La chiamano classica, ma è sempre contemporanea.
Informazione, riflessione, modernità della musica classica

Diario veneziano: Biennale Musica (Live Blog)

Peter Eotvos -foto di C.Guy Vivien

Festival Internazionale di Musica Contemporanea 2011 della Biennale di Venezia: la musica di 76 compositori, con 27  tra prime esecuzioni assolute e riprese moderne, oltre 20 appuntamenti in una settimana: l'inviata Patrizia Luppi seguirà gli eventi più significativi. Questo è il suo diario da Venezia. Tornate a leggerlo più volte durante la giornata.


di Patrizia Luppi

Giovedì 29 Settembre, ore 23.15

(foto di P.Luppi)

Cari lettori, cari amici, questa sera ci salutiamo. Il nostro blog finisce qui, ma non vi lasceremo senza notizie sulle ultime due giornate di Biennale Musica: se ne occuperà, con una recensione, la nostra valente collaboratrice Emilia Campagna. Per noi l’ultimo appuntamento veneziano è stato, oggi pomeriggio, l’incontro pubblico tra due intellettuali di segno diverso: lo scrittore Alessandro Baricco e il sociologo Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, moderatore il direttore della Biennale Musica Luca Francesconi.
L’argomento trattato discendeva direttamente dal titolo del Festival di quest’anno, “Mutanti”. Baricco e Magatti si sono affrontati infatti sul tema “Barbari o mutanti?”; Francesconi, nella presentazione, poneva un interrogativo di fondo: se ¬– considerata la potenza delle tecnologie, ormai in grado di influenzare la sorte dell’intero pianeta – quella che stiamo vivendo sia una rivoluzione annunciata o una mutazione che “manderà all’aria i parametri interpretativi cui siamo abituati”.

Tentiamo una sintesi estrema delle risposte che hanno dato vita a un lungo e non sempre stringente dibattito. Per lo scrittore torinese, i tempi che stiamo vivendo non sono tempi di Apocalisse come molti sembrano credere, ma di mutazione: siamo su un confine, non vediamo ancora il paesaggio per intero, e questo spiega le nostre difficoltà e i nostri dubbi. Non si tratta di una rivoluzione annunciata, ma piuttosto di una rivoluzione negata, soprattutto da parte di una intellighenzia squisita ma che fatica troppo ad accettare i cambiamenti. Il sociologo milanese, invece, vede una contraddizione tra quella sorta di neomisticismo contemporaneo tanto diffuso che ci chiede di essere aperti, come un mistico è aperto all’incontro con Dio, e il mondo in cui viviamo, che non è neutro come la caverna dell’eremita, ma che al contrario ci rende bersaglio di richieste e obblighi. Secondo Magatti, la nostra potrebbe essere vista come una fase della storia della libertà, un’adolescenza della libertà come condizione storica e sociologica. E, visto che la libertà stessa storicamente si sviluppa in cicli inframmezzati da collassi, Magatti mette in guardia la società occidentale contro la possibilità di un collasso dopo i decenni di libertà più recenti.

Insomma, un ottimista e un pessimista a confronto su temi inesauribili: in effetti la conversazione, inframmezzata da interventi di Francesconi, è durata ben due ore e mezza e solo per motivi pratici è stata conclusa. Nel pomeriggio è ripresa l’attività concertistica, ma la giornata si avvia alla fine come la nostra permanenza qui. Vi ringraziamo e vi salutiamo con un’immagine della sera veneziana.

Giovedì 29 Settembre 2011, ore 1.06

(foto P.Luppi)

Il Teatro Malibran, dove siamo tornati questa sera, ha una storia pluricentenaria: nacque nel 1677 come Teatro di San Giovanni Grisostomo e in pochi anni divenne “il più grande, il più bello e il più ricco della città” secondo testimoni dell’epoca. Da allora visse fortune alterne, subì diverse trasformazioni e ristrutturazioni e finì per diventare, tristemente, una sala cinematografica. Ma nel 2001, esattamente dieci anni fa, è stato recuperato alla sua funzione originaria e da allora è sede di concerti e spettacoli soprattutto per il Teatro La Fenice e per la Biennale Musica, come in questi giorni. Ma c’è di più: il Malibran si innalza proprio sul sito dove sorgeva la casa di Marco Polo, come provano gli antichi – tuttora in auge – toponimi della zona circostante: Calle, Corte prima, Corte seconda, Sotoportego, tutti “del Milion”.

