«La cena delle beffe»: una partitura di straordinario spessore melodico


2 – Sguardi sulla musica | L’opera di Umberto Giordano torna al Teatro alla Scala dove fu diretta la prima volta da Toscanini nel 1924. Oggi sul podio Carlo Rizzi con la regìa di Mario Martone | Leggi anche: Sguardi sulla regìa


di Luca Chierici


METTERE IN SCENA a distanza di novant’anni dalla prima esecuzione scaligera del 1924 un’opera come La cena delle beffe di Umberto Giordano si è rivelata un’operazione di grande intelligenza che spiace non sia stata accolta con maggiore entusiasmo da un pubblico non certo prodigo di consensi, probabilmente poco disposto ad affrontare uno spettacolo che esigeva sicuramente un certo grado di preparazione, peraltro assicurato dal Teatro attraverso una serie di incontri informativi organizzati ad hoc. Si trattava infatti di riprendere in mano un soggetto conosciuto dal grande pubblico in maniera piuttosto superficiale, e quasi limitata a una famosa battuta dell’insolente ma simpaticissimo Amedeo Nazzari nella trasposizione cinematografica condotta da Alessandro Blasetti nel 1941 saltando a piè pari l’opera di Giordano e risalendo direttamente alla fonte del dramma originale di Sem Benelli, che datava al 1909.

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Soggetto cruento, che ha da un lato aveva contribuito impropriamente a etichettare l’opera di Giordano come aderente in tutto e per tutto al gusto verista, quello della Cena si presta a una interpretazione non necessariamente legata al contesto fiorentino dell’epoca di Lorenzo de’ Medici, essendo la rivalità tra bande rivali, il bullismo, la vendetta, il ruolo apparentemente cruciale della “donna del boss” tutti elementi che potevano essere facilmente esportati in altri contesti, come saggiamente ha fatto Mario Martone.

Ma vi erano altri motivi di interesse che, per essere colti nella loro importanza, esigevano un impegno preventivo da parte dell’ascoltatore. Il fatto, innanzitutto, che il testo di Benelli, pur ridotto considerevolmente per estensione, fosse stato traslato nel libretto quasi senza modifica alcuna, ponendo in seria difficoltà il compositore: l’impressione primaria è quella di una musica che commenta il testo stesso, non se ne appropria così come accade nella più fortunata tradizione del melodramma italiano dell’800, o in quello pucciniano, o nelle più riuscite realizzazioni veristiche di Cavalleria, Pagliacci e nello Chenier dello stesso Giordano. Forse solamente un Richard Strauss avrebbe potuto individuare una esatta calibrazione tra musica e parola (difficilmente, comunque, in un testo italiano fintamente arcaico!) che qui stenta a trovare una soluzione convincente. I temi bellissimi che Giordano inventa (o per i quali ricuce trame facilmente individuabili attraverso il ricordo di tanta produzione musicale del passato) pongono subito l’ascoltatore di fronte a un problema difficilmente districabile.


Compaiono nell’opera dei motivi affascinanti e sereni che non sembrano avere alcun senso nel momento esatto della loro collocazione nella partitura


Stilare una guida tematica nel caso della Cena delle beffe, tentando di attribuire con esattezza una decina di idee melodiche di grande spessore ad altrettanti personaggi o situazioni, è compito che all’inizio può apparire facile, ma che in realtà si rivela complicatissimo. Giordano sembra infatti innamorarsi delle idee medesime, che diventano quasi interscambiabili e sono citate in contesti differenti come se gli sviluppi musicali fossero indipendenti dal soggetto o dall’azione. Sarebbe però riduttivo affermare di essere qui in presenza di un semplice commento musicale buono per tutte le occasioni , tipico di molta musica di consumo che già a quei tempi veniva composta come sostegno dei primi esperimenti cinematografici. Non solo: il tema affidato fin dall’inizio a Ginevra, ad esempio, forse quello più in linea con la caratterizzazione del personaggio, piace anche perché si colloca all’interno di una linea melodica che ci rammenta di un qualcosa di già sentito. E in questo caso Giordano, che era un grande conoscitore delle realtà musicali europee del proprio tempo, non era rimasto certo insensibile al fascino di uno dei motivi conduttori più significativi – guardacaso nella medesima tonalità – dell’Ariadne auf Naxos di Richard Strauss (1912-1916), opera che ritorna ancora alla mente quando ascoltiamo gli incisi accordali del pianoforte nel terz’atto della Cena del beffe.

