I Mozart e Torino


di Marco Testa


È noto che durante il primo dei tre viaggi in Italia, Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart soggiornarono per circa due settimane a Torino (15-31 gennaio 1771), allora capitale del Regno di Sardegna. Le ragioni di quella visita, pressoché ignote in passato, si conoscono oggi con maggior precisione; quel che rimane invece in larga parte oscuro lo si può riassumere nei seguenti interrogativi: in che modo padre e figlio impiegarono quelle giornate? Insieme a chi le trascorsero?

Gli appunti annotati da Leopold Mozart durante il viaggio non sono di grande aiuto. Tuttavia si presume che i due musicisti ebbero modo d’intrattenersi o, quantomeno, di avere qualche contatto (magari fugace) con colleghi del rango di Gaetano Pugnani, violinista e compositore tra i più importanti del Settecento piemontese; con Giovanni Lorenzo Somis, fratello minore del più noto, defunto Giambattista ed egli pure violinista e compositore; con Viotti e con Paisiello, che si trovava nella città subalpina per la rappresentazione de L’Annibale in Torino. Ma cosa si dissero e vi fecero, resta in gran parte un mistero.

Prima di salire sulla carrozza che li avrebbe condotti nella capitale sabauda, i Mozart avevano soggiornato a Milano per diversi mesi, non senza puntate intermedie ora a Firenze, ora a Napoli, a Bologna e in altri importanti centri della Penisola. Lasciavano nuovamente la città ambrosiana, non privi di soddisfazione, sull’eco del trionfo di Mitridate, re di Ponto, primo cimento nell’opera seria di un Wolfgang appena quattordicenne. Il libretto era stato scritto da quel Vittorio Amedeo Cigna-Santi, suddito di S.M. il re di Sardegna Carlo Emanuele III, che qualche anno prima aveva collaborato (stesso libretto) con un compositore bergamasco operante proprio a Torino, Quirino Gasparini (Mitridate, re di Ponto, 1767).

Padre e figlio valicarono i confini del Regno di Sardegna transitando per Boffalora (oggi Boffalora sopra Ticino) il 14 gennaio 1771, un lunedì. È qui che correva il confine tra il Ducato di Milano e il Regno di Sardegna, di cui i Savoia erano diventati titolari nel 1720. Il giorno seguente, il 15 gennaio, dopo aver pernottato forse a Vercelli (così ipotizza Alberto Basso) i due tedeschi fecero ingresso a Torino. Due, non più tre, perché Nannerl era rimasta a Salisburgo insieme alla madre. Non sappiamo in che modo la giovane dovesse reagire alla decisione paterna, se insomma dovesse accettarla senza problemi o piuttosto farsene una ragione. Certo i costi di un viaggio del genere, a quei tempi, erano assai onerosi e d’altra parte all’età di diciotto anni era troppo grandicella per essere mostrata al pubblico quale enfant prodige. E tutto ciò senza considerare che le lezioni private che Nannerl impartiva a Salisburgo rappresentavano un importante introito per quella famiglia non agiata e in perenne bisogno di denaro. Meglio non lasciarsi sfuggire quelle occasioni di guadagno.

Arrivando dalla Lombardia, si presume che la carrozza che trasportava i Mozart passasse per la Porta Palatina, l’antica Porta Principalis Dextera di Augusta Taurinorum, che all’epoca doveva presentarsi in uno stato ben diverso rispetto a quanto ci hanno abituato i restauri realizzati ai primi del Novecento dall’architetto portoghese Alfredo d’Andrade. La Torino innevata che padre e figlio trovarono quel 15 gennaio del 1771 doveva aver prodotto in loro impressioni non dissimili da quelle testimoniateci da un entusiasta Charles Burney appena sei mesi prima: «Turin is, however, a very beautiful city». «Schönen Stadt» scriverà infatti Leopold alla moglie, in una lettera datata 2 febbraio 1771.

L’alloggio non era lontano dall’antica porta urbica. Nella vicina Contrada dell’Albero Fiorito (attuale via Corte d’Appello), l’albergo “Dogana Nova” era pronto ad accogliere i due musicisti. È qui che i Mozart avrebbero alloggiato (più tardi vi troveranno accoglienza personalità quali Giuseppe Verdi e lo stesso Napoleone), anche se l’identificazione di quello che è oggi noto come “Hotel di Mozart” con l’attuale “Dogana Vecchia” è stato messo in discussione: «I Mozart presero alloggio, come è scritto negli “appunti di viaggio” di quei giorni (MBA 229), all’albergo della “Dogana Nova”, poi erroneamente identificato con quello tutt’ora esistente della “Dogana Vecchia” (la cui presenza è documentata sin dal 1733) nell’attuale Via della Corte d’Appello n. 4 (anticamente Contrada del Senato); in realtà, nella Contrada dell’Albero Fiorito e all’angolo dell’attuale Via Bellezia, di fianco a quella del Senato, al n. 13 esisteva un albergo, evidentemente di più recente costruzione, che portava il nome di “Dogana Nova” dal quale prese poi nome anche l’intera contrada e che era ancora segnalato sulle guide della città nel 1845» (cit. in A. Basso, I Mozart in Italia, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Roma 2006, p. 459).

