All’Arena di Verona «Aida» fantascientifica ed enigmatica

aidaarena


Opera L’inaugurazione del Festival del centenario è avvenuta nel nome del capolavoro verdiano, che il 10 agosto 1913 fu rappresentato qui per la prima volta. Regia poco convincente della Fura dels Baus, direzione elegante e nitida di Omer Meir Wellber; tra gli interpreti Hui He, Fabio Sartori, Giovanna Casolla e Ambrogio Maestri


di Cesare Galla


Cent’anni dopo, l’Arena ricomincia da Aida. O almeno, ci prova. Certo, neanche Giovanni Zenatello poteva immaginare, quella sera del 10 agosto 1913, che l’opera egizia di Verdi avrebbe raggiunto una simile simbiosi con l’anfiteatro romano di Verona. E se qualcuno gli avesse detto che proprio quello spettacolo, con le piramidi, le palme finte, le sfingi e le colonne colorate disegnate da Ettore Fagiuoli, avrebbe avuto il destino di essere rappresentato nella stessa maniera di lì a un secolo, lo avrebbe preso per matto.

È andata proprio così, invece. L’Arena continua a essere un teatro d’opera, il più grande del mondo fra quelli all’aperto. Aida continua a essere il greatest hit fra le antiche pietre, e presto doppierà il capo delle 600 rappresentazioni. E quello storico spettacolo, primo di una serie di 25 diverse edizioni, grazie alla riesumazione “filologica” degli anni ’80, baciata da irresistibile successo, è l’inattaccabile primatista delle recite. Anche per questo, in fondo, il centenario di “Arenaida” non poteva mancare l’occasione di guardare avanti, oltre che di celebrare il passato. Perché se quella volta ci vollero coraggio e inventiva, dopo tanta routine l’anniversario era l’occasione per ritrovare quello spirito. Per dimostrare che le tradizioni si possono creare, non solo rispettare. Ed ecco allora la scelta di aprire l’Arena alla Fura dels Baus, la rinomata firma catalana del teatro d’innovazione, nei suoi lavori migliori capace di creare uno spazio peculiare e affascinante anche per l’opera dell’Ottocento.

Di fronte alla sfida dello spazio archeologico e monumentale, posta dall’Arena, Carlus Padrissa e Àlex Ollé hanno però preferito ripiegare sul racconto per immagini fine a sé stesso: naturalmente intriso di allusioni – se non proprio citazioni – cinematografiche (Indiana Jones, Guerre Stellari); naturalmente a suo modo fantascientifico, inserito in un contesto postindustriale, con due grandi tralicci al centro della scena come unico “arredo” e presenze di animali meccanici al momento del Trionfo. Naturalmente, abbastanza fantasioso per essere enigmatico. L’unico cenno archeologico si trova prima di cominciare, in un prologo nel quale si assiste alla scoperta di una scultura sepolta in un deserto battuto dal vento. L’unica allusione egizia è forse nell’acqua vera del Nilo, al terzo atto, fra coccodrilli-mimi e papiri sventolati dai figuranti. Né l’uno né l’altra sarebbero necessari ad Aida, che è in realtà opera di feroci psicologie in lotta spietata fra loro, di personaggi scolpiti a tutto tondo nelle dinamiche dell’amore e del potere, ma di ciò lo spettacolo della Fura non si dà per inteso: la drammaturgia musicale di Verdi diventa mera colonna sonora, sfondo al racconto un po’ enigmatico. Al quale non riesce neanche di inventare una nuova declinazione del kolossal in chiave areniana. Forse perché molto, quasi tutto quello che si può definire grandioso, in addizione o sottrazione, si è già visto negli ultimi decenni su questa scena.

