Winter Journey di Ludovico Einaudi: un “viaggio d’inverno” della memoria


di Monika Prusak foto © Rosellina Garbo


Di rado ormai accade di assistere a una prima esecuzione assoluta di un’opera di teatro musicale, ancor meno di un’opera socialmente o politicamente impegnata. Questo è il caso di Winter Journey di Ludovico Einaudi, con libretto di Colm Tóibín e ideazione drammaturgica di Roberto Andò, andata in scena al Teatro Massimo di Palermo, commissionata dallo stesso Teatro in coproduzione con il Teatro San Carlo di Napoli dove verrà rappresentata nel Marzo 2020.

Noto soprattutto per le sue intramontabili opere per pianoforte, tra cui Le onde, I giorni, Nuvole bianche, composizioni accessibili a professionisti e amatori dello strumento, Einaudi opta in questo caso per una scrittura insolita, strettamente minimalista, caratterizzata da una particolare densità e profondità di espressione. Un incessante lavoro sui contrasti e sui cambiamenti repentini con un looping motivico, lascia lo spettatore in un continuo stato di tensione. Voci registrate che si sovrappongono al canto in scena e al suono dell’orchestra, indicano l’uso del materiale sonoro caratteristico delle composizioni minimaliste. La fusione del canto popolare africano, del pianoforte e dell’orchestra sinfonica, determina un timbro originale e inatteso. Una lontana eco della III Sinfonia di Henryk Górecki “Sorrowful Songs” e una più evidente presenza di elementi del minimalismo di Steve Reich, creano insieme una nuova direzione, una maturità compositiva inaspettata, ma apprezzabile.

Complice il testo straziante di Colm Tóibín, in lingua inglese, che attraverso i dialoghi-monologhi dei tre protagonisti racconta una storia senza speranza, una vicenda senza lieto fine. L’Uomo (Man) è partito per cercare un futuro migliore, lasciando nel paese di origine la moglie (Woman) e il figlio (Child), separati anch’essi a causa dei pericoli quotidiani della guerra. A Man sono rimasti solo dei messaggi, rari, perché inviati da telefoni di sconosciuti, e un ricordo che ritorna nel sogno, delle loro facce, dei loro respiri, ma non delle voci. L’uomo non riesce più a sentire le loro voci. L’Uomo viene salvato da un barcone rovesciato in mare ed è lì, dentro l’acqua, che comincia a sentire molto freddo. Il suo «viaggio d’inverno» (Winter Journey) è un viaggio dell’anima, un’anima infreddolita, priva del calore delle persone care, abbandonata al proprio destino. L’uomo non sa dove sta andando. Ogni tanto nei messaggi nomina dei luoghi. Grazie agli schermi giganti sovrapposti gli spettatori sono con lui dentro l’acqua, in treno (riferimento diretto ai Different Trains di Reich) e durante il cammino. Un cammino solitario, riempito con un canto acuto, melismatico e straziante, un canto di fuga da «questo luogo freddo e inospitale».

Nel doppio ruolo di Man e Man-fuoriscena, Badara Seck e Mamadou Dioume. Il canto malinconico di Badara Seck è coinvolgente e viscerale. L’attore si immedesima in modo tale da ipnotizzare letteralmente la platea. Dall’altra parte del palcoscenico sta Rokia Traoré, la Donna che attende un qualsiasi segno di vita. La voce della cantante spazia dal parlato al cantato come in un ricco canto popolare: si rompe e si riattiva nei momenti di maggiore coinvolgimento. A recitare Child, il bambino, sono Mohamadou Sazll (in scena) e Leslie Nsiah Afriyie (voce). Ai protagonisti vengono affiancate due voci recitate, l’efficacissima Elle van Knoll come Voce del coro e quella di Politician (politico) interpretata magistralmente da Jonathan Moore. «Dobbiamo chiudere i nostri porti» grida Moore con una ferocia inaudita, ricordandoci scene di grande attualità. Il Coro, diretto da Ciro Visco, commenta in maniera lineare ma significativa. La bacchetta di Carlo Tenan riesce a mantenere la tensione alta per tutta la durata dello spettacolo.

«Anche la memoria ha il suo viaggio d’inverno» commenta il Coro nella seconda sezione dell’opera,  ricordando un tempo di guerre, carri armati e accampamenti, «fame, freddo, la ricerca di un rifugio, mentre l’Europa si dilaniava». Il Coro ricorda, mentre «la memoria increspa il silenzio». La memoria collettiva necessita di essere rinfrescata. Le Sorrowful Songs di Górecki, ispirate da una preghiera scritta sui muri di Auschwitz, Different Trains di Reich con le registrazioni delle voci dei sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale e Winter Journey di Einaudi, sono diverse facce della stessa prova di avvertimento, come un «suono del grido dell’Europa». Perché bisogna essere vigili affinché una tragica storia non si ripeta, altrimenti vi sarà il rischio di un «inverno che avrà la meglio».


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L'autore: Monika Prusak

Monika Prusak, musicista, musicologa e docente. Diplomata in Flauto traverso e laureata in Educazione artistica nel campo dell’arte musicale e Direzione di coro presso l’Accademia di Musica “F. Chopin” di Varsavia, in Canto presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo e in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso la Sapienza - Università di Roma con una tesi dal titolo Il senso musicale del Nonsense: Petrassi e Ligeti. Due esempi di “neomadrigalismo” nel secondo Novecento. Ha al suo attivo conferenze scientifiche e divulgative su argomenti musicologici (Sibelius Academy di Helsinki, Società Italiana di Musicologia, Associazione Amici di Santa Cecilia di Roma, Bologna Festival, Istituto Polacco di Roma, Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo) e collaborazioni pubblicistiche (Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Opera di Wroclaw, Drammaturgia Musicale, Il Giornale della Musica, riviste Ruch Muzyczny e Krytyka Muzyczna di Varsavia). Dal 2011 è critico musicale presso «Il Corriere Musicale» on-line e fa parte del comitato di redazione della rivista musicologica «Krytyka Muzyczna» di Varsavia, fondata da Michał Bristiger.

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