Per lungo tempo ci si è interrogati sulla esatta motivazione della spedizione sabauda decisa da Leopold Mozart e sul retroterra che la rese plausibile, al di là di una generica (ben giustificata, naturalmente) necessità di far conoscere al mondo le doti del giovanissimo compositore ed intessere relazioni con le persone che contavano nelle varie corti europee del tempo e, dunque, anche nello Stato sardo. Quale fosse l’occasione del viaggio nella capitale subalpina si svelò al mondo degli Studi soltanto negli anni Novanta del secolo scorso, dopo due secoli di sostanziali dubbi e silenzi, allorché nel 1997 un musicologo statunitense, Harrison James Wignall, pubblicò su “Mozart Studien” i risultati di una ricerca effettuata proprio a Torino, tra i corposi fondi dell’Archivio di Stato. Qui Wignall riuscì a reperire la lettera che il ministro plenipotenziario asburgico, il celebre Firmian, a capo della Lombardia per quasi venticinque anni, aveva scritto al conte Francesco Giuseppe Lascaris di Castellar, a quel tempo titolare della Segreteria Esteri del Regno di Sardegna e già conosciuto dai Mozart in occasione del viaggio a Napoli, città in cui il Lascaris aveva servito per un decennio in qualità di inviato straordinario. Si trattava di una vera e propria lettera di raccomandazione in cui il governatore asburgico elogiava la «straordinaria abilità» del giovanissimo salisburghese, pregando il Lascaris di accoglierlo con i modi dovuti. Insomma, Leopold aveva quindi deciso di muovere verso Torino perché sapeva di avere una qualche opportunità, una precisa carta da giocare.

Obiettivo ultimo sarebbe stato quello di intercedere presso il sovrano, l’ormai anziano Carlo Emanuele III, per far ottenere al futuro autore della Zauberflöte la commissione di un’opera per il successivo Carnevale. Le aspettative, com’è noto agli studiosi, andranno però deluse. I Mozart non faranno mai più ritorno a Torino.

Si affermava in precedenza che, salvo casi sparuti, a tutt’oggi non è dato sapere in dettaglio come padre e figlio impiegassero il tempo a disposizione durante il soggiorno torinese. Si sa con certezza che il 16 gennaio sedevano tra il pubblico sugli spalti del Teatro Regio, il bell’edificio progettato da Benedetto Alfieri e capiente di duemilacinquecento posti che il viaggiatore francese Lalande s’era affrettato a celebrare come «le plus étudié, le mieux composé qu’on voie en Italie, le plus richement et le plus noblement décoré q’il y ait dans le genre moderne». Al Regio i Mozart assistettero alla rappresentazione dell’Annibale in Torino dell’allora trentenne Giovanni Paisiello, già conosciuto a Napoli nella primavera dell’anno precedente. Leopold troverà la sua opera «magnifica».

Probabilmente i Mozart ebbero contatti diretti con il compositore pugliese anche a Torino. Certamente ne ebbero con il già citato Quirino Gasparini, di cui Wolfgang ricopiò l’Adoramus te Christe. Compositore e violoncellista bergamasco (di Gandino per l’esattezza) trapiantato nella capitale sabauda, Gasparini era stato allievo di padre Martini, membro dell’Accademia Filarmonica e quindi maestro di Cappella del Duomo torinese negli anni 1760-1778. Lo zelo amanuense del Wolfgangerl genererà un equivoco di attribuzione dell’Adoramus, a lungo creduto non del Lombardo ma del Tedesco, sicché quello stesso mottetto a quattro voci, destinato a beffare generazioni di musicologi, finirà per favorire la fama del Gasparini. Per cui se oggi lo si ricorda, per quel poco che lo si ricorda, è anche grazie a questo qui pro quo.

Per il resto, sul soggiorno dei Mozart a Torino il buio sembrerebbe impenetrabile. È certo che dovettero incontrare certi esponenti della “Torino che contava”, diplomatici, musicisti come i sopraccitati, ancora danzatori e uomini di teatro; è presumibile anche che dovettero visitare i maggiori teatri (il Carignano, oltre al Regio), nonché importanti sedi della nobiltà locale. Ma non sappiamo molto di più. Non sappiamo, ad esempio, se Wolfgang assistette o partecipò in qualità di esecutore a una qualche esibizione pubblica: si cita sempre il Palazzo Barolo, dove potrebbe essersi esibito, ma quali sono le prove certe che indicano la sua effettiva partecipazione?

Scrive Alberto Basso nel suo I Mozart in Italia che «le notizie documentate relative al soggiorno torinese sono sostanzialmente inesistenti». Drammaticamente vero, si deve concludere. Ma tutto ciò, lungi dall’avvilire la ricerca, a dispetto delle oggettive difficoltà nel reperimento di fonti e di informazioni inedite, sarà, semmai, uno stimolo a proseguire.


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L'autore: Marco Testa

Cresciuto nell'isola di Sant’Antioco, è archivista, storico e critico musicale. Parallelamente agli studi storici (Università di Cagliari e Torino) e archivistici (scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell'Archivio di Stato di Torino, istituto per il quale lavora) ha svolto studi musicali presso diverse sedi, tra cui il Conservatorio 'G.Verdi' di Torino. Docente dell'Accademia Corale 'Stefano Tempia', presso cui tiene alcune lezioni di ascolto, collabora con festival e istituti di ricerca. È stato collaboratore della cattedra di Bibliografia musicale del Conservatorio di Torino per una ricerca, pubblicata presso la rivista del Centro Studi Piemontesi, volta a riscoprire le messe da requiem composte in onore di Carlo Alberto di Savoia nel secondo Ottocento. Scrive su "Musica" e su "Il Corriere Musicale".

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