“Valore cultura”, gli scenari possibili

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Politiche culturali  Il subbuglio della vita politica italiana di questo periodo potrebbe verosimilmente far slittare la conversione in legge del Decreto firmato dal ministro Massimo Bray


di Giuseppe Pennisi


GIUNTI A QUESTO PUNTO DELLA VITA POLITICA ITALIANA è molto difficile che alla Camera dei Deputati il testo del decreto “Valore cultura” venga approvato dalla Commissione pertinente in sede legislativa entro l’8 ottobre. In questi giorni il Parlamento è travagliato da problemi ben differenti, incluso un probabile voto di fiducia, nonché da possibili tensioni sui mercati finanziari. Inoltre l’autorizzazione di via libera, in modo che la Commissione deliberi in sede legislativa (o deliberante), può essere solo proposta dal Presidente della Camera e viene accolta nel momento in cui nessun deputato chiede di sottoporla al voto dell’assemblea. Oltre ai limiti stabiliti per materia (riserva di legge), ci sono limiti procedurali: il Governo o un decimo dei componenti di ciascuna Camera (articolo 72 della Costituzione) o un quinto della stessa commissione, possono infatti esercitare la “Richiesta di rimessione all’Assemblea”. Si tratta, comunque, di una via ormai molto raramente utilizzata, perché, con l’avvento del bipolarismo (ed ora tripolarismo) l’opposizione di turno impedisce regolarmente di ricorrervi.

Se il Governo Letta restasse in carica pur solo per l’ordinaria amministrazione potrebbe reiterare il decreto, che inizierebbe un nuovo iter parlamentare di 60 giorni. Il nuovo decreto potrebbe recepire o meno alcune delle critiche nei confronti del testo attuale; tali critiche hanno già portato ad un clamoroso sciopero al San Carlo di Napoli per un concerto dove era atteso il Capo dello Stato, ad una lettera di alcuni Sovrintendenti e ad altre manifestazioni di protesta.

Se nascesse un nuovo Esecutivo, pur sempre presieduto da Enrico Letta, potrebbe cambiare il titolare del dicastero ed il nuovo Ministro potrebbe avere idee differenti dal suo predecessore.

Se si andasse a scioglimento delle Camere ad elezioni, passeranno diversi mesi prima di un nuovo decreto.

Nel contempo è quanto mai difficile che gli istituti di credito diano nuovi o più ampi fidi ad istituzioni culturali in difficoltà, le quali potrebbero essere costrette a iniziare procedure di liquidazione. Il sito del Mibac mostra che il dicastero è stracolmo di avanzi di amministrazioni e residui (in oltre 200 contabilità speciali) e non ha attuato le misure decretate nel giugno 2009 su proposta unanime del Consiglio Superiore per i Beni Culturali. In parole povere, le risorse ci sono ma non possono essere utilizzate.

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L'autore: Giuseppe Pennisi

Nato a Roma nel 1942, ha avuto una prima carriera negli Usa (Banca mondiale) sino alla metà degli Anni Ottanta. Rientrato in Italia è stato Dirigente Generale ai Ministeri del Bilancio e del Lavoro e docente di economia al Bologna Center della Johns Hopkins University e della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione di cui ha coordinato il programma economico dal 1995 al 2008. Frequente collaboratore di quotidiani e periodici, scrive regolarmente per Avvenire. È Consigliere del Cnel in quanto esperto nominato dal Presidente della Repubblica ed insegna alla Università Europea di Roma. Ha pubblicato una ventina di libri di economia e finanza in Italia, Usa, Gran Bretagna e Germania. Culture di musica classica, è stato Vice Presidente del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto e critico musicale del settimanale Il Domenicale dal 2002 al 2009; attualmente collabora regolarmente in materia di lirica al settimanale Milano Finanza ed al quotidiano britannico Music & Vision.

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