I puccinismi si sprecano, ma sarebbe ingiusto accusare per questo Giordano di plagio, perché si tratta qui di stilemi che vanno ad assumere significati molto lontani dal loro contesto originale. E ancora compaiono nell’opera dei motivi affascinanti e sereni che non sembrano avere alcun senso nel momento esatto della loro collocazione nella partitura: cosa ci fa all’inizio del quarto atto, preludio alla carneficina conclusiva, quel canto disteso che ci rammenta la Farandole dell’Arlesiana di Bizet? E ancora, come non pensare, nelle ultime battute del finale, al motivo del clarinetto che pervade i significati della straordinaria melodia d’amore che caratterizza l’Otello morente, o addirittura al clima trasfigurato delle ultime battute del Tristano? “Troppe note, caro Giordano!” verrebbe quasi da dire parafrasando il noto monito imperiale nei confronti delle Nozze di Figaro, ma in ogni caso questa abbondanza melodica ci fa piacevolmente dimenticare il trattamento estremo, faticoso delle parti vocali, in primis quella di Giannetto, un ruolo che non si vorrebbe augurare a nessun tenore e che è stato affrontato da Marco Berti con competenza e slancio interpretativo ammirevoli.

Sempre sulla tessitura alta si mantiene la parte di Neri, anch’essa magistralmente sostenuta da Nicola Alaimo, e la Ginevra della Lewis non è stata del tutto apprezzata forse perché un’altra cantante impegnata nel ruolo ben più limitato di Lisabetta, Jessica Nuccio, strappava gli applausi per qualità soave di timbro e padronanza stilistica. Una lode particolare va dedicata a Carlo Rizzi, che ha avuto tra le altre cose il merito di mantenere una chiarezza cristallina dell’orchestra tutta anche nei momenti più complessi del terzo atto e che ha giustamente sottolineato con passione il ruolo dei numerosi elementi melodici cui abbiamo accennato.


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L'autore: Luca Chierici

Luca Chierici, nato a Milano nel 1954, dopo la maturità classica e gli studi di pianoforte e teoria si è laureato in Fisica. Critico musicale per Radio Popolare dal 1978 e per Il Corriere Musicale dal 2012, collabora alla rivista Classic Voice dal 1999 come esperto di musica pianistica. È autore di numerosi articoli di critica discografica e musicale, di storia della musica e musicologia, programmi di sala e note di lp e cd per importanti istituzioni teatrali e concertistiche e case discografiche. Ha collaborato per molti anni alle riviste Musica, Amadeus, Piano Time, Opera, Sipario. Ha condotto Il terzo anello per Radiotre e ha implementato il data base musicale per Radio Classica. Ha pubblicato per Skira i volumi dedicati a Beethoven, Chopin e Ravel nella collana di Storia della Musica. Ha curato numerose voci per la Guida alla musica sinfonica edita da Zecchini e ha tenuto diversi cicli di lezioni di Storia della musica presso i licei milanesi. Nell'anno accademico 2016-2017 ha tenuto un ciclo di seminari di storia dell'interpretazione pianistica presso il Conservatorio di Novara (ciclo che è stato replicato per l'anno 2017-2018 al Conservatorio di Piacenza). Appassionato di tecnologia, ha formato nel corso degli anni una biblioteca digitale di oltre 110.000 spartiti e una collezione di oltre 70000 registrazioni live. Nel 2007-2008 ha contribuito in qualità di consulente al progetto di digitalizzazione degli spartiti della Biblioteca del Conservatorio di Milano. Dal 2006 collabora alla popolazione del database della Petrucci Library (www.imslp.org).Dal 2014 è membro della Associazione nazionale Critici musicali.

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