Resta un colpo di teatro, al quarto atto, quando la “fatal pietra” (un accrocchio a specchio costruito durante il Trionfo a proposito del quale si è letto che trattasi di centrale solare-nucleare…) si chiude a vista su Aida e Radames. Lo vanifica una regia che dispone i personaggi come peggio non si potrebbe. Cosa che del resto avviene lungo tutto lo spettacolo. Restano alcune interessanti soluzioni luministiche nel terzo atto, quando finalmente le dune che si sono gonfiate a vista nel primo (con gran rumore e totale azzeramento acustico del «Numi, pietà» di Aida) cessano di sembrare delle gigantesche meringhe venute male e l’effetto-notte nel deserto ha una sua forza evocativa, ben misurata sulle gradinate dell’Arena. Troppo poco, per immaginare che questa Aida abbia il destino di quella del 1913, e fra un secolo sia ancora rappresentata. Ma probabilmente neanche La Fura dels Baus coltiva una simile ambizione.

Le sorti musicali dello spettacolo inaugurale del Festival del Centenario erano affidate alla giovane bacchetta di Omer Meir Wellber, esperto di Aida ma non di Arena, dov’era al debutto. Lo si è notato in una certa intermittente efficacia dei piani sonori, non sempre rifiniti tenendo presente l’acustica e lo spazio, ma questo non ha impedito alla sua lettura elegante e nitida, stilisticamente orientata verso la Francia del grand-opéra, di affermarsi con buona evidenza. Nella compagnia di canto, bene l’Aida cinese-veronese di  Hui He, che fraseggia con vivace comunicativa sia nell’ambito lirico (con bei fiati tenuti e sfumati) che in quello drammatico. Fabio Sartori è stato un Radames squillante ma non sopra le righe, senza intemperanze di stampo veristico, mentre Giovanna Casolla è risultata una Amneris opaca e forzata, per quanto temperamentosa. Sfocato e poco controllato Ambrogio Maestri come Amonasro, ma il baritono pavese era atteso 24 ore più tardi, sempre in Arena, dal ruolo di Nabucco, e ascoltandolo si è capito che l’inevitabile scelta aveva privilegiato Babilonia. Positivi sia Adrian Sampetrean, Ramfis incisivo e di buon timbro, sia Roberto Tagliavini nei panni del Re.

Alla prima, tiepide accoglienze e perfino qualche accenno di fischio al Trionfo. Sette le repliche in luglio, conclusione il 3 agosto.

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L'autore: Cesare Galla

Scrive di musica dall'età di 20 anni, quando ancora seguiva gli studi musicologici nelle università di Bologna e Venezia, dopo il liceo classico. A 25 è diventato giornalista professionista e ha lavorato al Giornale di Vicenza come redattore, caposervizio e vice caporedattore fino al dicembre del 2014.Si è occupato di cronaca nera e bianca, di politica, di web e mondo digitale e soprattutto di spettacoli e cultura, guidando fino al 2012 le pagine ad essi dedicate. Contemporaneamente, ha sempre svolto la critica musicale, dal 1996 anche sul quotidiano veronese L’Arena. Negli ultimi 40 anni ha recensito migliaia di concerti e centinaia di rappresentazioni operistiche e ha pubblicato alcuni libri (sulle Sinfonie di Beethoven, sulla storia della Società del Quartetto di Vicenza, sul festival Settimane Musicali al teatro Olimpico, sulle rappresentazioni verdiane nel Veneto, raccontate attraverso cinque lustri di recensioni). Oggi collabora da "cronista di musica" e osservatore del mondo della cultura con Il Corriere Musicale e con la testata veneta di informazione online Vvox. Il suo sito personale d'informazione, musicale ma non solo, è www.cesaregalla.it.

Ci sono 9 commenti all'articolo

  1. Penelope

    L’Aida all’arena di Verona il 6 Luglio 2014 (di Fura dels Baus), è stata terrificante, dissacrante. Una vergogna per Verdi e per l’Italia. È stato lo spettacolo più doloroso e pietoso che ho visto in vita mia, la proliferazione di ciò che è basso; non esiste neanche la possibilità di commentare l’opera, perché non c’è un’opera da commentare. Chi è quell’insensato che si permette di dire che questa è arte? Chi quello sciocco che applaude? Osserviamo profanare la nostra cultura e la nostra storia; partecipiamo alla distruzione del bello ed abbiamo il coraggio di parlare di cultura, di arte, di innovazione? O si è ignoranti o si è venduti. Non so darmi altre spiegazione. Vergogna.

