadente post-mahleriana, ben presto dimenticata per lo sguardo sin troppo nostalgico del passato. È il caso dell’ultimo brano, una World Premiere Recording dedicata all’ungherese Emanuel Moór, più conosciuto come inventore del pianoforte a doppia tastiera che come compositore, di cui viene incisa la Ballata (1913).

L’interpretazione davvero empatica dei due artisti ci fa rivivere il mi maggiore di partenza come forte rimpianto di una tonalità ormai perduta. Non c’è da stupirsi, quindi, se nello stesso anno Webern completava le Bagatelle op. 9, mentre poco tempo dopo Berg sconvolgeva il mondo dell’opera con Wozzeck.

A Moór viene accostato un altro grande musicista viennese figlio dell’impero, Artur Schnabel, che, oltre ad aver fatto la storia del pianismo, ci ha lasciato non poche composizioni di indubbia qualità. La sonata per violoncello solo che qui viene proposta sembra guardare con interesse alla nuova corrente intrapresa dall’amico Schönberg, con la differenza che, alle rigorose serie dodecafoniche, viene preferita una scrittura liberamente atonale. All’interno di questo tessuto, colpisce la presenza di melodie diatoniche, che caratterizzano soprattutto l’estasi del Larghetto. Magill ci offre una lettura molto intensa e coinvolgente, attenta alle minime sfumature. C’è da domandarsi, effettivamente, sul perché la maggior parte dei violoncellisti non abbia mai preso in considerazione un brano così affascinante, che amplierebbe quel repertorio per violoncello solo, al quale il Novecento storico non ha dedicato abbastanza spazio.

La parte meno convincente dell’album forse è il brano d’apertura: la sonata “Kreutzer”, eseguita in una versione che intreccia le storiche trascrizioni di Czerny e Franchomme. Non perché sia mal eseguita (anzi, i musicisti americani convincono per qualità di suono e intensità espressiva, in particolare con l’ottimo accompagnamento sempre partecipe di Beth Levin), ma piuttosto per una certa incongruenza, tanto temporale quanto compositiva, tra le pagine di Beethoven e le successive opere decadenti che costituiscono l’essenza del cd.

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Pubblicato il 2016-02-26 Scritto da StefanoCascioli

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