«Norma», racconto di tragedia e grandezza dell’eroina romantica


Successo anche per la celebre opera belliniana che chiude al Regio di Torino un piccolo ciclo dedicato ai titoli italiani


di Attilio Piovano foto © Ramella&Giannese


FELICE CONCLUSIONE DI STAGIONE al Regio di Torino, ovvero felice conclusione della rassegna «The Best of Italian Opera». Dopo Bohème, Barbiere e Traviata ci si è affidati alla belliniana Norma, riproposta nell’allestimento del 2012 che recensimmo ampiamente su queste stesse colonne, sicché molto volentieri rimandiamo il lettore desideroso di approfondimenti su regìa impianto scenografico e quant’altro. Norma è andata in scena il pomeriggio di domenica 12 luglio 2015 restandovi poi in cartellone per ulteriori tre serate (il 17, il 22 e ancora domenica 26 luglio).

Partitura superba davvero, quella di Norma, di una bellezza a dir poco straordinaria e tutte le volte che la si riascolta e la si rivede in scena ci si stupisce della quantità di magnifiche pagine (anche strumentali) che essa contiene, ben al di là dell’evergreen «Casta diva» che con la sua lunare, siderale, apollinea venustà da sempre rischia di porre un poco in ombra le restanti pagine. Meno convincente, oggidì, sul piano drammaturgico: soprattutto con quel ribaltone finale che rende poco credibile (se non risibile) la figura di Pollione.

Si è trattato dunque della ripresa dell’allestimento del Regio in co-produzione con Opera Scene di Roma, regìa (storica) di Alberto Fassini (ripresa da Vittorio Borrelli) scene e costumi dalle nette cromie di William Orlandi. Di fatto scena unica o quasi, con scorrere di quinte pietrose e a centro scena un imponente dolmen a lasciare occhieggiare una enorme luna dal disco argenteo. Davvero superlativa la direzione di Roberto Abbado, attenta ai dettagli, alle mille preziosità timbrico melodiche, senza mai perdere di vista l’insieme. Ottima la prova fornita dall’Orchestra ed eccellente quella del coro cui spettano vari e determinanti momenti, a partire dall’iniziale «Ite sul colle, o Druidi». Come già era accaduto nel 2012, palpabile era il senso del destino, quell’incombere del fato che domina sovrano nella partitura e che Abbado ha ben colto, ponendo a reagire momenti di assieme e istanti intimisti, introspettivi, in un mix di classico e romantico che dell’opera costituisce l’essenza, il fascino e se si vuole, anche il limite: col rito della mietitura del vischio segnato da lento incedere della masse e col mistero della natura immanente ben evidenziato da un fondale di boschi e orizzonti naturalistici, quasi specchio dell’animo e contraltare delle vicende umane e dei sentimenti contrastanti che attanagliano i protagonisti, soprattutto la protagonista.

E si è trattato di Maria Agresta, ottima interprete, davvero in gran forma che ha dato voce ad una Norma di forte impatto emotivo, suscitando applausi convinti a scena aperta nell’immancabile e topico «Casta diva», vero luogo emblematico, col suo lirismo onirico ed effusivo. Già in altre occasioni abbiamo ammirato ed applaudito questa interprete per al sua bella voce, le ottime doti, la presenza scenica e l’intelligente capacità di calarsi tra le pieghe del personaggio e nella sua complessa, variegata psicologia. Bene poi anche Veronica Simeoni, una Adalgisa convincente e toccante, specie nei vari momenti in cui alla sua parte è richiesta una humanitas di forte caratura, ad esempio in «Sola furtiva al tempio». Gran successo (e una presenza incredibile di fans e attivissimi sostenitori, anche se non soprattutto alle repliche) per il beniamino Roberto Aronica nel ruolo di Pollione, vocalmente di forte impatto. Squillo possente (col rischio che talora forzando qualche nota risulti leggermente crescente). È piaciuto molto poi Riccardo Zanellato nei panni dell’accorato e trepido padre Oroveso.

Del coro già si è detto tutto il bene possibile: tocca il culmine nel conclusivo e drammatico «Guerra, Guerra», prima che la vicenda volga in personale tragedia per Norma e Pollione che assieme ascendono al rogo, nel momento sublime e catartico, suggellato dal rosso che colora l’intero fondale a suggerire passione e il divampare ormai imminente del fuoco purificatore. Successo pieno.


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L'autore: Attilio Piovano

Musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995, ristampa RCS 2018), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002), Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006) e L’uomo del metrò (e-book interattivo per i tipi de ilcorrieremusicale.it 2016, prefazione di Gianandrea Noseda). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997). Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo ‘900, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale ecc.; a Torino col Festival MiTo (già Settembre Musica, ininterrottamente dal 1984), Unione Musicale, Teatro Regio, Politecnico e con varie altre istituzioni. Già corrispondente del «Corriere del Teatro», ha esercitato la critica su più testate; dalla fondazione scrive per «ilcorrieremusicale.it»; ha scritto inoltre per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus» e scrive (dal 1989) per «La Voce del Popolo» (dal 2016 divenuta «La Voce e il Tempo»); dal 2018 recensisce per «Il Corriere della Sera» (edizione di Torino). Membro di giuria in concorsi letterari nonché di musica da camera e solistici. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di cattedra presso il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica sacra moderna e contemporanea nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione col Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. Dal 1° gennaio 2018, cura inoltre l’Ufficio Stampa del Conservatorio “G. Cantelli”. Dal 2012 tiene corsi monografici sulla Storia del Melodramma (workshop su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino, Corso di Laurea Magistrale, in collaborazione con Fondazione Teatro Regio). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Dal 1976 a Torino è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), dal 2017 anche presso la barocca chiesa di San Carlo, nella piazza omonima, e più di recente in Santa Teresa. Nell’autunno del 2018 in veste di organista ha partecipato ad una produzione del Requiem op. 48 di Fauré. È citato nel Dizionario di Musica Classica a cura di Piero Mioli, BUR, Milano © 2006, che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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