Finita la lezioncina di storia veneziana, torniamo ai concerti che si sono tenuti oggi, in un’altra giornata piena di sole di questa estate tardiva che ha reso molto piacevole il nostro soggiorno. Mentre fiumi di turisti continuavano a strabordare allegramente nelle calli e le gondole impazzavano nei canali, abbiamo ascoltato in Conservatorio quattro lavori realizzati all’IRCAM, l’Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique fondato nel 1974 da Pierre Boulez a Parigi e, a tutt’oggi, uno dei maggiori centri al mondo dedicati alla creazione musicale e alla ricerca scientifica applicata. I quattro pezzi erano tutti per strumenti a fiato ed elettronica: nell’ordine Art of Metal 2 per clarinetto contrabbasso (2007) di Yann Robin, Transmission per fagotto (2002) di Franck Bedrossian, Metallics per tromba (1995/2001) di Yan Maresz (presente in questi giorni alla Biennale anche in alcuni laboratori per compositori impegnati nella ricerca elettronica e informatica), Conical Intersects per fagotto (2007) di Roque Rivas. Lavori recenti, anche se non recentissimi, che hanno offerto un ampio panorama di creatività e di sperimentazione nell’elaborazione del suono, nella varietà dei gesti strumentali, nello stesso vocabolario musicale impiegato, direttamente influenzato dall’uso delle nuove tecnologie. Portentosi i solisti, il clarinettista Alain Billard, solista dell’Ensemble Intercontemporain, il nostro Gabriele Cassone alla tromba e il fagottista Brice Martin, vero eroe del concerto perché coinvolto non in uno, bensì in due pezzi molto impegnativi.

Stasera eravamo dunque al Malibran, dove abbiamo ascoltato Sentieri Selvaggi, un ensemble strumentale ottimamente rodato che da tempo si è ritagliato un suo spazio peculiare. L’obiettivo principale del gruppo è avvicinare la musica contemporanea al grande pubblico; ecco quindi che, com’è accaduto oggi, i pezzi in programma vengono introdotti con una spiegazione sintetica ma ricca di notizie utili alla comprensione e all’ascolto. I linguaggi proposti sono differenti, non ci sono prevenzioni dogmatiche ma il tentativo di valorizzare le più svariate forme espressive: c’è poco in comune, infatti, tra la melodia inglese sottoposta a variazioni radicali da Steve Martland in Kick (1996) e il Double Sextet (2007) di Steve Reich, in cui i musicisti in scena si rispecchiano e si scontrano con i loro doppi registrati, così come tra le tinte acide e la saturazione dello spazio sonoro di Dulle Griet (2010) di Giovanni Verrando, ispirato a un dipinto di Bruegel, e l’aggressivo omaggio ai Led Zeppelin di Mark-Anthony Turnage in Grazioso! (2009), per non dire con Aktai (2008) di Christina Athinodorou, lavoro sapiente che assorbe influenze dalla musica popolare greca, e con Hot Shot Willie, dinamico pezzo per violino e ensemble, ispirato alla tecnica dei fiddler americani degli anni Venti, firmato dal direttore dell’ensemble Carlo Boccadoro. Gruppo di musicisti esperti e molto affiatati (in evidenza oggi la flautista Paola Fré e il violinista Piercarlo Sacco), Sentieri Selvaggi si propone di interessare e divertire, e ci riesce.

Mercoledì 28 Settembre, ore 18.04

Siamo in Conservatorio dove si terrà il primo concerto dei due dedicati all’IRCAM. Oggi sono in programma pezzi di Maresz, Robin, Bedrossian e Rivas. Alle 20, Sentieri Selvaggi. A presto!

Mercoledì 28 Settembre, ore 1.10

In motoscafo verso il Ponte di Rialto (foto P. Luppi)

Questa sera, il prolungarsi del concerto del Repertoriozero Electric String Quartet ci ha offerto un regalo inatteso: la Biennale, per evitare che il manipolo di critici arrivasse troppo in ritardo all’appuntamento successivo, ci ha caricati tutti su un taxi a Ca’ Giustinian per portarci al Teatro Malibran. I taxi a Venezia, lo sapete, sono motoscafi, e così ci siamo dilettati a sfrecciare sul Canal Grande e a percorrere, nel buio del crepuscolo punteggiato da pochissime luci, canali nascosti, chiusi tra le case (molto suggestivo); siamo infine arrivati al Teatro dall’acqua come, probabilmente, fece un giorno la diva a cui è consacrato, Maria Malibran.

Tornando a Repertoriozero, vi abbiamo già accennato al fatto che ci ha suscitato qualche domanda. Eccone una: non sarebbe stato meglio scegliere un’altra sede per il pezzo che ha aperto il concerto, Soul Screams di Jean-François Laporte (in prima esecuzione assoluta)? La quantità – prolungata – di suono che gli strumenti amplificati al massimo producevano era sovradimensionata rispetto alle proporzioni della Sala delle Colonne, e diventava rumore pesante e indecifrabile. Nel programma, il brano di maggior pregio era alla fine: Different trains di Steve Reich per quartetto d’archi elettrico e tape, un pezzo del 1988 che nel suo genere (ripetitivo) è già un classico. Piccole gag i pezzetti per strumento solista ed elettronica che Stockhausen scrisse una quindicina d’anni fa sotto il titolo Orchestra Finalists: la viola che, a confronto con una parte troppo difficile, perde il treno e lo saluta con la mano, il violino che, circondato da suoni di natura, finisce per ronzare come un grosso insetto… Per questo nuovo gruppo di strumenti elettrificati l’obiettivo prioritario è e dev’essere stimolare la nascita di un nuovo repertorio, come peraltro già sta facendo: oltre a quello di Laporte, oggi sono stati infatti presentati in prima assoluta due lavori (efficacemente ideati, ma non proprio innovativi) di Carlo Ciceri e di Andrea Agostini.

