di Luciana Galliano foto © Gianluca Platania


COME DI CONSUETUDINE il Festival MiTo-Settembre Musica offre un focus sul contemporaneo, e quest’anno presenta una coppia di compositori della cui scelta è particolarmente fiero il consumato direttore artistico Enzo Restagno: il quarantaquattrenne inglese Thomas Adès e il quasi sessantenne Luca Francesconi.

All’incontro Adès non c’era e dunque Restagno e Francesconi hanno discorso amabilmente sull’opera e la carriera del compositore milanese: una musicalità nomade, dal jazz a Stockhausen, passando per la scuola di Berio ma anche in personale confronto con una saturazione del linguaggio che richiede nuove strategie in rapporto al “grande fiume sotterraneo della cultura musicale dell’occidente”, anche per difendersi dal suo effetto paralizzante. Così Francesconi non rinunzia ai ritmi di Miles Davis né a ciò che considera la grande acquisizione (solo) della musica occidentale, il contrappunto – le due parole chiave secondo Francesconi dell’umano percorso, “attivo” e “analitico”, si applicano perfettamente al suo stesso percorso. Di Francesconi emerge una carriera prepotentemente in ascesa, scandita da molte commissioni orchestrali e operistiche, per ognuna delle quali Francesconi sfida se stesso, la storia della cultura e un certo “autismo della musica contemporanea” sempre con successo – una per tutti, l’opera Quartet alla Scala nel marzo del 2011, recensita su Il Corriere Musicale.

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Thomas Adès

Adès ci è stato brevemente presentato come discendente della scuola inglese Britten-Benjamin, sostenuto da Simon Rattle, di analogo successo e profondamente diverso da Francesconi. Il che è risultato evidente nel corso del concerto sinfonico dell’Orchestra Nazionale RAI diretta dall’ungherese Gergely Madaras, l’8 settembre, che ha presentato dei due compositori lavori per grande organico (gli ottoni a 5 parti, fino a 5 interpreti alle percussioni). Il brano di Adès scritto ancora studente al King’s College, … but all shall be well (tutto andrà bene, 2003), da un verso di T.S. Eliot, e un più recente Tevot (2007) altrettanto letterario, dai molti significati in ebraico, sono stati eseguiti accanto a, di Francesconi, il recente Piano Concerto (2013), interpretato impeccabilmente dal dedicatario Nicolas Hodges, e Cobalt and Scarlet (2000), brano importante e rappresentativo della sua vulcanica scrittura. Un bellissimo concerto, in cui tutti i possibili colori e dinamiche orchestrali ci si sono dispiegati davanti grazie ad una direzione impeccabile e intensa – sono emerse due scritture diversamente sapienti. Quella di Adès è suadente, intessuta di simmetrie e ritorni, molto dettagliata e letteraria anche musicalmente, arricchita di citazioni fra cui la evidente presenza di Britten, ed è un meccanismo più leggibile, anche nell’enfasi di Tevot, di quel che di torrenziale che c’è nella musica di Francesconi. Soprattutto Cobalt and Scarlet, nato dalla suggestione di un’alba nordica, suona di un dinamismo incalzante nel contrasto, chiarissimo, fra i due colori evocati e magistralmente resi da una tavolozza orchestrale incandescente e originale di ritmi complessi e ben scanditi, con colori inediti di fiati e percussioni, e contrabbassi.

Yoishi Sugiyama
Yoishi Sugiyama

L’altro concerto del portrait, di brani da camera interpretati dal Mdi ensemble diretto da Yoichi Sugiyama – miracoloso il risultato con così poche prove – ha offerto l’ascolto del Concerto Conciso per pianoforte di Adès, una macchina vistuosistica di cui Luca Ieracitano ha dato il meglio, che ha inevitabilmente indotto al confronto col Piano Concerto di Francesconi – questo è un brano più recente per grande orchestra, ove il concerto di Adès è per orchestra da camera, ma infine vi si riconoscono una simile attitudine virtuosistica vagamente memore di grandi soli jazzisti e illuminata da una raffinata cura del colore, ben fatto e sorridente nel caso di Adès e quasi brutale, implacabile nel caso di Francesconi – a cominciare da quell’invenzione timbrica come di pianoforte al quadrato doppiato dalla marimba. Di Adès abbiamo ascoltato anche il brano che, 22enne, l’ha portato alla ribalta, Living Toys per ensemble, in cui il divertito visionario di giocattoli impazziti come in un clockwork orange “funziona”. Nell’ambito della musica da camera, Francesconi ha esibito la sua perizia elettronica, messa a punto prima all’IRCAM e poi con la fondazione di AGON, nei brani Animus II (2007) per viola ed elettronica (ed erano Paolo Fumagalli e lo stesso compositore), in cui l’elettronica, oltre a una vivissima mimica di gesti evidenti e vivaci quasi da cartoon, provvede uno sfondo colorato e altamente emozionale, e Unexpected End of Formula dell’anno successivo, per violoncello, live electronics e ensemble, di organico e durata più ambiziosi. In questo brano Francesconi inizia prendendo amabilmente in giro le sonorità rarefatte dell’amico Helmut Lachenmann, e dal titolo si capisce l’intento dissacratorio anche della Formula stockhauseniana, ma il brano che ne risulta è molto di più, un magistrale concerto da camera per violoncello, impeccabile e originalissimo nell’architettura solista-ensemble-elettronica. Il pubblico ha quasi riempito le sale di tutti gli eventi, e non in molti sono andati via dopo le prime battute, perché quando la musica è buona tutti l’ascoltano volentieri. (Concerto dell’8 settembre 2015)

Luciana Galliano

Luciana Galliano

Musicologa e studiosa di estetica musicale, ha coniugato un approfondito interesse per la musica contemporanea con una speciale attenzione alla musica contemporanea giapponese. Ha a lungo insegnato Antropologia Musicale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha collaborato con Luciano Berio per le ricerche musicologiche delle sue Norton Lectures (1993); collabora con le maggiori riviste musicologiche e con diverse istituzioni musicali tra cui CHIME (European Foundation for Chinese Music), i Festival MilanoMusica e MiTo, TextMusik. Responsabile della sezione musicale per il CESMEO (Istituto Internazionale di Studi Asiatici Avanzati), è corrispondente dall’Italia per alcune riviste musicologiche giapponesi. Ha partecipato ad innumerevoli convegni internazionali e tenuto conferenze in molte università italiane, giapponesi e americane. Ha pubblicato articoli su riviste scientifiche, contributi a volumi con Olschki, EdT, Guerini, Bärenreiter; i libri Yōgaku. Percorsi della musica giapponese nel Novecento (Cafoscarina 1998; ed. inglese: Yōgaku. Japanese Music in Twentieth Century, Scarecrow 2002); Musiche dell’Asia Orientale (Carocci 2004), The music of Jōji Yuasa (Cambridge Scholars Publ. 2011).

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