L’opera sonora del 1992 porta la firma del compositore inglese (presente al concerto) e dello scultore Juan Muñoz, nella cornice della mostra Double Bind & Around a quest’ultimo dedicata all’Hangar Bicocca di Milano


di Claudia Ferrari  foto Lorenzo Palmieri


I COLORI SATURI DI UN TEMPORALE IMPROVVISO hanno sospeso tempo e spazio lunedì sera all’Hangar Bicocca, istituzione milanese dedicata all’arte contemporanea, prima del concerto in programma per le ore 21. Fuori la pioggia scrosciante, gli ombrelli colorati che si precipitavano verso l’ingresso; dentro una tranquillità naturale e gentile di un pubblico non ancora tale, in attesa dell’apertura della sala in cui si sarebbe ascoltata la performance di Gavin Bryars con il quartetto d’archi di Sentieri Selvaggi, composto da Piercarlo Sacco e Enrica Meloni ai violini, Paolo Fumagalli alla viola e Aya Shimura al violoncello. Molti passeggiavano incuriositi tra le opere della mostra di Damián Ortega allestita nello spazio antecedente la “sala da concerto” – se così vogliamo chiamarla, di certo uno spazio lontano dai canoni classici: oggetti sospesi, scomposti, e video in un percorso tra la materia e il pensiero.

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La mostra di Juan Muñoz, intitolata Double Bind & Around, autore con Gavin Bryars dell’opera sonora composta nel 1992 A Man in a Room, Gambling, s’affacciava a lato del pubblico e del palcoscenico: un’attesa carica di aspettative quella per il concerto (parte di una serie di appuntamenti volti ad accompagnare la mostra dello scultore, evidenziandone i rimandi culturali) nessuna sedia vuota e molti sguardi curiosi. Poche parole di Carlo Boccadoro per presentare l’opera, il quartetto di Sentieri Selvaggi e soprattutto Bryars, impegnato al contrabbasso e visibilmente emozionato in un breve discorso introduttivo nel riferirsi a Muñoz, scomparso nel 2001.

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Calano le luci e inizia lo spettacolo: “Good evening and welcome once again to A Man in a Room, Gambling” annuncia la voce registrata di Muñoz dagli altoparlanti; il tappeto sonoro degli archi sembra prendere forma e spazio, definendo una sottile ma persistente e penetrante drammaticità che sarà poi presente in tutto il lavoro; la musica però non è indipendente dalla voce narrante, bensì concepita per integrarsi al testo.

Si tratta di dieci pezzi di cinque minuti ciascuno, nati inizialmente come format radiofonico ma in realtà mai trasmessi alla radio; è la prima opera sonora di Muñoz, rappresentata per la prima volta solo nel 1997 dalla Gavin Bryars Ensemble. L’artista spiega all’ascoltatore i trucchi per vincere, barando, al gioco d’azzardo: la voce è chiara, calma, illustra quasi con distacco le mosse da compiere per ingannare nel gioco; sottolinea certi passaggi, evidenzia quando porre maggiore attenzione, quando essere più lenti e quando invece muoversi rapidamente. L’atmosfera che crea la musica è in netto contrasto con la sicurezza della voce: l’ottima interpretazione dei musicisti ha evidenziato le dinamiche, che nei pianissimo e nel forte sottolineavano la tensione che poteva indurre a immaginare quella di un giocatore in realtà non esperto, per le prime volte alle prese con trucchi per ingannare al tavolo.

Dopo pause brevi, in cui i musicisti sono riusciti a non perdere intensità e carica emotiva molto presenti durante l’esecuzione, la voce registrata annunciava un nuovo appuntamento: di pezzo in pezzo, il pubblico veniva coinvolto in questo paesaggio sonoro, guidato da Gavin Bryars, concentrato e intenso nell’esecuzione e calato appieno nell’opera. L’equilibrio tra musica e voce parlante è sottile, ma non cede mai: i musicisti dialogano intensamente, lasciano spazio alla voce che rimane quasi sola in alcuni momenti; riemergono poi come da lontano e si fanno avanti, non diventando mai unici protagonisti, nemmeno nelle parti in cui solo uno strumento emerge, in parentesi brevi ma molto intense, come nel caso della viola.

Dal settimo brano in poi, rapide frasi e parole al primo ascolto incomprensibili si aggiungono alla voce narrante, destabilizzando per un attimo l’ascoltatore: questi interventi in realtà diventano parte della musica, un vero e proprio elemento timbrico e ritmico che si aggiunge agli archi. È stabile e ferrea la voce narrante: passano i suoni, su cui ci si concentra quasi escludendo il resto, in alcuni momenti. Battiti di mani registrati richiamano la nostra attenzione, le voci che intervengono si moltiplicano ma paiono distanti, siamo forse calati in un altro ambiente? Dove si trova la voce che ci sta parlando? Nell’ottavo pezzo siamo destabilizzati da questi interventi, incuriositi dai nuovi timbri che si sovrappongono; la musica avanza, incessante e intensa, tenendoci ancorati all’esecuzione, riportando la nostra attenzione ai suoni.

Non vi è un solo fulcro, non un solo protagonista: è un continuo e programmato incedere, di cinque minuti in cinque minuti, che non ci è possibile prevedere. Nell’ultimo pezzo l’espressività dei musicisti stupisce, efficaci fraseggi eleganti ci accompagnano all’ultima mossa del giocatore, la tensione sale, con precisione: “Thank you very much for being with us. Good night and lots of luck”, così chiude Muñoz e poco dopo la musica, lasciandoci sospesi in un suono irrisolto.

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Claudia Ferrari

Claudia Ferrari

Nata nel 1988 in un paese emiliano, da bambina s'innamora della chitarra e delle parole. Si laurea in Musicologia al DAMS di Bologna e poi frequenta il Biennio in Discipline storico, critiche e analitiche della musica al Conservatorio Verdi di Milano,dove si laurea a pieni voti con una tesi sull'analisi dell'opera Al gran sole carico d'amore di Luigi Nono. È un'avida lettrice e una curiosa e instancabile ascoltatrice – senza limiti di alcun genere – convinta dell'importante ruolo del musicologo come tramite tra pubblico e compositori. Il suo sito-blog è www.claudiaferrari.it

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