Poco pubblico al Teatro Malibran, ma molti applausi convinti dopo ogni brano, per il concerto ben impaginato che ha visto alla ribalta l’Ensemble di musica da camera dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Geometrie variabili. Un gruppo dinamico di ottimi strumentisti (in rilievo l’oboista Francesco Pomarico) pronti nella risposta a Marco Angius, direttore vivace e intelligente. Nel programma, mondi sonori diversi, ma tutti a proprio modo intensi e coinvolgenti, di un gruppo di compositori di solido mestiere e di ispirazione autentica, provenienti da differenti paesi: nell’ordine, la coreana Unsuk Chin con Gougalon (Scenes from a street theatre), gli italiani Giorgio Colombo Taccani con Timor panico e Massimo Botter con And at the end… the scream, lo svedese Steffan Storm con Quaestio temporis e l’inglese Thomas Adès con Living Toys.

Vi diamo appuntamento a domani per due concerti: alle 18 il primo dei due affidati al parigino IRCAM, il secondo con Sentieri Selvaggi. Intanto, buona notte.

Martedì 27 Settembre, ore 19.37

Di corsa da Ca’ Giustinian, dove il concerto del gruppo Repertoriozero, fresco di Leone d’Argento, ci ha suscitato qualche interrogativo, al Teatro Malibran per ascoltare Geometrie Variabili, l’ensemble da camera dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI diretto da Marco Angius: in programma pezzi di Unsuk Chin, Giorgio Colombo Taccani, Massimo Botter, Staffan Storm e Thomas Adès. Arrivederci a tarda notte come al solito (e beati voi che adesso avete tempo per la cena…).

Martedì 27 Settembre, ore 13.09

(foto P.Luppi)

Ora siamo qui, stiamo uscendo da una interessantissima conferenza stampa condotta da Luca Francesconi, nella quale il compositore Yan Maresz ha raccontato cosa si sta creando all’IRCAM nel campo dei software applicati alla creazione e all’esecuzione della musica. Aggiornamento, per noi, verso le 18, ora in cui si terrà il concerto di Repertoriozero, Leone d’Argento di questa Biennale Musica. A più tardi.

Lunedì 26 Settembre, notte.

(foto di P.Luppi)

La giornata appena trascorsa, la terza della Biennale Musica, si è aperta con un omaggio a Fluxus, l’ormai storico movimento neodadaista (anzi, non un “movimento” ma un’“attitudine”, secondo il pensiero dei suoi appartenenti). Fluxus nasce cinquant’anni fa, tocca tutti i generi artistici senza porsi limiti e crede che ogni gesto, anche il più banale e quotidiano, possegga una propria artisticità. Nel suo periodo di maggior fervore, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, si diffonde la pratica degli happening in cui entrano in scena oggetti disparati, si agisce al di fuori dei dogmi dello spettacolo tradizionale e il pubblico sperimenta nuove forme di rapporto diretto con gli artisti e con l’azione scenica. Un docente del Conservatorio veneziano, Riccardo Vaglini, ha riunito allievi ed ex allievi nel gruppo Collettivo Rituale, dedito alla riscoperta delle creazioni di quegli anni. Il gruppo ha presentato oggi i lavori di due fondamentali rappresentanti di Fluxus in Italia: il compositore e artista concettuale Giuseppe Chiari (1926-2007) e il pianista e compositore Giancarlo Cardini (1940). Nel Teatrino di Chiari succedono molte cose simultaneamente: c’è chi sega una scala di legno, chi declama un testo, chi circola tra il pubblico leggendo a voce alta e via dicendo, mentre si diffonde musica di Beethoven. In Neo haiku suite di Cardini, per pianoforte, fiori, luci, oggetti e due esecutori, due “officianti” si sfidano a colpi di fiori secchi, si infilano gladioli nel colletto del kimono, accendono e spengono candele… Da una corrente profonda di pensiero, alla quale qui abbiamo potuto accennare solo sommariamente, sono nati questi giochi seri ma anche buffi, che i bravi giovani artisti riuniti hanno affrontato con grande attenzione, ma – probabilmente per l’emozione della “prima” – senza quel divertimento e quello humour che sono pur sempre caratteristiche fondanti di Fluxus.

Una serie di contrattempi ci ha fatto perdere il successivo concerto pianistico di Michaël Lévinas, ma siamo in grado di riferirvi un giudizio di cui ci fidiamo: quello di Carla Moreni, critico musicale del Sole 24 Ore, che ci ha assicurato che il pianista francese ha offerto esecuzioni belle e ricche della 111 di Beethoven come degli Studi di Ligeti e dei propri Studi in programma (Lévinas è anche un compositore di vaglia, molto noto soprattutto in patria).

