Martha Argerich a Verbier

Foto Aline Paley

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Il Primo di Čajkovskij splendidamente eseguito con l’Orchestra del Festival svizzero diretta da Charles Dutoit


di Luca Chierici


MOLTO TEMPRO PRIMA CHE i media incominciassero a menarla con il “Rach3”, ai tempi del mediocre film di Scott Hicks, il concerto per pianoforte e orchestra più spettacolare, non il più difficile per i professionisti, era per il pubblico il Primo di Čajkovskij, scritto nel 1875, inizialmente dedicato a Nicolaj Rubinstein e da questi rifiutato con male parole, riabilitato da Hans Richter a Boston nello stesso anno, preso poi in carica da un manipolo di virtuosi che iniziarono a gareggiare puntando soprattutto sul fascino e la sfida dei passaggi in ottave. Passaggi che sembravano usciti dalla Scuola del Kullak per varietà e tipologia: ottave legate e staccate, di polso e di braccio (che in alcuni casi diventavano “di corpo”), a mani interposte. E iniziavano a circolare leggende come quella, del tutto veritiera, relativa al debutto di Vladimir Horowitz a fianco di Thomas Beecham, a New York nel 1928, quando il sommo virtuoso decise di lasciar indietro di qualche distanza il pur valente direttore e rispondere ai tempi lenti presi da quest’ultimo con una velocità che faceva risaltare le proprie ottave di acciaio, inesorabili, perfette, da lasciare tutti a bocca aperta, compreso il “Rach” di cui sopra. Qualcosa di simile si è ripetuto la sera del 18 luglio scorso a Verbier, quando Martha Argerich si è misurata dopo dieci anni con il suo antico cavallo di battaglia, a fianco della Verbier Festival Orchestra diretta dall’ex marito Charles Dutoit, che ha onorato la serata con una affascinante lettura della Rhapsodie Espagnole di Ravel e una appassionata esecuzione della Prima Sinfonia di Brahms.

A settantatré anni la Argerich è giunta a un punto tale di bravura e di compenetrazione con i testi da lei affrontati da potersi permettere anche una condotta filologicamente poco corretta. A ogni proposta di Dutoit lei rispondeva con dinamiche e fraseggio affatto diversi, mettendo forse a dura prova l’equilibrio dell’insieme ma facendo risaltare, e non certo solamente nelle ottave, la qualità e l’unicità del suo intervento. Spesso pareva che la grande pianista guardasse con un certo rimpianto, ma anche con una sorta di sufficienza, alla propria gioventù e alle esecuzioni dello stesso concerto che hanno fatto storia, a partire da quella registrata in disco da giovane con lo stesso Dutoit o più tardi con Claudio Abbado. Qualche nota presa di striscio, commentata dalle sue buffe espressioni, non scalfiva minimamente la tensione del discorso, che si è andata via via accumulando verso un finale da brivido. E come è stato il caso di Horowitz, anche la Argerich ha dimostrato sul campo come per un solista la perfezione assoluta e la traduzione in pratica delle verità più brucianti di certo repertorio ad alta tensione siano inconciliabili. Entrambi i pianisti hanno sempre rischiato l’osso del collo per tener fede a quella che è la loro idea dell’interpretazione musicale, e i loro piccoli incidenti di percorso sono minuscole scintille che scoccano dalle ruote di una potente locomotiva che percorre la strada ferrata ad altissima velocità. Gli stessi incidenti di percorso che nei pianisti molto controllati, apparentemente ineccepibili, suonano in concerto come delle rovinose cadute che ti guastano irrimediabilmente il piacere di una serata.

Non vi è nulla di esibizionistico nell’essere in grado di convogliare il discorso musicale verso un parossismo quasi insopportabile, come ha fatto la Argerich in un concerto che viene eseguito da decine di pianisti alla moda senza provocare nell’ascoltatore il benché minimo turbamento. Né la standing ovation con la quale il pubblico di Verbier ha spontaneamente salutato l’artista aveva nulla di artificioso e scontato. Forse avremmo voluto che il clamore di quel finale di Čajkovskij continuasse a risuonare per un bel po’ di tempo, senza essere attenuato dal piccolo bis dalle Kinderszenen, che la nostra Martha ha dovuto – contro voglia – concedere al pubblico stesso, colpevole questa volta di una richiesta del tutto fuori luogo.

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L'autore: Luca Chierici

Luca Chierici, nato a Milano nel 1954, dopo la maturità classica e gli studi di pianoforte e teoria si è laureato in Fisica. Critico musicale per Radio Popolare dal 1978 e per Il Corriere Musicale dal 2012, collabora alla rivista Classic Voice dal 1999 come esperto di musica pianistica. È autore di numerosi articoli di critica discografica e musicale, di storia della musica e musicologia, programmi di sala e note di lp e cd per importanti istituzioni teatrali e concertistiche e case discografiche. Ha collaborato per molti anni alle riviste Musica, Amadeus, Piano Time, Opera, Sipario. Ha condotto Il terzo anello per Radiotre e ha implementato il data base musicale per Radio Classica. Ha pubblicato per Skira i volumi dedicati a Beethoven, Chopin e Ravel nella collana di Storia della Musica. Ha curato numerose voci per la Guida alla musica sinfonica edita da Zecchini e ha tenuto diversi cicli di lezioni di Storia della musica presso i licei milanesi. Nell'anno accademico 2016-2017 ha tenuto un ciclo di seminari di storia dell'interpretazione pianistica presso il Conservatorio di Novara (ciclo che è stato replicato per l'anno 2017-2018 al Conservatorio di Piacenza). Appassionato di tecnologia, ha formato nel corso degli anni una biblioteca digitale di oltre 110.000 spartiti e una collezione di oltre 70000 registrazioni live. Nel 2007-2008 ha contribuito in qualità di consulente al progetto di digitalizzazione degli spartiti della Biblioteca del Conservatorio di Milano. Dal 2006 collabora alla popolazione del database della Petrucci Library (www.imslp.org).Dal 2014 è membro della Associazione nazionale Critici musicali.

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