Prosit Neujahr!


Sarà Mariss Jansons a dirigere per la seconda volta  il tradizionale Concerto di Capodanno a Vienna. Ripercorriamo le origini e le curiosità che hanno fatto di questo appuntamento un grande classico della scena musicale europea


di Vittorio De Iuliis


Vienna, 1° Gennaio. Come ogni anno, nell’elegante sala dorata del Musikverein tutta addobbata con fiori gentilmente offerti dalla città di Sanremo, un sacco di persone aspetteranno la fine del Concerto di Capodanno per poter applaudire, più o meno a tempo, la “marcia di Radetzky”, tradizionale brano di chiusura. Eppure, pensate, per molti anni né la suddetta marcia, né altre pagine di Johann Strauss padre furono eseguite. Ma viaggiamo indietro nel tempo, fino alla Vienna dell’Ottocento, e vediamo come andarono le cose.
Il Concerto di Capodanno ruota attorno a due istituzioni della cultura musicale viennese: i Wiener Philharmoniker, orchestra che davvero non ha bisogno di presentazioni, e la famiglia Strauss, in special modo Johann Strauss figlio, autore di molti tra i più noti brani in programma ogni anno e senz’altro il più noto tra i compositori della famiglia, al quale comunemente ci si riferisce citandone solo il cognome. L’intreccio tra i Wiener e Strauss risale a ben prima della nascita del tradizionale Concerto, e ha conosciuto momenti felici e spensierati come i migliori tra i valzer di Johann, ma anche una pagina tragica, legata alla morte del compositore. Gli incontri diretti di Strauss con l’Orchestra Filarmonica di Vienna furono pochi, ma tutti coronati da straordinari successi: dopo alcuni concerti nel 1873 -74 e un ritorno nel 1878,  solo nel 1899 il compositore fu chiamato a dirigere nuovamente l’orchestra viennese, che in quell’occasione eseguì sotto la sua guida l’overture dal “Fledermaus”, una delle sue pagine più note. Sfortunatamente, durante la serata il già anziano Johann prese freddo e finì per ammalarsi di una polmonite che di lì a pochissimi giorni gli costò la vita. Stupisce il fatto che per molti anni i Filarmonici di Vienna sembrarono quasi voler dimenticare l’importanza della musica di Strauss nella tradizione culturale della capitale austriaca. Stupisce soprattutto perché raramente un compositore aveva saputo affascinare tanto la gente comune quanto alcuni tra i più importanti colleghi, impegnati in quegli anni a combattere aspre battaglie personali: Brahms, amico sincero di Strauss, scrisse un giorno su un biglietto destinato ad un’ammiratrice alcune battute del valzer “Sul bel Danubio blu”, chiosandole con la frase “Sfortunatamente non di Johannes Brahms”; dall’altra parte della barricata, Wagner ammise di apprezzare uno di quei valzer per i quali il suo discepolo Bruckner avrebbe dato delle sinfonie.

Solo negli anni venti del Novecento, complice il centenario della nascita di Johann Strauss (figlio, al solito), iniziarono a fiorire iniziative volte alla riscoperta delle musiche del compositore, principalmente per merito dei grandi direttori Arthur Nikisch e Felix von Weingartner. Fu però Clemens Krauss a inaugurare il primo vero appuntamento fisso con le musiche della famiglia Strauss, includendo finalmente le composizioni di Johann padre, ricordato soprattutto per la straordinariamente nota “marcia di Radetzki”, ma autentico “padre del valzer” viennese. Il primo concerto della breve serie di appuntamenti annuali si tenne nel caldo Agosto del 1929, certamente non una data affine all’idea che oggi abbiamo del tradizionale Concerto viennese.