Questa sera, invece, gli spazi di archeologia industriale dell’Arsenale, recuperati dalla Biennale all’arte, alla musica e allo spettacolo, hanno ospitato l’HERMESensemble diretto dal Wim Henderickx, con il soprano turco Selva Erdener, per la prima esecuzione italiana di Lamento di Medea, “teatro musicale in forma di concerto” dello stesso Henderickx. Il compositore belga ha un curriculum con tutti i sacri crismi: Ferienkurse di Darmstadt, periodo all’Ircam, eccetera. Portato soprattutto verso il genere teatrale, con il Lamento di Medea (titolo originale in italiano) ha tentato un esperimento di vocalità piuttosto audace: per tutti i settanta minuti della composizione, sul tappeto intessuto dai sette strumentisti e dal live electronics, la protagonista non pronuncia una parola. Parte con un mugolio a bocca chiusa che poi si fa canto spiegato, invocazione, grido di astio, anelito d’amore, di tenerezza e di nostalgia, bisbiglio quasi afasico: è il lungo lamento di Medea, la barbara arrivata in Grecia dalla Colchide che ha ammazzato i propri figli perché pazza di rabbia e di gelosia contro il fedifrago Giasone.

L’organico, con sette strumentisti, va dalla viola alle chitarre elettriche, dai clarinetti alle percussioni etniche, dai flauti al duduk, strumento a fiato armeno diffuso anche in Georgia (cioè in quella che fu la patria di Medea). La composizione è divisa a fasce: strumenti, live electronics e canto, che variamente si combinano o si separano; Henderickx è particolarmente interessato alla musica orientale e a quella africana, e le influenze si sentono sia nella linea vocale sia nel trattamento strumentale, finemente elaborato nella dimensione timbrica. L’esecuzione è in forma di concerto, ma qualche elemento scenico compone un quadro di raffinata semplicità: il fondale e le quinte neri, gli strumentisti disposti a semicerchio in abito nero e a piedi nudi (un omaggio alla barbara protagonista?), il legno caldo e il metallo degli strumenti, il vestito bianco della protagonista e, sospesi sugli esecutori, teli usati e consunti del colore del sangue secco e della terra. Ottima la prova dell’HERMESensemble, espressiva e perfettamente in parte l’avvenente Selva Erdener: noi ci siamo goduti lo spettacolo fino in fondo. Molti tra il pubblico, invece, erano visibilmente provati da un’ora e dieci di lamento, ma un certo calore si è ugualmente avvertito negli applausi. E così si è chiusa questa terza giornata, che ci ha confermato nella convinzione che a noi questa Biennale piace anche per la sua continua varietà. A domani e buona notte, vi auguriamo sogni paradisiaci.

Lunedì 26 Settembre, ore 20.06

Dopo il recupero dell’anti-arte di Fluxus (ne parleremo più tardi) da parte dei giovani di Collettivo Rituale, presso il Conservatorio Benedetto Marcello, il nostro pomeriggio è stato guastato da alcuni contrattempi e abbiamo perso, con dispiacere, il concerto di Michaël Lévinas; ma ora siamo di nuovo in cammino verso l’Arsenale, dove ascolteremo il Lamento di Medea del fiammingo Wim Henderickx.

Lunedì 26 Settembre, ore 14.41

Il Conservatorio "Benedetto Marcello" (foto di P.Luppi)

Siamo di nuovo in marcia, letteralmente, per una nuova giornata di Biennale Musica. A Venezia si cammina tantissimo e in questo periodo farlo è un vero piacere: tempo splendido e clima mite. Oggi il programma è: ore 15, al Conservatorio Benedetto Marcello, l’ensemble Collettivo Rituale e il pianista Giancarlo Cardini alla riscoperta del movimento neodada Fluxus. Ore 18, a Ca’ Giustinian, il pianista francese Michaël Lévinas, un tempo molto legato allo spettralismo, con la 111 di Beethoven, cinque Études di Ligeti e tre di propria composizione. Alle 20 torneremo al Teatro Piccolo Arsenale per il Lamento di Medea di Wim Henderickx, recente lavoro di teatro musicale qui in forma di concerto. In cammino, quindi, con un’immagine di questa bella giornata veneziana come viatico.

Lunedì 26 Settembre, ore 1.10

Quartetto del Teatro la Fenice di Venezia

Un documento musicale registrato, un quartetto d’archi, un’orchestra: tre appuntamenti di diverso carattere per la seconda giornata, da poco conclusa, della Biennale Musica.

