Werther a Palermo


di Santi Calabrò foto © Rosellina Garbo


PER GIORGIA GUERRA, regista del Werther andato in scena a Palermo (in coproduzione con Auditorio de Tenerife), nel capolavoro di Massenet è in questione solo un’attrazione fatale che si conclude con un suicidio. Si può  trovare allora una cornice migliore di un drammone cinematografico degli anni ’30 o ’40? Non si può. “Che peccato che due talenti come Goethe a Massenet siano nati troppo presto e non abbiano potuto lavorare per il cinema!”, si sarà detta la regista. Un approccio così naïf poteva essere l’occasione per un trionfo del Kitsch. È andata un po’ meglio: sia perché Giorgia Guerra ha l’istinto per non far debordare troppo la sua idea; sia perché, nel passaggio dai Dolori del giovane Werther (1774) all’opera di Massenet (oltre un secolo dopo), il risultato non è un monolite resosi compatto dopo una metamorfosi, ma un organismo che mantiene in vista le sue stratificazioni e le armonizza. L’intero Ottocento, dalla sua alba precoce al declino, può riassumersi nel Werther di Massenet, e per questo l’opera può anche essere riletta da una delle sue angolazioni più problematiche.



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L'autore: Santi Calabrò

Nato a Messina, si è diplomato in pianoforte con il massimo dei voti, la lode e la menzione d'onore, ed ha conseguito la laurea in Lettere Moderne con 110 e lode. Svolge attività concertistica, tiene concerti-conferenza ed è invitato a convegni musicologici. Critico musicale per dieci anni presso la Gazzetta del Sud, è collaboratore di Amadeus. Pubblica articoli musicologici su riviste specializzate ed è autore di saggi per volumi collettanei. Suona applicando i principi del suo "Tecnica del dito preparato" (Edizioni Leonida, Reggio Calabria 2007), un metodo per pianoforte di impianto e concezione innovativi. Vincitore di concorso nazionale, insegna attualmente presso il Conservatorio di Messina.

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