  2. nicolacs

    Straordinario spettacolo con alcune piccole esagerazioni tecniche.Belle, corpose, decise, chiare le voci (visto al cinema, microcinema)

  3. paolo paolo

    io al contrario ho trovato lo spettacolo splendido e ricco di inventiva creativa. Non ho trovato nulla che stravolgesse lo spirito verdiano dell’opera in quanto la vicenda si dipana agevolmente anche in un’epoca che non è quella a cui siamo abituati a vedere e che certamente non è quella immaginata da Verdi. I personaggi si muovono agevolmente e senza impaccio, mi è parso, rivivendo le stesse tensioni volute dal musicista. E poi che c’è di male vedere i conquistatori che portano il bottino di guerra più idoneo all’epoca cui Fura si è attenuta e risparmiarci almeno per una volta dai prolissi ed insignificanti balletti cui siamo stati abituati. Ho trovato il terzo e quarto atto piccoli capolavori di intimismo ed un grande Casolla, piuttosto deludenti gli altri compresa la Dessì che è stata in passato una grande Aida nella splendida messa in scena di Pizzi. Insomma non mi è sembrata una serata da buttare quella del 3/8 chi era con me ne ha tratto le stesse osservazioni. E non dimentichiamoci della Traviata di Vick alcuni anni fa…….!!!!

  4. tonelli carla

    la rappresentazione dell’Aida è stata una megagalattica presa per i fondelli per soddisfare il peccato di presunzione dei catalani. I miei€168 per poltronissima più viaggio più soggiorno avrei fatto meglio a offrirli a un barbone. Anche il Carlo Felice di Genova, la scorsa stagione ha messo in scena il Don Giovanni con 5 bare ma quest’anno forse nella bara ci va il teatro.
    Ritornerò a Verona per la fiera dei cavalli che non mi ha mai delusa, ritornerò a risentire Keith Jarrett se l’avrete in programma ma la lirica solo a Milano o Roma.
    tutti gli altri, a mio parere sarà bene che chiudano il sipario.

  5. Sergio

    Avevo già visto l’Aida a Taormina anni fa, sicuramente la pomposità delle scenografie evidenzia la non poca differenza tra le due rappresentazioni, anche
    se mi aspettavo che una versione futuristica fosse “leggermente ” diversa.
    Nel complesso guardandola da un altro punto di vista mi è piaciuta pur iniziando con un palco praticamente vuoto che nel corso della rappresentaziione si è riempito di idee, sicuramente non ipotizzabili da Verdi .
    Un ringraziamento anche al tenore che pur a seguito di un malore ha voluto ultimare la sua rappresentazione dimostrando grande professionalità .

  6. renato

    Aida 3 agosto 2013 ..io di porcate ne ho viste parecchie ma questa le batte tutte..il povero Verdi si starà rivoltando nella tomba e anche io sono abbastanza incazzato …profanata l’Arena…solo dei fuori di testa potevano mettere in scena costumi nell’ordine simili a : appartenenti al Ku Klux Clan, monaci benedettini,un incrocio fra operatori ecologici alieni e minatori col casco, cammelli e elefanti meccanici e abiti numerati..non contenti durante la marcia trionfale pure prigionieri etiopi in bicicletta, bidoni metallici e, tocco geniale, due carrelli sollevatori a forche funzionanti.. il tutto nemmeno ridicolo.. semplicemente penoso..anche gli artisti un pò statici ma li comprendo perchè lì in mezzo che dovevano fare?..tutta la magia della marcia distrutta dal team Fura del Baus…loro sì che meritano le frustate non gli schiavi, che non mettano più piede all’Arena….per loro una sola parola: vergogna vergogna vergogna

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