Siamo reduci dal concerto serale della FVG Mitteleuropa Orchestra, compagine dalla storia recente e dalle buone potenzialità, diretta con sicura competenza da Andrea Pestalozza. In programma c’erano Ohoi-i principi creativi per 16 archi (1966) di Giacinto Scelsi e il Concerto per pianoforte, 24 strumenti e carillons (1975) di Aldo Clementi, lavori tipici e illuminanti sulla poetica dei due grandi autori novecenteschi (il concerto voleva tra l’altro rendere omaggio a Clementi, da pochi mesi scomparso), e tre brani in prima esecuzione assoluta – ma tutt’e tre frutto di riscrittura di proprie opere precedenti, dunque “mutanti” come il titolo del Festival impone – di compositori più giovani dalle qualità evidenti: Collagène di Kent Olofsson (1962), lavoro nutrito da influssi di musiche diverse, per chitarra contralto/glissentar e orchestra; il variegato e cangiante Inciso di Pasquale Corrado (1979) e il composito, ponderoso Segel di Vittorio Zago (1967).

Alle 18 si era tenuto invece il concerto del Quartetto d’archi del Teatro La Fenice, gruppo nato da pochissimi anni (esiste dal 2007), ma già provvisto di notevole coesione e maturità interpretativa. La musica da camera, si sa, è un toccasana per la pratica orchestrale: bene quindi per l’Orchestra della Fenice, che si è assicurata quattro prime parti soliste della levatura di Roberto Baraldi e Gianaldo Tatone violini, Daniel Formentelli viola ed Emanuele Silvestri violoncello. Hanno eseguito dapprima tre brevi pagine per trio d’archi, in prima assoluta, del lussemburghese Claude Lenners (1956), poi il dolente, intenso Quartetto n. 8 composto nel 1960 da Dmitri Shostakovich; infine Black Angels (1970) dell’americano George Crumb, brano dalle sonorità inattese (non solo quelle dei quattro archi, ma le voci dei musicisti, un gong, bicchieri riempiti d’acqua e fatti risuonare con l’archetto come una sorta di glassharmonica, e via dicendo).

I due quartetti, l’uno dedicato «alle vittime del fascismo e della guerra», l’altro votato alla denuncia del conflitto in Vietnam fin dalla data segnata in partitura («13 marzo 1970 in tempore belli»), proseguivano idealmente nella giornata il discorso dichiaratamente antiimperialista e antimilitarista del pezzo di Luigi Nono a floresta é jovem e cheja de vida, presentato per la prima volta al pubblico nella versione a 8 canali ricostruita a cura di Veniero Rizzardi, con le voci e i suoni degli interpreti originari. Un’operazione resa possibile dall’apporto dell’Archivio Nono e, insieme, della stessa Fondazione Cini soprattutto nella persona di Giovanni Morelli, che – come ha ricordato Rizzardi rendendogli omaggio – vi si era impegnato proprio poco prima della recentissima scomparsa.
I quaranta minuti di improvvisazioni della “Floresta”, ora fissati nella forma immutabile del documento storico, si basano sulle parole di persone coinvolte nella guerra del Vietnam come nelle lotte di liberazione a Cuba o in Angola, di studenti e operai; a drammatico contrasto, si impongono i suoni di violenza e di morte degli oppressori imperialisti, identificati in questo contesto soprattutto con gli statunitensi. Tra le frasi chiave, un messaggio di forza e speranza da cui è tratto il titolo del brano:

não poden queimar a floresta, pois ela é jovem e cheia de vida
(non possono bruciare la foresta, perché è giovane e piena di vita)

ma Nono concludeva questa fortissima opera di denuncia con un interrogativo amaro:

Is this all we can do?
(È tutto quello che possiamo fare?)

Una domanda che potremmo rivolgere a noi stessi. A domani!

Domenica 25 settembre, ore 19.49

In cammino dentro l'Arsenale (foto P.Luppi)

Oggi il ritmo della Biennale è incalzante: solo mezz’ora tra il concerto del valente Quartetto d’archi della Fenice e quello della FGV Mitteleuropa Orchestra. Per fortuna i teatri sono tutt’e due all’Arsenale! Ma si tratta di un’area così estesa che comunque di strada da fare ce n’è. Quindi rimandiamo a più tardi le parole; ma non rinunciamo a mandarvi una fotografia.

San Marco vista da San Giorgio Maggiore (foto di P. Luppi)

Domenica 25 settembre, ore 17.30

A floresta é jovem e cheja de vida

Luigi Nono (foto di Luigi Ciminaghi)

Un documento di grande importanza la versione a 8 canali ricostruita del pezzo di Luigi Nono A floresta é jovem e cheja de vida, presentata poco fa per la prima volta al pubblico nella Sala degli Arazzi della Fondazione Cini. Il recupero, che permette di ascoltare tutti gli interpreti della produzione discografica del 1966 con una spazializzazione che riproduce l’originaria disposizione voluta da Nono, si deve al musicologo Veniero Rizzardi. Il nastro magnetico, realizzato all’epoca presso lo Studio di Fonologia musicale della RAI di Milano con l’assistenza di Marino Zuccheri, porta le voci registrate di Liliana Poli, Kadigia Bove, Elena Vicini, Umberto Troni, Franca Piacentini, Enrica Minini e degli attori del Living Theatre, con William O. Smith al clarinetto ed esecutori alle lastre di rame diretti da Bruno Canino. Questa notte, nel riepilogo della giornata di oggi, riparleremo di questo potente lavoro di denuncia presentato nel 1966 proprio qui alla Biennale; intanto ci dirigiamo come ieri sera verso l’Arsenale, dove alle 18, presso il Teatro Piccolo Arsenale, si terrà il concerto del Quartetto d’Archi del Teatro La Fenice, con pagine di George Crumb, Dmitri Shostakovich e del compositore lussemburghese Claude Lenners. Ci aspetta una passeggiata tra le calli ancora affollatissime di turisti. A più tardi!