Arriviamo dunque al 31 Dicembre 1939, giorno del primo Concerto di (quasi) Capodanno, curiosamente tenuto l’ultimo giorno dell’anno sotto il nome di “Concerto speciale”; si trattò di un evento importantissimo per l’identità culturale di quell’Austria appena invasa dalla follia nazista, che vide Krauss e la Filarmonica di Vienna eseguire le popolari musiche degli Strauss, così intrise di quel “sangue viennese” che aveva dato il nome ad uno dei più noti valzer di Johann figlio. L’iniziativa fu ripresa dopo un anno, questa volta nella tradizionale data del 1° Gennaio, dando il via alla lunga serie dei concerti di Capodanno. L’appuntamento annuale con Clemens Krauss fu interrotto solo nel 1954, anno che vide la prematura scomparsa del direttore che solo per due anni (1946-47) aveva dovuto lasciare la direzione a Josef Krips, a causa delle accuse di collaborazionismo col regime nazista che l’avevano ingiustamente travolto (si scoprì piuttosto che Krauss aveva aiutato alcuni ebrei a salvarsi dalla Gestapo).
La scelta di un successore, per ammissione degli stessi orchestrali, fu molto complessa, tant’è che a essere designato fu Willi Boskovsky, già konzertmeister dei Wiener. La decisione si rivelò tuttavia pienamente azzeccata, tanto da accrescere immensamente la popolarità del Concerto: grazie allo straordinario sviluppo dei mezzi di telecomunicazione fu possibile trasmettere l’evento nelle case di una sempre più larga fetta della popolazione mondiale; l’apertura al mezzo televisivo introdusse anche l’importante novità della danza dei ballerini dell’Opera di Stato, che ogni anno accompagnano le musiche degli Strauss solo per gli spettatori che assistono al Concerto a distanza. A Boskowsky va riconosciuto il merito di aver incarnato straordinariamente lo spirito viennese del Concerto e, ancor di più, della musica della famiglia Strauss, finalmente rappresentata non solo da polke, valzer e marce di Johann padre e figlio, ma anche da brani composti da Eduard e Josef, gli altri due figli del compositore della “marcia di Radetzki”, fino ad allora un po’ dimenticati; subito dopo, iniziarono a trovar spazio nei programmi anche pagine scritte da altri compositori austriaci, tra i quali Carl Ziehrer, rivale di Johann figlio, ma anche Franz Schubert. A sottolineare l’immedesimazione di Boskowsky con la tradizione viennese è anche l’immagine che ne abbiamo di direttore col violino in mano, abitudine ereditata nientemeno che dagli Strauss, che con il violino amavano stare di fronte ai membri dell’orchestra, facendo della prominente e distaccata posizione del direttore un qualcosa di diverso, che li rendesse colleghi musicisti piuttosto che autoritarie guide musicali.

Boskowsky inaugurò anche il tradizionale rapporto tra direttore e pubblico, con l’augurio di buon anno rivolto dai musicisti alla platea e con lo scandito e guidato battimani durante la “marcia di Radetzky”. Tra i venticinque concerti di Capodanno diretti dal grande konzertmeister troviamo anche l’introduzione delle anteprime del 30 e 31 Dicembre, la prima delle quali dedicata alle forze armate austriache, che offrono ogni anno un assaggio di quel che sarà il Concerto vero e proprio. Dopo il ritiro di Boskowsky, nel 1980, l’onore di dirigere il consueto appuntamento di inizio anno fu accordato a Lorin Maazel per ben sette anni consecutivi, prima che i membri dell’Orchestra decidessero di nominare di anno in anno il direttore del Concerto, in modo da offrire elementi di novità che conquistassero l’attenzione di nuovo pubblico. Questo balletto di direttori che ancora oggi continua ha gradualmente consentito un ulteriore arricchimento del repertorio, pian piano apertosi ad opere di autori di altri paesi, comunemente presentati come biglietto da visita dai vari direttori invitati. Nel 1987 fu la volta del grande concerto di Herbert von Karajan, ormai anziano e sofferente, e per questo ammantato di un sottile velo malinconico; ecco poi Claudio Abbado (1988, 1991), con il suo Strauss dai risvolti rossiniani, e soprattutto i due inarrivabili concerti diretti da Carlos Kleiber (1989 e 1992), nei quali le trascinanti melodie degli Strauss hanno scoperto una qualità profondamente nobile, dal brio sempre più elegante, ma soprattutto trasognante. Il resto degli anni ’90 ha visto avvicendarsi le tre “M” della bacchetta: Riccardo Muti, Zubin Mehta e di nuovo Lorin Maazel, giunto così a quota 11 Concerti diretti. Il nuovo millennio non ha mantenuto il livello qualitativo di quello appena concluso, con alcune scelte discutibili, certo non scontate, ma forse poco entusiasmanti. Dall’insolito, ma sempre interessante Nikolaus Harnoncourt, direttore con una passione per l’operetta viennese, all’immancabile Barenboim, fino al recente esordio di Franz Welser-Möst, che durante il suo periodo alla guida della London Philharmonic Orchestra si era conquistato il (geniale, tocca riconoscerlo) soprannome di “Frankly Worse than Most” (“Francamente peggiore dei più”, potremmo tradurre). Tra i due concerti di Harnoncourt, nel 2002 è stata la volta di Seiji Ozawa, e in ben due occasioni (2008 e 2010) abbiamo avuto la possibilità di ascoltare George Prètre, anziano direttore francese che negli ultimi anni ha saputo regalare letture sempre più intense e preziose. E così arriviamo a Mariss Jansons, uno tra i più importanti direttori al mondo, che dopo l’esordio del 2006 avrà l’onore di augurarci un buon 2012 e l’onere di tenere alto il nome della famiglia Strauss e del suo intreccio con lunga tradizione del Concerto di Capodanno.


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L'autore: Vittorio De Iuliis

Giovane critico musicale, affianca da sempre alla pura formazione scientifica un bruciante amore per la musica. Ne scrive, sempre dalla parte del pubblico, tentando di gettare ponti e immaginare collegamenti con gli altri campi del sapere e dell'arte.

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