La Nona di Mahler: ‘ultima verba’, tutto un mondo interiore


La bacchetta di Juraj Valčuha regala una magistrale esecuzione torinese della sinfonia, sorta di lascito spirituale del compositore


di Attilio Piovano


OGNI VOLTA CHE SI RIASCOLTA live la Nona Sinfonia di Mahler, sì insomma in sala da concerto – è accaduto le sere di giovedì 28 e venerdì 29 gennaio, a Torino in Auditorium ‘Toscanini’ con l’OSNRai in grandissima forma e un Valčuha in vero stato di grazia – ecco che emozioni, ricordi, immagini, suggestioni e altro ancora riaffiorano come un flusso inarrestabile nella nostra mente. La Nona, si sa, è un singolarissimo macrocosmo, un sismografo dell’anima, una sintesi poderosa e toccante dell’intero percorso sinfonico del musicista boemo ormai giunto in prossimità del capolinea e, al tempo stesso, un unicum rispetto alle antecedenti altre otto Sinfonie, dalle quali si distacca, pur tuttavia costituendone l’inevitabile prosecuzione e approdo, per uno di quei paradossi che solo nell’arte è possibile riscontrare. Il presagio della morte, forse addirittura la certezza pressoché assoluta della fine, non a caso, costituiscono elemento immanente nella Nona stessa: che pure non è solo meditazione, non è solo un monumentum all’interiorità, sorta di lascito spirituale, affresco sonoro dall’esplicito significato di ultima verba.

Tutto questo, certo è palpabile, soprattutto nei due grandi movimenti lenti, lo sterminato Andante iniziale che prende le mosse da una semplice cellula da cui tutto germina e più ancora il commovente Adagio conclusivo, un commiato dal mondo, un distaccarsi dalle cose terrene e materiali; e ogni volta che lo si riascolta impone riflessioni sul senso della vita e della morte, si interroga e ci interroga ponendoci come sull’orlo dell’abisso, ma senza traumi, senza la drammaticità di quegli schianti e certo collassare della materia che tracimavano invece nelle antecedenti Sinfonie. Qui (quasi) tutto pare come purificato, come vagliato, come saggiato al fuoco di una interiorità che ormai non brucia più di passioni e ardenti accensioni, consapevole dell’umana caducità dell’essere («sunt rerum lacrimae», per dirla con Virgilio).

Photografia di Moriz Nähr, 1907. (Photo by Imagno/Getty Images)

Fotografia di Moriz Nähr, 1907. (Photo by Imagno/Getty Images)

Pur tuttavia ai due vasti tempi lenti corrisponde il blocco dei due centrali e allora l’ironia graffiante e acidula del secondo, quel Ländler impregnato di arguzia e ironia, più ancora l’apoteosi di quel gusto per il grottesco che di Mahler è una vera firma; poi il magistrale Rondò-Burlesca alimentato a un vitalismo ritmico che assurge al significato di disperato (e disperante) appello alla vita, per l’appunto e, nel contempo, su un piano più squisitamente tecnico-musicale, informato a un solido, robusto contrappunto che ogni volta lascia attoniti per la maestria tecnica disvelata.

Per porre in luce tutto ciò e tenere saldamente insieme con coerente lucidità la dissimile Stimmung dei quattro tempi occorrono una grande orchestra e un direttore maturo oltre che colto. Se l’OSNRai ha superato se stessa quanto a intensità interpretativa fornendo una prova altissima, grazie al livello eccellente delle sue prime parti, in tutte le sezioni e grazie a un affiatamento a dir poco strepitoso, Valčuha ha saputo guidarla con una perizia e una partecipazione davvero rare. La sua precisione tecnica è ammirevole e l’orchestra risponde docile ai suoi gesti nitidi come una macchina umana perfettamente oliata.

Che si sarebbe trattato di una grande indimenticabile esecuzione lo si è compreso fin dalle misure iniziali, con quei suoni estenuati, cameristici, quel clima luttuoso, ma anche quella sensualità di fondo che allignano nell’Andante talora collidendo, come un guardare disperato alla vita, un aggrapparsi strenuo all’esistere e nel contempo una consapevole affermazione dell’inesorabile andare incontro alla fine. Il vero clou, dopo la prova di bravura del già citato Rondò, è stato nel conclusivo Adagio (in questi casi seguire l’intera esecuzione con la partitura sotto agli occhi è una vera gioia dello spirito e, più ancora, grantisce la consapevolezza di come ogni nota sia stata pesata, ogni fraseggio e ogni minimo segno dinamico rispettati, sia da Valčuha sia dai professori d’orchestra). Quanta intensità espressiva nella pasta degli archi, quanta bellezza nelle trame delicate dei fiati e quanta cura nei dettagli, senza mai perdere di vista la curva melodico-armonica, l’ampio arco di indicibile bellezza di questo movimento che si chiude nel pressoché inudibile sussurro delle ultime misure. E all’ascolto hai la consapevolezza che l’armonia tonale di Mahler sia stata dilatata all’inverosimile, al limite della rottura, entro un clima che di espressionista ha tutte le caratteristiche, senza possederne il colore livido.

E dopo quell’ultima triade di re bemolle degli archi ti rendi conto che solo il silenzio è possibile. Il silenzio appunto. E allora peccato davvero che i soliti due o tre imbecilli debbano scoppiare in fragorosi applausi quando ancora direttore, orchestrali e il 99% del pubblico trattengono il respiro. Possibile che non si riesca a prolungare di 30 o perché no anche 50, per strafare 90 secondi quel silenzio inaudito? Possibile che sia così urgente mostrare agli altri che ‘tu’ sei un intenditore, sei un habitué e allora hai ‘capito’ prima del volgo che è finita? Ecco, verrebbe voglia di prenderli da parte quei due o tre imbecilli, ma invece di cedere alla rabbia (come istintivamente si vorrebbe) ti abbandoni invece volentieri alla commozione; e dopo, come è giusto, c’è spazio per gli applausi intensi e copiosi. Al termine di una serata indimenticabile: davvero. Grande Sinfonica Nazionale Rai, grande Valčuha e grande, sommo Gustav.


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L'autore: Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo e scrittore, ha pubblicato Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002) e Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006), i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). In preparazione una nuova raccolta di racconti musicali. Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo Novecento, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, ha collaborato con La Scala, la RAI, il Festival MiTo, lo Stresa Festival, La Fenice, l’Opera di Roma, il Teatro Lirico di Cagliari, l’Unione Musicale, il Teatro Regio, il Politecnico di Torino e con varie altre istituzioni. Corrispondente del «Corriere del Teatro», scrive per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus», scrive inoltre per «La Voce del Popolo» (da 24 anni) ed esercita la critica su più testate. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di tale disciplina presso il Conservatorio ‘G. Cantelli’ di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Musica sacra moderna e contemporanea (Analisi delle forme compositive) nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato a partire dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione con il Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. A partire dall'anno accademico 2012-2013 tiene un corso monografico su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino (in collaborazione con Fondazione Teatro Regio: workshop specialistico destinato al Corso di Laurea Magistrale). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Da 37 anni (dal 1976 a tutt’oggi) è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), sezione di Torino. È citato nel «Dizionario di Musica Classica» a cura di Piero Mioli, BUR, Milano (2006), che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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