Domenica 25 settembre, ore 15

Giornata splendida a Venezia. Siamo sul vaporetto che ci porta all’isola di San Giorgio Maggiore, davanti a San Marco, dove ha sede la Fondazione Cini. Qui si terrà la prima audizione della versione a 8 canali ricostruita (con gli interpreti originali) di A floresta é jovem e cheja de vida (1966) di Luigi Nono. A più tardi!

Domenica 25 settembre, ore 2.00

SWR Sinfonieorchester Baden-Baden und Freiburg diretta da Peter Eötvös

La consegna del Leone d'Oro, da sinistra Luca Francesconi, Peter Eötvös, Paolo Baratta

È uno squarcio di bellezza imprevedibile quello che ti accoglie dalle parti del Teatro alle Tese, lo spazio per lo spettacolo che la Biennale ha recuperato undici anni fa nell’enorme estensione dell’Arsenale. Ci siamo arrivati stasera (anzi ieri, sabato 24) seguendo i lunghi percorsi sterrati tra i fabbricati secolari, incantandoci tutti alla fine a guardare le luci che scintillavano sull’acqua scurissima della Darsena Grande. Il Teatro alle Tese, che può accogliere 500 persone circa, era molto affollato per il concerto inaugurale della Biennale Musica 2011: protagonista assoluto il 67enne direttore d’orchestra e compositore ungherese Peter Eötvös, cui il presidente della Biennale Paolo Baratta e il direttore del settore musica Luca Francesconi hanno assegnato il Leone d’oro alla Carriera, nel corso di una cerimonia breve e piacevolmente informale. Francesconi ha dichiarato che per la sua duplice attività musicale, per il costante contatto con la materia sonora, Eötvös «incarna un equilibrio molto importante tra le idee e la loro realizzazione»; il tema della Biennale Musica di quest’anno è “Mutanti” e per Francesconi Eötvös è «un mutante molto positivo, che fa passare la coscienza della memoria che abbiamo ereditato» attraverso i «pertugi sempre più stretti» concessi dal nostro tempo di dissipazione. Il premiato ha offerto un ringraziamento poetico, recitando versi musicati da Gesualdo (Sesto libro di madrigali):

Al mio gior il ciel si fa sereno,
Il crin fiorito il sole e i prati inaura.
Danzano l’onde in mar al suon de l’aura.
Cantan gli augei ridenti,
Scherzan con l’aria i venti.
Cosi la gioia mia versando il seno
Io d’ogni intorno inondo
E fo, col mio gioir, gioioso il mondo

Anche un Leone d’argento, premio dedicato ai giovani, è stato assegnato: è andato a Repertoriozero, nuovo gruppo che suona solo su strumenti elettrificati e sta stimolando la nascita di nuove composizioni ad hoc. Lo ascolteremo martedì 27 a Ca’ Giustinian e vi racconteremo. Del concerto di questa sera ecco solo un rapidissimo resoconto: apertura con la Tanz-Suite (1923) di Béla Bartók, dove davvero Eötvös, senza bacchetta e a stretto contatto fisico con i bravissimi musicisti della SWR Sinfonieorchester Baden-Baden und Freiburg, sembrava immerso a piene mani nella materia sonora; energico e sanguigno nel sottolineare le radici popolari delle danze, ma sempre lucidissimo nel calibrare le forti escursioni dinamiche e i repentini cambi di tempo della partitura. Poi due lavori di alta qualità a illustrare la sua attività compositiva: il movimentato Konzert für zwei Klaviere (2007) in prima esecuzione italiana, con Andreas Grau e Götz Schumacher brillanti solisti, e una pagina più intima e vibrante, Replica per viola e orchestra (1998) con l’ottima Geneviève Strosser. Per finire, una smagliante esecuzione di Agon (1953-57) di Stravinskij. Applausi scroscianti e calorosi al direttore-compositore e a tutti gli esecutori.
Nel pomeriggio, prima del concerto, Peter Eötvös aveva partecipato a un incontro pubblico di cui vi riferiremo nei prossimi giorni. Per ora, buonanotte e arrivederci a domani intorno alle 15.

