L’Orchestra Sinfonica Siciliana in cerca di stabilità

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SOLISTA | Il violinista serbo Stefan Milenkovich

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Brillante inaugurazione di stagione, nonostante il clima di protesta, per la compagine che ha sede a Palermo: i musicisti che la compongono chiedono, dopo 15 anni di lavoro precario, una nuova prospettiva rassicurante e attendono risposte in tempi brevissimi


di Monika Prusak


U na voce forte e decisa quella dei trentaquattro musicisti dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, che chiede al Sovrintendente Ester Bonafede e all’Assessore Regionale del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo e Presidente della Fondazione, Daniele Tranchida, una prospettiva di stabilizzazione dopo quindici anni di lavoro precario e una revisione della pianta organica. La protesta, che doveva proseguire a oltranza, è stata sospesa circa un’ora prima del concerto di inaugurazione della 54ma Stagione Concertistica, svoltosi il 19 ottobre scorso presso il Politeama Garibaldi di Palermo. «L’unico vero supporto di quest’orchestra è il nostro pubblico» ha detto il portavoce degli orchestrali all’inizio della seconda parte del concerto, affermando anche di apprezzare, a nome di tutto l’organico, «la dichiarazione del Sovrintendente, che ci ha comunicato le sue dimissioni, se tutto non dovesse essere risolto questo martedì», indicando appunto il 23 ottobre come data del prossimo consiglio di amministrazione.

L’inaugurazione è iniziata con il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61 di Ludwig van Beethoven, suonato in maniera brillante dal violinista serbo Stefan Milenkovich, vincitore di numerosi concorsi in tutto il mondo e proclamato Personalità di spicco per l’anno 2010 nel suo paese d’origine. Il violino di Milenkovich ha un timbro delicato che lo strumentista valorizza con una notevole abilità tecnica e un’intonazione impeccabile. Interprete attento e senza manierismi, Milenkovich esalta la chiarezza della scrittura beethoveniana; il suo compito viene totalmente condiviso e completato da Hobart Earle sul podio della Sinfonica. Il gesto di Earle, che fa intuire la profonda conoscenza della partitura e delle diverse tecniche strumentali, lavora in maniera instancabile sull’articolazione e sui contrasti dinamici. Stefan Milenkovich, richiamato numerose volte dal pubblico, ha eseguito due bis: l’Allemanda dalla Partita n. 2 di Bach, trattata molto liberamente dal punto di vista ritmico, ma incantevole per la dolcezza del suono e la musicalità, seguita da una eccellente esecuzione della Giga dell’ultima Partita, la n. 6.

La protesta di cui abbiamo accennato prima ha avuto anche un suo sviluppo creativo, volto a far comprendere al pubblico, cui il concerto è stato dedicato, cosa potrebbe accadere se i “precari” non fossero presenti tra l’organico dell’orchestra. Complice dell’esperimento, Hobart Earle ha dimostrato come apparirebbe la Sinfonia in si minore “Manfred” op. 58 di Pëtr Il’ič Čajkovskij senza una parte dell’orchestra, quella che di fatto non appartiene all’organico stabile della Fondazione. Il destino ha voluto che tra i “precari” ci fossero molti interpreti di strumenti a fiato e che la Sinfonia iniziasse proprio con le sezioni mancanti. Così, con qualche iniziale dissenso da parte degli spettatori, Earle ha presentato le prime battute del “Manfred” cantate da lui in assenza dei fagotti e riprese poi dai soli archi. L’effetto è stato struggente e più chiaro di ogni parola che si potesse spendere sull’importanza dell’organico per lo svolgimento del concerto. «La musica ha bisogno di tutti e tutti hanno bisogno della musica» ha concluso Earle, invitando tra i tumultuosi applausi gli strumentisti a prendere posto nell’orchestra.

L’esecuzione dell’intera Sinfonia è stata un’esplosione di sentimento e di passione che, da un lato ha fatto riflettere sulla situazione dei musicisti, ma allo stesso tempo ha esaltato il valore di quest’orchestra storica, che ha molto da dire anche oggi e che è spesso ingiustamente sottovalutata per quanto riguarda il livello artistico che rappresenta. Sicuramente è stata la mano di Earle a contribuire a questa sentita performance, ma non dimentichiamoci che l’interpretazione di un’opera musicale sinfonica, come accade anche per quella operistica, è una somma di tante singole interpretazioni che collaborano a ri-crearla e a trasmetterla al pubblico. Il senso di confusione e smarrimento del protagonista letterario di Byron ripreso nella Sinfonia di Čajkovskij, Manfred, può rappresentare una metafora della situazione di chi si dedica oggi alla nobile arte musicale. Non resta che sperare che il musicista odierno prima o poi riesca a ritrovare la pace interiore e soprattutto un giusto sostegno da parte della società.

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L'autore: Monika Prusak

Monika Prusak, musicista, musicologa e docente. Diplomata in Flauto traverso e laureata in Educazione artistica nel campo dell’arte musicale e Direzione di coro presso l’Accademia di Musica “F. Chopin” di Varsavia, in Canto presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo e in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso la Sapienza - Università di Roma con una tesi dal titolo Il senso musicale del Nonsense: Petrassi e Ligeti. Due esempi di “neomadrigalismo” nel secondo Novecento. Ha al suo attivo conferenze scientifiche e divulgative su argomenti musicologici (Sibelius Academy di Helsinki, Società Italiana di Musicologia, Associazione Amici di Santa Cecilia di Roma, Bologna Festival, Istituto Polacco di Roma, Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo) e collaborazioni pubblicistiche (Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Opera di Wroclaw, Drammaturgia Musicale, Il Giornale della Musica, riviste Ruch Muzyczny e Krytyka Muzyczna di Varsavia). Dal 2011 è critico musicale presso «Il Corriere Musicale» on-line e fa parte del comitato di redazione della rivista musicologica «Krytyka Muzyczna» di Varsavia, fondata da Michał Bristiger.

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