di Redazione

Joseph Koykkar double takes and triple plays Da quanto riportato nel libretto all’interno del cd, Joseph Koykkar in Double takes & triple plays (Ravello Records, 2016) ha voluto raccogliere vent’anni della sua musica, un periodo ampio e particolare specialmente se si pensa che si tratta di due decenni che comprendono un cambio di secolo (1992-2012). «For me music is music» dichiara l’autore, sottolineando con orgoglio la moltitudine di influenze riscontrabili nei suoi lavori; innegabile. Tutti ben eseguiti, i quindici pezzi dell’album sono scritti per organici diversi, da piccoli ensemble al pianoforte solo. Nei pezzi per ensemble, spesso la scrittura disegna brevi momenti solisti contrapposti al tutti subito successivo, in un gioco di proposta e risposta che richiama le radici della musica popolare americana, dal blues ai tipici boogie fifties style, per altro esplicitate anche nel titolo del quarto pezzo midi blue boogie, per piano solo.

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Joseph Koykkar
Foto © Katrin Talbot

Le influenze estremamente diverse nella scrittura di Koykkar non sono giustapposte una all’altra, ma nella maggior parte dei casi si sovrappongono: succede in Bonks, terza parte di Interfacing per piano solo, dove una melodia tonale scorre su un ostinato ritmico dai sapori decisamente non europei. In questo brano come in molti altri le varie sezioni sono a dir poco evidenti, tanto da risultare non coerenti all’ascolto; le numerose riprese di temi o di brevi sezioni timbricamente molto caratterizzate sembrano quasi voler giustificare l’inserimento di queste battute nel pezzo, come se una ripetizione (per essere precisi, va detto variata) rendesse il linguaggio più solido.

Ciò che sembra non cambiare negli anni nella scrittura di Koykkar è l’impiego di ostinati, presenti in quasi tutti i pezzi dell’album, dall’iniziale Panache del 2006 al più recente Inside out (2011), particolarmente interessante specialmente nella sua prima parte, per l’equilibrio nel dialogo tra solo e tutti e per la scelta dei temi, che richiamano la tradizione popolare senza però enfatizzarla eccessivamente. Nel complesso però il disco non stupisce, nonostante gli innegabili spunti brillanti assistiamo a un ridondante impiego di pochi elementi e al delinearsi di temi di poco spessore, come per esempio nella seconda sezione di Streets and bridges, Lafayette place, con una melodia scialba. I vent’anni di musica a cui si riferisce il compositore sembrano molti di più, se si fa riferimento alle influenze che traspaiono nella scrittura, ma purtroppo risultano anche molti meno se si pensa alla esiguità degli elementi in gioco.

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Pubblicato il 2016-04-02 Scritto da ClaudiaFerrari

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