Autore
Giornalista professionista, fa parte dell’Associazione nazionale dei critici musicali. È stata a lungo redattrice di due riviste specializzate, prima Musica Viva e poi Amadeus; nel frattempo ha svolto numerose altre attività, in particolare collaborando con quotidiani (è stata fra l’altro il critico musicale del dorso milanese de La Stampa), con testate settimanali e mensili, con Rai RadioTre e con RaiSat Show. Per un decennio direttore responsabile di Esz News, quadrimestrale delle Edizioni Suvini Zerboni, conserva tuttora uno speciale interesse per la musica contemporanea; attraverso gli studi giovanili di canto, con maestre come Rosetta Noli e Carla Castellani, e quelli di recitazione svolti in età più matura, ha coltivato l’amore per l’opera lirica e per la musica vocale da camera. È vicedirettore del Corriere Musicale
  • Antonio Rizzoli

    Le ascendenze musicali di Eötvös, eccezionale e parco, ma precisissimo direttore ,sono chiare …. Bártok Béla.
    Non ho trovato entusiasmante il concerto per due pf, mente ho trovato affascinante il concerto per viola e orchestra “Replica”..
    Il pubblico non era foltissimo.
    L’aver piazzato dieci gabinetti chimici dietro il bar ha fatto s’ che si bevesse invasi da mefitici odoro.

    • Magister

      Antonio, dici che il pubblico non era foltissimo, questi sono i dati della biglietteria
      Capienza: 408
      Biglietti staccati: 403

  • Ivan Futuro

    In questi ultimi giorni di Biennale Musica si ha sempre più la consapevolezza di come la direzione del Maestro Francesconi sia stata mediocre per non dire pessima in alcune scelte. Sicuramente il Maestro ha avuto mille difficoltà nell’organizzare un festival come la Biennale, soprattutto in un periodo come questo di forti tagli e di poca attenzione verso la Cultura, MA proprio in queste occasioni si deve vedere uan direzione di “resistenza” e “protesta”, sfruttando la vetrina che offre la Biennale; e non abbassare il livello musicale a scambi di favore e baratti fra scuole ed istituzioni.
    Sin dal primo anno di direzione si è percepito questo disinteresse di Francesconi verso la cultura musicale, nonostante il Maestro milanese faccia bandiera di una “resistenza” all’imbruttimento del pensiero e del fare musicale.
    Tutti noi ci auguriamo che questa Vogata Rituale, che concluderà (finalmente!!!) questa edizione della Biennale Musica, sia una sorta di funerale del Maestro Francesconi e della sua influenza. E che lo spirito focoso di Stravinsky, a cui Francesconi chiederà consiglio riguardo il futuro della Cultura (anche a nome di tutti noi) lo sotterri insieme con la povertà musicale e umana che infesta questo mondo.
    Cari saluti.

  • Samuele De Mauri

    “Anche a nome di tutti noi”.
    Io non mi riconosco in questo plurale. Lo chiederai tu e basta.
    Poi, addirittura una sorta di funerale del Maestro! Vabbé ma spiega! Ma in quali scelte lo hai trovato pessimo? A me non è sembrato per nulla male il programma. Anzi, di grande valore nonostante la crisi. Io però non avrei invitato Baricco, dopo il suo “L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin”. La presenza dell’Ircam, per esempio, ha dato grande valore. La povertà umana e culturale del mondo la vuoi proprio mettere insieme alla Biennale?

  • Ivan Futuro

    @Samuele De Mauri: il plurale era una dichiarazione del Maestro Francesconi.

    Solo 3 o 4 concerti salvo, Levinas (magnifico), Ictus ensemble (perfetti) e i preziosi Mauillon/Biffi/Hamon con il loro progetto su De Machaut.

    Il resto è stata una fiera dell’usato, ma Francesconi lo si vedeva così orgoglioso e tronfio (di cosa poi non si sà) fra il pubblico che faceva anche un pò tenerezza.

    L’ex direttore della Biennale Musica è stata forse una persona troppo intelligente per poter organizzare un festival del genere. Il risultato è stato infatti un mix di eventi scollegati non confondiamo questo col fatto che la mutidisciplinarietà/presenza/etc. è il carattere distintivo dell’oggi. Non è stato affatto questo, anche se il Maestro lo ha sempre dichiarato. Tra il dire e il fare c’è sempre il Mare!

    E ieri si è anche assistito a un assalto indecoroso e senza rispetto delle tombe intorno alla sepoltura di Stravinsky, tutti sopra le tombe per assistere ad una clarinata all’aperto. Si sono visti tutti questi direttori di Biennale, organizzatori, e altri come un gregge di capre ammassati per il rito funerario. Mostrando una insesibilità assurda (gente che calpestava le tombe e ci saliva sopra per ascoltare e vedere meglio, non accorgendosi che stavano sopra la sepoltura di Emilio Vedova e altri).

    Ma il colto gregge si è espesso al meglio nel Chiostro di San Michele dove dopo un ORRIBILE ripresa di una scena del Don Giovanni (con evidenti problemi tecnici anche di regia del suono… COMPLIMENTI Maestro Tadini!) il “colto” gregge ha assaltato i tavoli del ristoro DISTURBANDO pesantemente una delle 3 esecuzioni importanti di questa Biennale, il Loyaultè que point ne délay di De Machaut!
    Una vergogna!

