Addio a Nikolaus Harnoncourt (1929 – 2016), pioniere delle esecuzioni filologiche


di Stefano Cascioli foto © Kmetitsch


Lo scorso 5 marzo, all’età di 86 anni, si è spento a Vienna Nikolaus Harnoncourt, l’ultimo pioniere delle prassi esecutive storicamente informate. Ne ha dato notizia la famiglia del Maestro, da tempo sofferente per una grave malattia che lo aveva costretto al ritiro dall’attività concertistica già lo scorso dicembre. A pochi mesi di distanza dalla morte di Pierre Boulez, il mondo della musica piange la scomparsa di un altro mito del ’900 che, grazie allo studio e alla riscoperta della musica antica, è stato capace di stravolgere non solo la prassi esecutiva delle varie epoche, ma anche di rinnovare l’intero pensiero musicale.

Nato nel 1929 a Berlino, Harnoncourt intraprende a quindici anni lo studio del violoncello, strumento che poi suonerà nei Wiener Symphoniker di Herbert von Karajan a partire dal 1952. Da qui la svolta: alla carriera orchestrale, Harnoncourt affianca uno studio filologico della musica antica, a quel tempo praticamente inesistente. L’anno successivo, assieme alla moglie Alice, fonda il Concentus Musicus Wien, la prima compagine che si pone l’obiettivo di eseguire il repertorio rinascimentale e barocco con strumenti d’epoca, nel modo più vicino possibile alla volontà originaria del compositore.

Considerato scandaloso nei primi periodi, questo movimento di riscoperta prende forma grazie alle collaborazioni con gli altri grandi filologi dell’epoca: Gustav Leonhardt (con cui ha inciso il primo integrale storico delle cantate di Bach) e Frans Brüggen. Inoltre, alcuni dei suoi studi sono stati pubblicati, per favorirne una divulgazione che in pochi avevano apprezzato fino a quel momento. Vale la pena ricordare «Il discorso musicale», forse il più celebre degli scritti di Harnoncourt, in cui elaborava un pensiero interpretativo sul Requiem di Mozart e sull’azione drammatica di Monteverdi che avevano gettato una nuova luce sulla prassi musicale.

Ma Harnoncourt non si ferma al barocco: negli anni ’80, amplia il suo repertorio, riscoprendo Haydn e dando un nuovo piglio teatrale alla musica di Mozart (tra cui, appunto, il Requiem, eseguito nella versione fedele al manoscritto). Nel frattempo viene invitato a dirigere le grandi orchestre sinfoniche moderne, alle quali riesce a trasmettere il suo pensiero rivoluzionario. Musicista dalle intuizioni visionarie, Harnoncourt giunge persino a mettere in discussione la storia del classicismo viennese, quando vengono pubblicate le integrali sinfoniche di Beethoven e Schubert, che realizza rispettivamente con la Chamber Orchestra of Europe e la Royal Concertgebouw di Amsterdam. In entrambi i casi aveva “mescolato” il suono puro degli ottoni naturali e dei timpani barocchi con il resto dell’orchestra moderna, ottenendo un risultato che tuttora rimane sconvolgente.

Negli ultimi anni Harnoncourt ha riletto i principali capolavori della letteratura barocca e classica con il suo Concentus ma ha anche consolidato le collaborazioni con le grandi compagini, che lo hanno portato ha rileggere i grandi capolavori sinfonici del romanticismo austro-tedesco, per arrivare al Novecento di Bartók e Gershwin.

Nell’arco di oltre mezzo secolo Harnoncourt ha effettuato centinaia di registrazioni, ognuna delle quali ha sempre insegnato qualcosa di nuovo. Non è possibile, in questa sede, ricordarle tutte, ma di certo sono sufficienti per testimoniarci il coraggio con il quale Harnoncourt ha voluto opporsi alla tradizione e alla storia. La sete di conoscenza e lo studio assiduo lo hanno portato a mettere sempre in discussione ciò che la mediocrità ha dato per scontato. Forse la sua più grande lezione è stata questa; un artista non deve mai sentirsi realizzato, la sua missione è vivere nella ricerca di stimoli ed esperienze nuove, a costo di contestare quello che già è stato detto, anche dubitando delle proprie letture.

In una delle sue ultime apparizioni televisive, Harnoncourt, intervistato dall’ORF, si diceva pentito di non aver potuto eseguire le opere di Alban Berg, oltre ai grandi capolavori russi. All’età di 85 anni, nonostante avesse più volte riscritto la storia della musica, con un repertorio immenso alle spalle, non si sentiva ancora realizzato, e questo desiderio di continuare la sua ricerca infinita lo testimoniava quello sguardo ancora energico, che sul palco non l’ha mai abbandonato.


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L'autore: Stefano Cascioli

Laureato in violino (109) e composizione (110 e lode) presso il Conservatorio di Udine, Stefano Cascioli inizia precocemente gli studi musicali partendo dal pianoforte, di cui attualmente frequenta il biennio specialistico a Trieste. Premiato in numerosi concorsi nazionali ed internazionali, sotto la guida di Luisa Scattarregia prima e Massimo Gon poi, ha partecipato a numerose masterclasses con i maestri Andrea Carcano, Massimo Gon, Aldo Ciccolini e Paul Badura-Skoda, inoltre ha seguito nel 2014 i corsi tenuti da Robert Levin presso il Mozarteum di Salisburgo. Per il violino, deve la sua formazione ai maestri Annalisa Clemente, Helfried Fister, Stefano Furini e a Diana Mustea, con cui si è laureato. Parallelamente, si è dedicato allo studio del violino barocco e della prassi esecutiva filologica, seguendo i corsi tenuti da Enrico Onofri, Elisa Citterio ed Enrico Gatti.

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