L’opera di Henry Purcell e John Dryden nella produzione Motus-Sagra Musicale Malatestiana


di Giampiero Cane

KING ARTHUR, la dramatick opera di John Dryden ed Henry Purcell ha inaugurato al Manzoni di Bologna il cartellone di Musica Insieme. È stato un avvio strano perché l’associazione è concertistica. Ma per l’occasione c’è stato un allestimento di quelli che vengono chiamati semiscenici, ma nel caso non sapremmo perché. Di fatto la cantata rituale in onore della corona, ridotta a qualcosa solo della sua lungaggine e piaggeria, risultava uno spettacolo scenico intelligentemente contenuto di fronte a uno sguardo che l’avesse osservato per quel che è il testo, scritto certamente in posizione prona da un letterato al servizio del potente di turno.

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Senza drammaturgìa, malgrado si definisca “dramatick”, questo testo non ha nessuna forza che possa espandersi con la musica. Alla fine à tranquilla noia dell’ascolto, come un qualsiasi festival della canzone, perché non si avvantaggia di una musica astratta, ma capace di coinvolgere, mentre si dispiega in un post-moderno estremamente ante litteram che non significa probabilmente nulla.

Inutile e sbagliato però imputare il tutto al noioso letterato di corte (fu tale anche all’ombra di Cromwell) perché in merito non poco pesa la mano qui affatto manieristica o svogliata di Purcell. A suo discarico potremmo solo dire che in questo testo ridotto dall’allestimento a men della metà della sua consistenza, le musiche di scena ch’egli scrisse finiscono con l’avere un peso decisamente eccessivo.

Stando a Eric Hobsbawn (per facilitare la memoria l’inventore del secolo breve) gli inglesi sarebbero quasi geniali, o senza quasi, nell’invenzione del proprio passato: in uno scritto sull’invenzione della tradizione egli spiega come tutto l’apparato di pesante idiozia medievale che costituisce certi cerimoniali (nel caso quello dell’incoronazione) non appartenga a una tradizione storica, ma a un’invenzione. Quello scritto di Hobsbawn che era stato pubblicato da Einaudi può ancora essere letto in biblioteca, ma fece poco affetto sulla massa dei fan degli eventi che non ne ebbero notizia nemmeno quando ci fu non so quale matrimonio a Westminster tra un “blu sanguigno” e quella povera Diana che poi morì in un incidente per qualcuno un po’ sospetto.

Allestire un testo o un altro può essere indifferente, ma la scelta acquisirà un senso per il pubblico. Difficile predire quale.

Nel clima attuale, se è vero che il leader vorrebbe un partito nazionale (un PNR quasi analogo del PNF) e che, ciò malgrado, a quanto ci dicono le indagini di mercato egli cresce, mentre il suo partito declinerebbe, di un Dryden parrebbe non ci sia bisogno alcuno, ma diremmo nemmeno di un Purcell, ché non ci pare in grado di scrivere un nuovo inno dei boy scout (un okey hymn?).

L’attuale operazione non era negligente, ma nemmeno eccitante. Diremmo che producesse una tranquilla noia post-greenaway e, forse un po’ come molte altre cose una noia un po’ postuma al pensiero. Lo spettacolo era firmato dal gruppo Motus che ritengo valga per Enrico Casagrande, Daniela Nicolò e Luca Scarlini.

Nessuno di loro credo vanti competenze musicali; per quest’aspetto il garbuglio era affidato al violinista e direttore di “Sezione Aurea”, Luca Giardini, tranquillamente armonico con l’insieme imbelle delle cose. Cantavano Elena Bernardi, Yulya Poleshchuk e Carlo Vistoli. Da quest’ultimo, controtenore, si capiva qualcosa del testo affidatogli.

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Giampiero Cane

Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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