    In fondo la fine di questa era di Francesconi doveva concludersi proprio così!
    Che il Maestro riposi in pace e soprattutto da altre parti!
    Cari saluti.

  • Magister

    @Ivan Futuro

    Risponde Luca Francesconi, direttore della Biennale Musica:

    Capito per caso su questo interessante blog.
    Sarei contento che il signor Ivan Futuro avesse il coraggio di esprimere le sue opinioni senza nascondersi dietro uno pseudonimo.
    Visto che cita nomi e cognomi di persone che invece la faccia ce la mettono e si prendono dei rischi enormi il minimo che potrebbe fare sarebbe di dare il suo di nome; cosi’ si potrebbe guardarlo,per cosi dire, in faccia.
    E dovrebbe anche informarsi meglio. Tadini non c’entra niente con la regia della scena di Don Giovanni , per esempio. Ma sono dettagli, se uno non capisce lo spirito di una idea: difficilissima da realizzare ma ci si prova.
    La perfezione non esiste ahimè e forse con i preziosi consigli del cosiddetto Ivan potremmo avvicinarci.
    Una volta saputo il nome e il pedigree del Sig. Futuro potremmo convincerlo a candidarsi per la prossima direzione del Festival, utilizzando le quattro lire che sono concesse al suddetto festival.
    Ma si sa, questo è il paese dei pavidi che criticano tutto e si nascondono.
    E agire ?
    Chissà chi si deve vergognare. Ma.
    cordialmente Luca Francesconi

    PS per quel che riguarda il veleno e la raffinatezza degli auspici funebri a me rivolti, mi rimetto ai cornetti e amuleti vari che mi sono procurato nel frattempo.
    Sono sicuro che, in fondo, il Sig. Ivan Futuro nonostante il lugubre atteggiamento da sfigato, non porta veramente sfiga, a dispetto degli sforzi.

  • Simeone Pozzini

    Il Corriere Musicale, nella mia persona e nel ruolo di fondatore, con il sostegno di tutta la redazione, desidera esprimere la propria stima nei confronti della direzione artistica di Luca Francesconi.

    Il sig. “Ivan Futuro” sarà libero di esprimere la propria opinione, come è stato sin qui, se lo farà in modo civile e costruttivo. Altrimenti o suoi commenti saranno marcati come spam.

  • Samuele De Mauri

    Ahahah, grande Francesconi!

  • luca francesconi

    Carissimi, ribadisco che voglio che questo individuo pubblichi il suo nome.
    Cosi’ posso ( o possiamo, visto che tutti ne hanno il diritto) rispondere a una persona reale.
    In caso contrario il suddetto si qualifica automaticamente.

  • Luca Francesconi

    Heilàaa ! Sig. FUTURO !? ou ou !
    Aspettiamo il suo vero NOME
    Sù sù, un po’ di coraggio, timidone …

  • luca francesconi

    Maleducatone ! di nuovo buonasera. Allora non si vuole svelare il Futuro ?
    Ma saremo mica in presenza di un codardo che sbraita al vento e poi se la fa addosso ?
    Mah, chissà che gusto c’è a dire le bugie.
    Anche il primo commento, il sig Rizzoli, sostiene che la sala era semivuota. Il ns webmaster ha giustamente esposto i dati oggettivi -grazie-. Ma al di là delle “prove” oggettive chiunque fosse presente ha visto una sala strapiena,e molta gente in piedi. E cosi’ è stato per la maggior parte dei concerti ( dati Biennale : dal 15 al 20% in più e soprattutto giovani).
    Ma cos’è questo livore gratuito, che deve dire bugie, per ottenere cosa ?
    E’ una malattia ? Complessi ? Queste non sono opinioni, sono contraffazioni.
    E le cose “salvate” , che so Ictus e Machaut, pensate che si siano fatte da sole ?
    ” Il loro progetto su Machaut” : ma cosa andate dicendo ??? chi credete che abbia scelto loro e chiesto QUEL pezzo ?? e Ictus , é costato un anno di discussioni per trovare il programma ( oltre of course aver scelto Ictus).
    E Baricco era una mia provocazione, mi sembrava chiaro, messo di fronte a un uomo – Magatti – che lavora sistematicamente sulle cose, sui fatti. Ed anche la ragione per cui non ho usato il titolo Mutazioni (troppo vicino al libro di Baricco) e invece Mutanti, che suggerisce, per chi lo vuol vedere, un punto di domanda alla fine.
    E la Vogata ? Ma chi non ha capito che era una violenta provocazione contro i tagli alla cultura ??? Solo i superficiali e gli imbecilli.
    Se poi invece delle 150 persone aspettate ne arrivano 6 o 700 beh, forse allora vuol dire che mi ero sbagliato: la cultura non è ancora morta.
    Non credo siano venuti per i tortelli e per calpestare tombe.
    Vergogna : lo dico io stavolta.

    E voglio il nome di quel tizio.
    .

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